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Non indignari, non admirari, sed intelligeri

Spinoza


Il blog si legge come un testo compiuto sulla Cina. Insomma un libro. Il libro dunque tratterà del "pericolo giallo". Un "giallo" in cui l'assassino non è il maggiordomo ma il liberale. Peggio il maggiordomo liberale. Più precisamente il maggiordomo liberale che è in voi. Uccidetelo!!!Alla fine il vero assassino (a fin di bene) sarete voi. Questo sarà l'unico giallo in cui l'assassino è il lettore. A meno che non abbiate un alibi...ça va sans dire.

martedì 22 gennaio 2013

7.3: A Tienanmen si è aperta la strada alla shock economy?

7. Socialismo vs. turbo-capitalismo

I riformatori cinesi hanno evitato la "terapia d'urto" a cui è stata sottoposta la Russia dopo il crollo quello dell'Unione Sovietica, spiega l'economista Wang Jue della scuola del Partito comunista di Pechino. In un primo momento il partito ha permesso solo piccole unità di lavoro privato nei villaggi e nei centri rurali, fornendo l’occupazione tanto necessaria per il surplus di agricoltori. Il motto di Deng Xiaoping per rivitalizzare il suo immenso paese era quello di «attraversare il fiume sentendo le pietre sotto i piedi». 
(Lorenz e Wagner 2007)
Con il 1989 e il crollo dell’URSS e degli altri paesi socialisti si è diffusa l’opinione che il socialismo producesse solo miseria. I paesi con una economia di successo come la Cina o il Vietnam dunque non potevano che essere ultra-liberisti e tubo-capitalisti (termine molto in voga tra i redattori di Liberazione o del Manifesto). La Cina è anzi il simbolo, la rappresentazione plastica che il sistema capitalista, quando non gli si impongono limiti, lacci e laccioli diventa una grande fonte di illimitato sviluppo economico. E’ il turbo-capitalismo. Che la Cina sia capitalista, ultra-liberista è ormai un luogo comune: “La Cina è un gigante capitalista”dice Bertinotti. La maggiore vittoria dei liberali è di avere instillato nelle testoline della fu sinistra radicale l’idea che ci sia un solo sistema funzionante: il capitalismo. Ciò contrasta con l’affermazione di un economista liberal come James Galbraith il quale vede negli anni ’90 la vittoria del “socialismo” sul liberismo. Infatti egli ritiene che gli anni novanta non siano "l'età d'oro del capitalismo" ma "qualcosa di molto prossimo all'età dell'oro del socialismo riformato in due paesi (la Cina e l'India[1]) e invece come un'età di disastri per tutti quelli che hanno seguito le indicazioni di 'The Economist”. (Arrighi 2008, 391).
La cosa importante è che i successi maggiori li abbia colti quell'economia che tra le due citate è la più “socialista”. Per ora tralasceremo però la questione se la Cina sia capitalista o socialista. Ci soffermeremo sul fatto se, come si dice, i comunisti cinesi siano gli allievi prediletti di Milton Friedman[2]. Ci sono molti dubbi sul fatto che la sinistra radicale abbia capito cosa sia il liberismo e ancorché il capitalismo. Sebbene lo sviluppo dell’economia cinese si sia basato più di quello del Giappone su una maggiore apertura all’esterno e su investimenti esterni ciò non significa necessariamente "…che la Cina si sia allineata alle prescrizioni neoliberali del Washington Consensus, come spesso fanno anche intellettuali di sinistra. Per esempio, sulla copertina di Breve storia del neoliberalismo di Harvey, la figura di Deng Xiaoping campeggia fra quelle di Reagan, della Thatcher e di Pinochet, e un intero capitolo del libro è dedicato al "neoliberalismo con caratteristiche cinesi'". Analogamente, Peter Kwong sostiene che sia Reagan sia Deng "erano due ammiratori del guru neoliberale Milton Friedman " (Arrighi 2008, 391).
Anche Naomi Klein è sulla stessa lunghezza d'onda:
Nei primi anni Ottanta, il governo cinese guidato da Deng Xiaoping era deciso a scongiurare il ripetersi di quanto era accaduto in Polonia, dove ai lavoratori era stato concesso di creare un movimento indipendente che aveva sfidato il potere monopolistico del partito unico.
Non che i leader cinesi fossero desiderosi di proteggere le fabbriche e le fattorie statali che costituivano le fondamenta dello Stato comunista. Anzi, Deng era così deciso a trasformare il Paese in un'economia basata sulle imprese che nel 1980 il suo governo aveva invitato Milton Friedman in Cina per tenere corsi a centinaia di funzionari statali di alto livello sui fondamenti della teoria liberista. «Tutti i presenti dovevano mostrare un biglietto d'invito per entrare» ricordò Friedman delle sue udienze a Pechino e Shanghai. Il messaggio centrale delle sue lezioni sottolineava «come le persone normali vivessero molto meglio nei Paesi capitalisti che in quelli comunisti». Portava come esempio Hong Kong, area di capitalismo puro che Friedman ammirava da tempo per il suo «carattere dinamico e innovativo che è stato prodotto dalla libertà personale, dal libero scambio, da imposte basse e scarsissimo intervento del governo». Sosteneva che Hong Kong, pur non avendo una democrazia, era più libera degli Stati Uniti, dal momento che il suo governo interferiva meno nell'economia. (Klein 2008).
Ora che Deng avesse deciso di trasformare in un'economia basate sulle imprese, qualsiasi cosa ciò significhi non sembra poi un grave crimine contro l'umanità. Per la verità Friedman criticò in seguito anche Hong Kong dove l'intervento dello stato cinese a seguito della crisi del 2008 non sembrerebbe poi così scarso. Comunque si sa la sinistra radicale ha una reazione pavloviana non appena sente certi termini quali sviluppo, impresa ecc dove pensa sia al lavoro qualche potenza maligna. Tralasciamo l'amore immotivato per l'agenzia clerico-spionistica chiamata Solidarnosc (nonchè piuttosto reazionaria dal punto vista del costume se consideriamo le leggi antiaborto) plurisovvenzionata dall'Occidente e chiamata arbitrariamente "movimento indipendente". La Klein continua:
La definizione friedmaniana di libertà, in cui la libertà politica era secondaria, persino non necessaria, rispetto alla libertà di attività economica illimitata, si armonizzava con la visione che stava prendendo piede nel Politburo cinese. Il partito voleva aprire l'economia alle proprietà e al consumismo privati, tuttavia mantenendo saldamente il proprio potere; il che voleva dire che sarebbero stati i funzionari di partito e i loro familiari a ottenere i contratti migliori e a raccogliere i profitti una volta che le risorse statali fossero state messe d'asta.
Secondo questa idea di «transizione»,  le stesse persone che controllavano lo Stato sotto il comunismo l'avrebbero controllato sotto il capitalismo, godendosi peraltro un sostanzioso aumento del tenore di vita. Il modello che il governo cinese voleva emulare non erano gli Stati Uniti, ma qualcosa di molto più vicino al Cile di Pinochet: liberi mercati e controllo autoritario, garantito dalla repressione dei lavoratori, attuata con pugno di ferro.(Klein 2008)
Friedman viene invitato un paio di volte a tenere corsi e seminari in Cina (assieme ad una altra trentina di economisti occidentali di varie tendenze) ad esempio oggi è di casa Stiglitz. In tutto si trattiene in Cina tre settimane. Eppure il peso delle aziende statali è addirittura aumentato nel dopo Tienanmen, mentre è diminuito mentre si invitava Stiglitz. Poi eventualmente Friedman era influente nella dirigenza decapitata dopo Tienanmen  [3].
Inutile chiedere alla Klein prove dell'affermazione che Deng: "avrebbe chiesto ai lavoratori di rinunciare alla propria sicurezza perché una minoranza potesse trarne enormi profitti". Da una parte la Klein si lamenta che in Cina non ci siano le libertà occidentali  e dall'altra contrappone il periodo più buio e repressivo della storia del socialismo in Cina, ovvero la Rivoluzione Culturale, a quello molto più liberale di Deng:
Fin dall'inizio, Deng comprese chiaramente che la repressione sarebbe stata un elemento cruciale. Sotto Mao, lo Stato cinese aveva esercitato un controllo assoluto sul popolo, sbarazzandosi degli oppositori e mandando i dissidenti nei campi di rieducazione. Ma la repressione di Mao fu condotta in nome dei lavoratori e contro la borghesia: ora il partito avrebbe lanciato la propria controrivoluzione e avrebbe chiesto ai lavoratori di rinunciare alla propria sicurezza perché una minoranza potesse trarne enormi profitti. (Klein 2008).
La cosa singolare è che uno specialista della Cina come Richard Mc Gregor ha gioco facile a rispondere alla domanda se il Partito controlli tutti gli aspetti della vita: "Non più. Non c’è dubbio, la Cina era uno Stato totalitario sotto Mao Zedong dal 1949 fino alla sua morte nel 1976. All’epoca, i lavoratori dovevano chiedere alle autorità di vigilanza il permesso non solo di sposarsi, ma anche per andare a vivere con il coniuge. Anche la tempistica per formare una famiglia doveva attenersi ad un cenno dall’alto. Da allora, il Partito comunista cinese ha riconosciuto che una tale ingerenza nella vita personale delle persone è un intralcio nella costruzione di una economia moderna. Sotto le riforme avviate da Deng Xiaoping alla fine del 1970, il partito si è progressivamente allontanato dalla vita privata di tutti,.." (Mc Gregor 2011). Quindi è ovvio che ci sia molta più libertà ora per gli stessi lavoratori.

Siccome Deng aveva già pensato astutamente a come affrontare le masse che avrebbero protestato per il fatto che stavano meglio di prima, allora "... ordinò anche la creazione di una nuova Polizia armata del Popolo, composta da 400.000 unità, una squadra antisommossa itinerante incaricata di far piazza pulita di ogni segno di «crimini economici» (ovvero, scioperi e proteste). Secondo lo storico della Cina Maurice Meisner, «la Polizia armata del Popolo aveva nel proprio arsenale elicotteri americani e pungoli elettrici per il bestiame». E «diverse unità furono inviate in Polonia per addestramenti antisommossa»: lì studiarono le tattiche che erano state usate contro Solidarnosc durante la legge marziale" (Klein 2007). E' davvero un peccato che tutte le testimonianze affermino che la polizia fosse impreparata alla repressione tanto è vero che dovette intervenire l'esercito. Eccone alcune: "Nell'aprile 1999, Zhu Muzhi, il presidente della Società cinese per lo Studio dei diritti umani ha osservato che: “A quel tempo, la polizia era scarsamente equipaggiata ... Non avevano mai assistito a proteste su larga scala ... Non avevano allora proiettili di gomma né maschere anti-gas ... Le uniche armi che avevano erano i loro fucili” (Declassified History S.d.). Ilario Fiore, testimone dei fatti, conferma: "La polizia ci­nese, come quella sovietica e dei paesi del socialismo reale, non dispone di anti-riot forces, gli speciali reparti antisom­mossa di cui hanno buona esperienza le polizie occidentali: lacrimogeni, pallottole di gomma, cannoni ad acqua, uni­formi a scudo protettivo, cani lupo, gas non letali, strumen­ti cioè che servono allo scopo senza spargimento di sangue durante i disordini pubblici" (Fiore 1989, p.161).
Che film abbia visto la Klein rimane un mistero:
Queste richieste  (della democrazia) costrinsero il Politburo a compiere una scelta netta. Non si trattava, come molti hanno sostenuto, di scegliere tra democrazia e comunismo, o tra «riforma» e «vecchia guardia». Era un calcolo più complesso: il partito doveva continuare la marcia inarrestabile della sempre più impopolare rivoluzione liberista, cosa che avrebbe potuto fare solo a patto di calpestare i manifestanti? Oppure doveva piegarsi alle richieste democratiche del popolo, cedere il monopolio del potere, rischiando così di rallentare sensibilmente l'applicazione del progetto economico? (Klein 2008).
La sempre più impopolare "riforma liberista" portò alla fine il PCC ad un consenso persino imbarazzante (87%). La democrazia alla Eltsin o anche Solidarnosc sostenuta dagli occidentali in realtà portò proprio alle terapie shock e niente affatto al "rallentamento dell'applicazione del progetto economico" oltre ad una marcata impopolarità:
Alcuni riformatori liberisti all'interno del partito, in particolare il segretario generale Zhao Ziyang, sembravano disponibili a scommettere sulla democrazia, convinti che le riforme politiche e quelle economiche potessero ancora essere compatibili. Elementi più influenti del partito, invece, non erano disposti a rischiare.
Il verdetto arrivò: lo Stato avrebbe protetto il suo programma di «riforma» economica schiacciando i dimostranti. Era questo il chiaro messaggio allorché, il 20 maggio 1989, il governo della Repubblica popolare cinese dichiarò la legge marziale. Il 3 giugno, i carri armati del1’Esercito di liberazione popolare raggiunsero i dimostranti, sparando sulla folla. I soldati salirono sugli autobus dove gli studenti si erano rifugiati e li presero a bastonate; altre truppe oltrepassarono le barricate che proteggevano piazza Tienanmen, dove gli studenti avevano eretto una statua alla Dea della Democrazia, e radunarono gli organizzatori.  Azioni militari analoghe si svolsero simultaneamente in tutto il Paese (Klein 2008).
I soldati che salirono sui bus a bastonare i dimostranti non risultano affatto. Naturalmente alla Klein non rimane che saccheggiare il piano B dei Cold Warriors ossia siccome gli studenti erano troppo procapitalisti allora la repressione si attuò sui lavoratori ossia verso il fronte (anti)-popolare formato da studenti, lavoratori, contadini, piccoli imprenditori, disoccupati e soprattutto teppisti da strada. I "lavoratori" si dimostrarono una volta all'estero non meno procapitalisti degli altri e persino più reazionari come appunto i loro maestri di Solidarnosc. Ovvio poi che per la signora i morti furono migliaia come dissero i testimoni oculari  che si erano andati a nascondere e che quindi non videro nulla.
Non ci saranno mai stime attendibili del numero di morti e feriti. Il partito ammette che furono centinaia, e testimoni oculari all'epoca parlavano di cifre oscillanti tra i duemila e i settemila morti, e fino a trentamila feriti. Alle proteste seguì una caccia alle streghe su scala nazionale, rivolta contro tutti i critici e gli oppositori del regime. Furono arrestate circa quarantamila persone, migliaia finirono in carcere e molte - forse centinaia - furono giustiziate. Come in America Latina, il governo riservò la repressione più dura agli operai che rappresentavano la minaccia più diretta alla rivoluzione economica. «La maggior parte degli arrestati, e praticamente tutti i giustiziati, erano lavoratori. Con l'evidente scopo di terrorizzare la popolazione, divenne un'abitudine tristemente nota quella di sottoporre sistematicamente gli individui arrestati a pestaggi e torture» scrive Maurice Meisner (Klein 2008).
Naturalmente affermare che la Cina sia capitalista costituisce una apologia indiretta del capitalismo, in quanto i successi dei comunisti cinesi e vietnamiti vengono attribuiti al capitalismo se non al liberismo tout court. Del resto è la stessa tesi sostenuta dai promotori del Washington Consensus ovvero la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale i quali:
…spalleggiati da autorevoli organi di stampa come "The Economist” e "The Financial Times", sono andati strombazzando che la riduzione delle diseguaglianze di reddito e della povertà sul piano globale che accompagna, a partire dal 1980, la crescita economica cinese, si spiegherebbe con l'adesione della Cina alle linee guida da loro prescritte. È un'affermazione, questa, che fa a pugni con la lunga serie di disastri economici provocati dall'effettiva adesione a quelle direttive verificatasi nell'Africa subsahariana, in America latina e nella ex Unione Sovietica dei primi anni '90 (Arrighi 2008, 390-391)[3].
Per Arrighi non c’è dubbio che la Cina abbia ben poco a che vedere con il cosiddetto “liberismo”. Perché la Cina è diventata così importante si chiede Arrighi:
A quale combinazione di scelte e di condizioni può essere fatta risalire la sua straordinaria trasformazione economica che Stiglitz ha definito come "probabilmente la più notevole [...] di tutta la storia"? E quali rapporti legano la rinascita economica di oggi all'antica tradizione dello sviluppo di mercato non capitalistico, all'eclissi economica secolare seguita alle Guerre dell'oppio e alla tradizione rivoluzionaria che ha portato alla nascita della Repubblica popolare cinese? Per cercare di rispondere a queste domande bisogna innanzitutto spazzare il terreno dal mito che l'ascesa cinese possa essere attribuita a una presunta conversione al credo neoliberale (Arrighi 2008, 391).
Ma la Klein va anche oltre e riprende la stravagante teoria su Tienanmen dove le masse popolari combattevano sulle barricate contro il neoliberismo:
Di recente è emersa un'altra versione del significato di Tienanmen: una visione che sfida i cliché diffusi, e mette il friedmanismo al centro della storia. Questa versione alternativa è portata avanti, tra gli altri, da Wang Hui, uno degli organizzatori delle proteste del 1989, oggi un importante intellettuale che sta a capo di quella che in Cina è detta la «Nuova Sinistra». Nel suo libro del 2003, Il nuovo ordine cinese, Wang spiega che i manifestanti appartenevano a una vasta gamma di classi sociali: non solo ricchi studenti universitari, ma anche operai, piccoli imprenditori e insegnanti. A scatenare la protesta, dice, fu lo scontento popolare rispetto ai «rivoluzionari» cambiamenti introdotti da Deng nell'economia, che avevano provocato l'abbassamento dei salari, l'aumento dei prezzi e «una crisi di licenziamenti e disoccupazione».(Klein 2008).
Per al verità fino al 1989 non vi fu nessun cambiamento rivoluzionario basta pensare che la imprese private erano limitate ad otto dipendenti che era il limite "marxiano" dell'impresa famigliare e la proprietà privata non aveva nessuna tutela legale. Tanto meno vi erano licenziamenti e disoccupazione che furono un problema verso la fine degli anni '90 semmai. I redditi dei contadini erano aumentati di tre volte e quelli degli operai raddoppiati rispetto al 1978. "Negli anni '80, in termini di standard di vita materiale, la classe lavoratrice cinese era rimasta relativamente benestante" dice addirittura il neo-maoista (ma un po' trotskista) Minqi Li (Minqi Li 2008). Marta Dassù, che al tempo dirigeva il Cespi e poi è stata sottosegretario agli esteri nel governo Monti nonché specialista delle riforme econo­miche di Deng, era intervenuta su l'Unità poco dopo i fatti di Tienanmen con un'analisi delle trasformazioni degli ultimi anni, con­cludendo "che - lungi dall'aver subito una degenerazione di fondo - la Cina di Deng non è cambiata abbastanza rispetto a quella di Mao" (Moscato 1990, in Maitan 1999, pp. 64-65). C'erano senza dubbio problemi di ordine sociale come l'inflazione che portava ad un aumento dei prezzi e un disagio come quello portato da cambiamenti di prospettiva piuttosto che da veri cambiamenti epocali nell'economia.
Edoarda Masi ribadisce questo collegamento tra Tienanmen e il liberismo: "Quanto agli anni trascorsi dalla svolta radicale impressa da Deng Xiaoping, va ricordato che l'attuazione della svolta stessa richiese tempi lunghi. La repressione violenta di quei giorni, secondo l'autorevole parere di Wang Hui, non fu un incidente ma fu cercata e voluta da quei settori della classe dirigente che intendevano ormai procedere spediti sulla via delle cosiddette riforme" (Masi e Di Francesco. 1999). Affermazioni che non solo forzano il pensiero di Wang ma che sostengono la tesi apertamente diffamatoria e destituita di ogni fondamento secondo cui addirittura i comunisti avrebbero voluto ad ogni costo lo scontro violento. Tesi smentita dai Tienanmen papers e dalla stessa Ambasciata americana. Ancorasa oggi a distanza di anni si continua nei giornali di sinistra con la trita tiretera dei semplificatori "Il processo di accumulazione capitalistico cinese iniziato negli anni Novanta, con il colpo di grazia post 1989, una vera e propria shock therapy, ha dato vita oggi a una nuova classe di lavoratori" (Pieranni 2014). La quale nuova classe di lavoratori sarebbe poi l'equivalente della "metalmezzadria" anni '50. Forse Pieranni è nato dopo gli anni cinquanta ed è per questo che si affida ad una oscura ricercatrice di Hong Kong per riscoprire una costante della formazione della classe operaia nel mondo.

Wnag Hui invece colloca molto bene l'episodio di Tienanemn nel quadro della crisi dei regimi socialisti:

Nelle discussioni sul modello cinese molti studiosi mettono l’accento sulla stabilità dello sviluppo e ritengono che la Cina non abbia conosciuto grandi crisi. Questa tesi non è corretta. Il 1989 è stato l’anno della crisi maggiore dei trent’anni di riforme economiche; la Cina ha attraversato questa crisi ma ancora oggi ne possiamo vedere le tracce in diversi campi. Quella crisi era anche parte integrante di una crisi mondiale, che peraltro era soprattutto una crisi politica e non economica. La crisi cinese del 1989 può essere considerata come il preludio della crisi dell’Urss e i paesi dell’Est europeo, con la differenza però che questi paesi sono crollati mentre la Cina ha mantenuto fondamentalmente la stabilità del suo sistema. Quei paesi erano anch’essi, come la Cina, stati socialisti diretti da partiti comunisti: come mai invece la Cina non è crollata?(Wang Hui 2010).
Wanh Hui spiega anche il perché la Cina non solo non sia crollata ma addirittura ha rafforzato la propria stabilità e questo non ha nulla a che vedere con le soluzioni semplicistiche dei sui seguaci occidentali. "Non ho qui il tempo di discutere nei dettagli le origini e implicazioni di questa questione; posso soltanto concentrarmi sulla principale peculiarità che distingue il sistema cinese da quello dell’Urss e dei Paesi dell’Est, ossia l’indipendenza e l’autonomia nell’esplorazione di una strada per lo sviluppo sociale e la posizione di sovranità che deriva da questa scelta." (Wang Hui 2010). Naturalmente Wang Hui propende per la positività della via esplorata dai comunisti cinesi. Egli continua: "Le riforme cinesi hanno una loro logica interna e un carattere autonomo, sono riforme attive e non passive, molto diverse dalle varie “rivoluzioni colorate”, frutto di un contesto complesso dell’Est europeo e dell’Asia centrale."(Wang Hui 2010)

La Klein si spinge nella tipica reverenza che si deve alle "masse" sia pure reazionarie ad affermare, basandosi su Wang che "I dimostranti, d'altra parte, chiedevano democrazia, ma molti si opponevano fermamente alle riforme capitalistiche del governo, un fatto quasi universalmente trascurato dalla stampa occidentale. In Cina, democrazia e liberismo non andavano a braccetto: erano da parti opposte della barricata che proteggeva piazza Tienanmen".(Klein 2008). Insomma i manifestanti erano per il socialismo e i repressori per il capitalismo più spinto. Non si sa bene cosa c'entri il richiamo a Wang Hui quando questi afferma che per il movimento degli studenti di Tienanmen il “bersaglio principale era lo stato socialista,” e “tra le varie componenti, esso contava gruppi d'interesse privati che erano stati in passato i grandi vincitori del decentramento del potere e delle ricchezze. Questi avevano rivendicazioni proprie e chiedevano al governo l'attuazione di un programma di radicale privatizzazione. Hanno strumentalizzato il movimento per modificare i rapporti di forza all'interno del governo nella direzione a loro favorevole (certi gruppi economici come la Kanghua Company e la Sitong Company hanno esercitato forti pressioni). Un fenomeno identico si è verificato tra gli intellettuali strettamente legati al potere statale. Un nuovo genere di tirannia. Agli occhi del resto del mondo, i neoliberali si sono posti come contestatori del regime in lotta contro la «tirannia» e per la «libertà»” (Wang Hui 2002)

Lo stesso Harvey aggiunge:  "La Cina ha dovuto accettare compromessi su entrambi questi versanti, oltre che con le regole neoliberiste del commercio inter­nazionale stabilite presso il WTO, cui la Cina ha aderito nel 2001. Poi hanno cominciato a comparire richieste politiche di liberalizzazione. Nel 1986 emersero in superficie le proteste dei lavorato­ri (cosa dubbia semmai erano gli studenti liberali). Un movimento studentesco, che simpatizzava con i lavoratori (per nulla) ma esprimeva anche proprie richieste di maggiori libertà (soprattutto economiche = liberalismo), rag­giunse il suo sviluppo massimo nel 1989. La tremenda tensione politica che accompagnò la neoliberalizzazione economica (che in realtà fino all'89 non ci fu) giunse al culmine con il massacro degli studenti in piazza Tien-An-Men. La violenta repressione di Teng, condotta contro i desideri dei riformatori del partito, indicava chiaramente che la neoliberaliz­zazione in campo economico non era accompagnata da alcun progresso sul terreno dei diritti umani, civili o democratici. Men­tre esercitava la sua repressione sul piano politico, la fazione di Teng, per sopravvivere, doveva avviare un'altra ondata di riforme neoliberiste", sebbene egli ritenga che la Cina non aderisse alle terapie shock.

E' curioso che questi guru della sinistra radicale si smentiscano l'uno con l'altro. Ad esempio scrive Minqi Li: "Ho fatto una analisi marxista del "movimento democratico" del 1989, sostenendo che il movimento non era per niente un movimento popolare democratico, ma che non si poteva capire senza un'analisi della relazione triangolare di classe tra la classe dirigente capitalista burocratica, la classe media urbana (gli intellettuali liberali), e la classe operaia urbana. Gli intellettuali liberali e i capitalisti burocratici condividevano molte interessi comuni. Gli intellettuali liberali non erano in grado di guidare il "movimento democratico" alla vittoria proprio a causa della loro paura delle potenzialità democratiche della classe operaia." (Minqi Li 2008), insomma gli studenti liberali non si filavano i lavoratori che per altro erano diretti da quel grande rivoluzionario professionale (con i soldi della CIA) di Han Dongfang.
Certo non si può sapere come sarebbero andate le cose se a Tienanmen avessero vinto gli studenti oppure i lavoratori diretti dal Lech Walesa cinese, ma sappiamo come sono andate in Polonia, uno dei primi paesi  a "socialismo di mercato". Non sembra che ci sia più socialismo ora che prima.

Chi come Naomi Klein che, partendo da queste affermazioni, parla di shock therapy a proposito della Cina prende un grande abbaglio. Scrive un economista cubano che i cambiamenti sono avvenuti gradualmente. Sono stati sperimentati in zone limitate e poi eventualmente generalizzati dopo che hanno dimostrato la loro efficacia. Sono stati applicati in diverse fasi e poi generalizzati a diversi livelli. (Díaz Vázquez 2007)

Ma vediamo cosa pensa Wang Hui, chiamato in causa dalla Klein, della terapia shock che sarebbe stata applicata alla Cina::
Le riforme in Cina non hanno seguito la “terapia shock” come in Russia e lo Stato ha forti capacità regolatrici dell’economia. Il sistema finanziario cinese ha mostrato una certa stabilità, proprio perché la Cina non ha totalmente imboccato la via del neoliberismo; il fatto che la terra non sia stata privatizzata (ma si può disporne con una certa libertà secondo le necessità del mercato) ha non solo gettato le basi per salvaguardare il basso reddito della società rurale, ma ha anche reso possibile l’apertura a organismi che sfruttano le risorse della terra per conto dello Stato. L’enorme gettito fiscale proveniente dalle imprese statali ha fornito inoltre un supporto per le forze regolatrici del governo nei confronti della crisi economica. Tutto ciò ha un rapporto con la capacità e le aspirazioni dello Stato.(Wang Hui 2010) 
Wang Hui almeno in questo ultimo scritto sembra in piena sintonia con Arrighi, Galbright e Khoo piuttosto che con la Klein e compagnia, infatti mette in risalto il peso delle aziende statali e delle forze regolatrici del governo, nella Cina odierna. La povera Naomi viene addirittura smentita dalla stesso David Harvey, per altri versi piuttosto ostile alla leadership cinese, il quale afferma: 
Quello che si può dire con certezza è che la Cina, non seguen­do la terapia d'urto della privatizzazione immediata, poi sommini­strata alla Russia e ai paesi dell'Europa centrale dall'FMl, dalla Banca mondiale e dal «consenso di Washington» negli anni no­vanta, è riuscita a evitare i disastri economici che hanno devastato quei paesi. Iniziando il suo specifico percorso verso il «socialismo con caratteristiche cinesi» o, come alcuni adesso preferiscono di­re, la «privatizzazione con caratteristiche cinesi», è riuscita a co­struire una forma di economia di mercato manipolata dallo stato che ha portato a una crescita economica eccezionale (mediamente vicina al 10 per cento annuo) e ha garantito per più di vent'anni li­velli di vita crescenti a una parte rilevante della popolazione (Harvey 2007).
Proprio alla viglia del congresso del 2012 in un saggio apparso sulla rivista teorica del Partito risponde alla domanda: Si possono copiare in maniera indiscriminata i piani di privatizzazione occidentali? si risponde dicendo:
Negli anni ’80, sotto la guida del pensiero neoliberista, in USA e in Regno Unito c’è stata un’ondata di privatizzazioni. Molte imprese precedentemente possedute dallo stato, come le ferrovie, l’aviazione, le banche, il petrolio, le telecomunicazioni, il ferro e l’acciaio, il carbone ed il gas, la cantieristica navale e l'industria militare, sono state privatizzate. Le riforme in Europa e America in una certa misura hanno fatto fronte alla “stagflazine”, ma hanno anche acuito le contraddizione del capitalismo, portando a una seria polarizzazione delle ricchezze.
Le privatizzazione in Europa e America degli anni ’80 e ’90, sono state prese a esempio da molti paesi in via di sviluppo, ma il risultato non è stato buon come sperato. Le privatizzazione hanno creato un gruppo di miliardari ma non hanno indebolito i monopoli e non hanno accelerato lo sviluppo economico e non ci sono stati benefici per i cittadini comuni. Durante le privatizzazioni in Messico Carlos Slim decise di comperare la compagnia telefonica nazionale, oggi è tra le persone più ricche del mondo, e monopolizza circa il 90% della telefonia messicana mentre il Messico è tra le nazioni al mondo con la più grande disparità sociale.
Nel processo di privatizzazione in Russia è stata adottata una “terapia shock” relativamente radicale. Il petrolio, il gas, le banche e altri sono stati completamente privatizzate, ma il “miracoloso” prodotto di questa “riforma” è stata la creazione di oligarchi monopolisti come Khodorkovsky e Berezovsky. In ogni caso l’economia russa collassò rapidamente facendo diminuire gli standard di vita della gran parte della popolazione (Wu Qiang. 2012).
E' evidente che Wu Qiang non è al corrente che la Cina avrebbe adottato al terapia shock già venti anni prima (Klein dixit).

La Cina come paese del puro terrore è uno dei classici dei China bashers e della nuova guerra fredda. La  Klein si iscrive pienamente e brutalmente tra i nuovi Cold Warriors che hanno bisogno di gente come lei per fare passare la guerra fredda a sinistra:
Nei tre anni successivi al massacro, la Cina spalancò le porte agli investimenti stranieri, e speciali zone di libera esportazione sorsero in tutto il Paese. Mentre annunciava queste iniziative, Deng ricordò al Paese che «se necessario, ogni mezzo possibile sarà adottato in futuro per soffocare sul nascere eventuali disordini. Potrà essere introdotta la legge marziale, o provvedimenti ancor più severi» (Klein 2008).
Per la verità la politica delle porte aperte data dalla fine degli anni '70 e bisognerebbe poi spiegare come questi investimenti stranieri abbiano nuociuto alla Cina. Bisognerebbe dimostrare anche come le condizioni della classe operaia in Cina siano peggiori di quelle di Mao, cosa un tantino difficile da dimostrare, ma che siano ad esempio anche peggiori degli paesi al suo livello di sviluppo, cosa quasi impossibile da dimostrarsi e soprattutto che le condizioni di lavoro siano peggiorate. Ad esempio la forza lavoro è sottopagata rispetto a cosa, e a chi? Il "minimo di tutele" lo si vede ora che vengono ritenute superiori a paesi come l'Italia. Anche sul fatto che i funzionari cinesi siano particolarmente corruttibili ci sarebbe da dire dato che in tutti i paesi allo stesso livello di sviluppo della Cina i funzionari sono più corrotti di quelli cinesi:
Questa ondata di riforme trasformò la Cina in un'enorme fabbrica per lo sfruttamento della manodopera, la meta preferita da quasi tutte le multinazionali del pianeta. Nessun altro Paese offriva condizioni più convenienti: tasse e tariffe basse, funzionari corruttibili e, soprattutto, abbondante forza lavoro sottopagata che per molti anni avrebbe esitato a richiedere salari decenti o semplicemente le minime tutele di sicurezza, per paura di violente rappresaglie. Per gli investitori stranieri e per il partito, è stata la soluzione ideale  (Klein 2008).
E qui torniamo all'inizio della storia quando per i commentatori tradizionalmente vicini alla "sinistra radicale", dalla Colotti Pischel a Canfora, la Cina del dopo Tienanamen veniva identificata con il fascismo imperante e diventava una sorta di nemico principale. Poi i due si sono ricreduti fino a tessere le lodi della Cina socialista. Ma la Kelin non sembra mostrare alcun dubbio:
È il classico Stato corporativo, già visto all'opera in Cile sotto Pinochet: un intreccio di interessi fra le élite aziendali e politiche, che uniscono le forze contro i lavoratori come in una forza politica organizzata. Oggi è possibile vedere questa collaborazione manifesta nel modo in cui le multinazionali del settore tecnologico e dell'informazione aiutano lo Stato cinese a spiare i propri cittadini, accertandosi che quando immettono in internet frasi come «massacro di piazza Tienanmen» o persino «democrazia», la ricerca non dia risultati. «La creazione dell'attuale società di mercato non è stata l'esito di una sequenza di eventi spontanei» scrive Wang Hui «ma piuttosto di interferenza e violenza da parte dello Stato» (Klein 2008).
E' un vero peccato che sia proprio Wang Hui a ribellarsi alla descrizione della Cina nei termini dello "stato totalitario" tipico dei Cold warriors:  "Inoltre il ruolo dello Stato sta cambiando non solo nel campo delle relazioni internazionali ma anche nei rapporti interni. Descrivere il ruolo dello Stato cinese usando semplicemente il concetto di “Stato totalitario” tende a confondere gli aspetti positivi e negativi del ruolo dello stato" (Wang Hui 2010). Insomma ci mancava l'equivalenza fascismo= comunismo e si ritorna in piena guerra fredda:
Una delle verità messe in luce da Tienanmen fu la profonda affinità fra le tattiche del comunismo autoritario e il capitalismo della Scuola di Chicago: li univa la volontà di far sparire gli oppositori, di far tabula rasa di ogni resistenza, e ricominciare da capo. Sebbene il massacro fosse avvenuto appena qualche mese dopo il suo suggerimento ai funzionari cinesi di imporre politiche liberiste dolorose e impopolari, Friedman non affrontò mai «una valanga di proteste, per aver voluto consigliare un governo così malvagio». E come al solito, non vedeva connessioni tra i consigli che aveva dato e la violenza necessaria per tradurli in pratica. Pur condannando l'uso della repressione da parte del governo cinese, Friedman continuò a considerare la Cina un esempio «dell’efficacia del libero mercato nel promuovere prosperità e libertà» (Klein 2008).
Qui si dimostra come la Polonia del dopo comunismo fosse molto meglio di quella del comunismo e anche della Cina perchè c'era ovviamente Solidarnosc (qualcuno la informi che il sindacato dell'elettricista clericale diede vita poi ad un partito di destra):
Per una strana coincidenza, il massacro di piazza Tienanmen ebbe luogo lo stesso giorno in cui si consumò la storica vittoria elettorale di Solidarnosc in Polonia: il 4 giugno 1989. In un certo senso, si trattava  di due esempi molto diversi della dottrina dello shock. Entrambi i Paesi avevano dovuto sfruttare lo shock e la paura per applicare una trasformazione liberista. In Cina, dove lo Stato usò apertamente il terrore, la tortura e l'omicidio, il risultato fu, dal punto di vista del mercato, un totale successo. In Polonia, dove furono sfruttati solo lo shock della crisi economica e la rapidità dei mutamenti - e non ci fu violenza aperta - gli effetti dello shock finirono per esaurirsi, e i risultati furono molto più ambigui (Klein 2008).
Vediamo quale fu l'effetto della terapia chock che sarebbe stata attiva già dal 1988 per non dire prima:
1. I dipendenti dallo stato dalle società con carattere socialista sono aumentati dal 1980 fino a quasi raddoppiare nel 1995. Eventualmente sono calati dopo il il 1995 ma ancora nel 2002 erano di 72 milioni superiori al 1980!!! Inoltre il numero degli occupati è sempre aumentato in questi anni e coloro che perdevano il lavoro nelle aziende ristrutturate lo trovavano nell'autoimpiego e nel privato.
2. Il valore delle SOEs pur diminuendo il numero degli occupati era maggiore nel 2004 di quello del 1995. Da aziende in perdita o stagnanti furono trasformate in aziende in attivo fornendo allo stato il surplus per le proprie politiche sociali (come del resto afferma anche Wang Hui). 
3."..l'era delle riforme ha visto una grande espansione del numero dei dipendenti a libro paga del governo da 20 milioni nel 1990 a più di 46 milioni nel 2004. Gli investimenti di capitale fisso degli apparati dello Stato in proporzione al PIL nel 2002 è stato più in alto che nei primi anni della riforma. La spesa quell'anno era superiore sia negli investimenti in immobilizzazioni (beni fissi) agricoli sia in immobilizzazioni finanziarie nell'educazione" (Huang 2008, pp. 167-8 cit. in Khoo 2012)
occupati per
tipo di proprietà
1980
1990
1995
2000
2002
Stato
80.2
103.5
112.6

81.0
71.6
di cui (SOEs)
67.0
73.0

76.4

43.9

35.3
collettiva
24.3

35.5

31.5

15.0

11.2
joint-owned
0

1.0

3.7

13.4

18.3
TVEs
30.0
92.7

128.6

128.2

132.9
Totale
201,5

315,7

382,8

281,5

279,3

Fonte: Prasad2004. Nel 1995 dopo la schock therapy (Klein dixit) gli occupati in aziende socialiste erano 171 milioni in più del 1980 e e 67 milioni in più del 1990 dopo 5 anni di cura radicale della coppia Deng-Friedman!!!
Insomma secondo la Klein, Deng ha approfittato dello shock di Tienanmen per aumentare immediatamente i dipendenti delle aziende pubbliche come voleva Friedman (forseee!) e soprattutto i dipendenti dello stato! Ha gioco facile Zhuang Junju, un economista cinese che scrive per una rivista marxista americana, ad affermare: "Il neoliberismo critica fortemente l'intervento dello Stato e sostiene che qualsiasi forma di intervento pubblico creerà la perdita di efficienza economica." (Zhuang Junju 2007). Anzi dice Zhuang "Dal punto di vista dei neoliberali, socialismo significa limitazione e negazione della libertà e che porterà inevitabilmente al totalitarismo" che per l'appunto sembra il punto di vista della Klein e di Harvey ed è ciò che li accomuna ai neoliberali. "La teoria dell'economia di mercato socialista è quindi nettamente distinto da neoliberismo nei seguenti modi. La teoria dell'economia di mercato socialista si oppone con fermezza e resiste al Washington Consensus, che vuole diffondere il neoliberismo come ideologia nazionale per favorire l'espansione del capitale monopolistico internazionale. La teoria dell'economia di mercato socialista aderisce a un regime di proprietà composto principalmente di proprietà pubblica, consentendo l'esistenza di altri tipi di proprietà, ma opponendosi alla completa privatizzazione. La privatizzazione globale non è appropriato nemmeno in una società capitalista, in quanto non conforme ai requisiti intrinseci per lo sviluppo delle forze produttive. Più i beni pubblici sono necessari per la società, maggiore è il livello di sviluppo economico. La produzione e la fornitura di beni pubblici non è possibile sulla base della proprietà puramente privata. Alcuni beni devono essere stabiliti sulla base del sistema di proprietà pubblica. Lo sviluppo dell'economia di socialista di mercato della Cina deve respingere la privatizzazione globale e fare in modo che il sistema di proprietà pubblica sia il suo contenuto principale." (Zhuang Junju 2007). Ovvimente i valori  a cui si inspirano le due ideologie sono molto diversi "Per esempio, i valori fondamentali del socialismo che sono incorporati nella teoria dell'economia socialista di mercato sono la correzione ai principi del neoliberismo, dell'individualismo, dei valori egoistici, e così via. I valori fondamentali socialisti sottolineano "mettere le persone al primo posto" come valore di base; "l'arricchimento comune" è l'obiettivo dello sviluppo, mentre "l'equità e la giustizia" ne sono il cuore".(Zhuang Junju 2007).

L’economista James Galbright e il già citato Stiglitz attribuiscono, invece, i successi cinesi al non avere dato retta ai consigli dei liberisti e alle loro shock therapy:
Sia la Cina che l'India negli anni settanta si sono tenute alla larga dalle banche occidentali, risparmiandosi così la crisi del debito. Entrambe hanno mantenuto fino a oggi il controllo sui movimenti dei capitali, evitando flussi e riflussi speculativi di denaro "caldo" attraverso i propri confini. Entrambe mantengono tuttora una presenza significativa dello stato nell'industria pesante [...]. Sì, alla Cina e all'India nel complesso le cose sono andate bene. Ma ciò è dovuto alle riforme che hanno introdotto oppure ai regolamenti che non hanno abolito? Non c'è dubbio che la risposta corretta debba essere: a entrambi. (…)l'affermazione di Galbraith sull'autonomia delle riforme cinesi dalle prescrizioni neoliberali, trova conferma nella tesi di Stiglitz, … (che) il successo delle riforme cinesi andrebbe invece ricondotto al fatto che in esse il gradualismo non è stato abbandonato per essere sostituito da qualcuna delle terapie shock suggerite dal Washington Consensus; al fatto di aver riconosciuto che per mantenere la stabilità sociale bisogna che le ristrutturazioni procedano di conserva con la creazione di nuovi posti di lavoro; e al fatto di aver cercato di garantire il riutilizzo operoso delle risorse che l'intensificarsi della concorrenza espelleva dal processo lavorativo (Arrighi 2008, 391).
La Cina non è certo stata succube dei voleri americani e del FMI viste le sofferenze inflitte all’URSS e agli ex paesi socialisti e considerati gli spettacolari successi della Cina. Arrighi cita un alto funzionario della Banca mondiale, Ramgopal Agarwala, che considera la Cina come un paese che pur ascoltando i suggerimenti degli stranieri ha preso decisioni basandosi sulle specificità nazionali in termini sociali, politici ed economici: “Quale che possa essere stato il segreto del successo della Cina, non si è trattato certamente di una cieca obbedienza alle indicazioni del Washington Consensus. La vera cifra del suo processo di sviluppo sono state le riforme con "caratteristiche cinesi" ”(Arrighi 2008, 391).


David Harvey fa parte anche egli di quella sinistra radicale di estrazione libertaria più che marxista. Egli sostiene che non si tratti di un caso che Deng salga al potere nel periodo della Thatcher e di Reagan (per la verità Deng viene prima di questi due) e a molti (me compreso) sembra che il primo c'entri con gli altri due come i cavoli a merenda. La mente però dei personaggi della sinistra radicale è imperscrutabile. Egli afferma che Deng ha trasformato un paese chiuso e isolato come la Cina in un centro aperto di capitalismo dinamico con tassi di crescita sostenuti senza precedenti nella storia dell'umanità. Per un marxista se siamo in presenza di un dinamismo capitalista che non ha confronti nella storia umana, allora non vi sono le basi per la sua sostituzione con il socialismo giacché questo dovrebbe subentrare quando quello entra in crisi ed entra in crisi perché non è più capace di produrre sviluppo. Ciò è tanto più vero se il sistema concorrente è chiuso e stagnante economicamente come afferma Harvey.

Harvey poi trova le disugualianze addirittura straordinarie, frutto dell'economia orientata al mercato. In realtà vedremo che le differenze di reddito non sono affatto straordinarie e sono addirittura in calo. Ad esempio l'indice Gini, che dovrebbe essere in Cina il maggiore del mondo per le caratteristiche specifiche del paese, si è addirittura abbassato dallo 0,491 del 2008 allo 0,474 del 2013. (Gap 2013). Egli istituisce un curioso abbinamento tra nazionalismo e libero mercato che sarebbe operante non solo in Cina ma anche in Iran, Giappone, Corea e India anche se per la verità i classici neoliberali o i libertarian sono spesso anti nazionalisti e scarsamente patriottici. Come scarsamente patriottiche sono le multinazionali che, lamenta Harvey, investono in Cina licenziando in patria. Argomento per la verità molto "nazionalista" o protezionista che Arrighi però attribuisce all'ambiguità degli antiglobalizzatori.
Wang Hui mette in guardia nell'istituire un parallelo molto stretto tra la Cina il neoliberalismo eterodiretto e le stesse tigri asiatiche per non dire le rivoluzioni colorate per le quali propende la Klein. Le riforme cinesi hanno una natura autoctona:
Le riforme cinesi hanno una loro logica interna e un carattere autonomo, sono riforme attive e non passive, molto diverse dalle varie “rivoluzioni colorate”, frutto di un contesto complesso dell’Est europeo e dell’Asia centrale. Lo sviluppo della Cina non solo è diverso dalle economie dipendenti dell’America Latina, ma anche da quello del Giappone, della Corea e di Taiwan. Nel caso di questi paesi non si può semplificare parlando di “modello asiatico”, benché il ruolo dello Stato, le politiche industriali di questi governi e alcune strategie di sviluppo abbiano caratteristiche simili e interagiscano fra loro. In effetti, dal punto di vista politico la premessa delle riforme in Cina è stata l’autonomia, mentre lo sviluppo dei paesi sopra citati può essere definito in larga misura uno “sviluppo dipendente”. La differenza con i paesi dell’America Latina è però che i rapporti di dipendenza di questi ultimi durante la guerra fredda sono diventati proprio la premessa politica dello sviluppo.(Wang Hui 2010).
Harvey istituisce anche un parallelo tra l'autoritarismo e il neoberalismo: "La compatibilità tra autoritarismo e mercato capitalista era già stata chiaramente dimostrata in altri paesi, come il Cile, la Corea del Sud, Taiwan e Singapore". Per non parlare del rapporto tra autoritarismo e socialismo (da Lenin a Mao si rivendicava nientemeno che la dittatura del proletariato). Da questo punto di vista Harvey è sulla stessa lunghezza d'onda della Klein raffigurando nella copertina del proprio libro Deng assieme a Pinochet. Un intellettuale seppure critico come Wang Hui, che qui cito anche perché spesso scomodato a sproposito dalla "sinistra radicale" occidentale e segnatamente dalla Klein e da Harvey, è molto più circospetto rispetto alla democrazia. Egli infatti afferma: "Negli anni ’80, la questione della democrazia sembrava abbastanza semplice; dopo vent’anni di ondate di democratizzazione, da un lato la democrazia rimane la principale fonte di legittimità politica, ma d’altro lato la semplice trasposizione in Asia della democrazia occidentale non esercita più il fascino degli anni ’80 e ’90. Con lo sbiadimento delle “rivoluzioni colorate” dopo la crisi di queste nuove democrazie, i movimenti per la democrazia dopo il 1989 nell’Europa dell’Est, in Asia centrale e altre regioni sono in declino; nello stesso tempo, nella società occidentale e in altri paesi democratici del terzo mondo (come l’India) lo svuotamento della democrazia porta alla sua crisi generalizzata". (Wang Hui 2010). Molto critico dunque verso quelle "rivoluzioni colorate", il cui prototipo fu Solodarnosc, tanto apprezzate dalla Klein. Wang continua: "La forma principale di democrazia politica dopo la II guerra mondiale era quella parlamentare bipartitica o multi partitica, ma nelle condizioni del mercato, i partiti smarriscono sempre più l’originaria rappresentatività democratica e, pur di vincere le elezioni i valori della politica sono diventati sempre più confusi, svuotando la democrazia rappresentativa;[...] A seguito del fatto che gli interessi dei partiti si identificano con gruppi di interessi particolari, e persino con oligarchie, la democrazia formale diventa gradualmente una struttura politica staccata dalla società ai livelli di base, e le rivendicazioni di quest’ultima non ottengono una rappresentanza politica, cosicché essa viene costretta ad azioni difensive anarchiche, (come ad esempio l’insorgenza “maoista” in India). In tal modo non soltanto la democrazia formale, ma anche lo Stato in sé si sono svuotati in molte regioni del mondo. In diversi stati democratici, le elezioni dipendono da massicci finanziamenti e l’illegalità convive con la legalità, il che mina il prestigio delle elezioni". (Wang Hui 2010).
Harvey scive:  "In base allo slogan dello xiaokang - il concetto di una società ideale che provvede al benessere di tutti i suoi cittadini - Teng si concentrò su «quattro modernizzazioni»: nell'agricoltura; nell'industria; nell'istruzione; nella scienza e nella difesa. Le riforme puntavano a far sì che le forze del mercato si orientassero verso l'economia interna della Cina. L'idea era di sti­molare la competizione tra aziende di proprietà statale e di conse­guenza innescare l'innovazione e la crescita".(Harvey 2007). Beh non si può dire certo che non abbia ottenuto dei risultati almeno nel riattivare l'asfittica economia cinese. Le quattro modernizzazioni erano veramente già un obbiettivo agli inizi degli anni '60 sebbene oggi si discuta di chi fu la paternità che alcuni attribuiscono a Chu Enlai e altri allo stesso Mao.

Harvey poi continua: "La crescita economica veniva considerata un mezzo per raggiungere questi scopi, piuttosto che un obiettivo in sé. E il percorso scelto sembra coincidere con l'obiettivo di im­pedire la formazione di qualsiasi blocco di potere coerente della classe capitalista all'interno della Cina. Una forte dipendenza dagli investimenti stranieri diretti (una strategia di sviluppo economico completamente diversa da quella adottata dal Giappone e dalla Corea del Sud) ha fatto in modo che il potere della classe capitali­sta rimanesse all'estero , e ciò ha in qualche modo facilitato, almeno nel caso cinese, il controllo dello stato. Le bar­riere agli investimenti esteri di portafoglio limitano di fatto il pote­re del capitale finanziario internazionale sullo stato cinese. La ri­luttanza a consentire forme di intermediazione finanziaria diverse da quella delle banche di proprietà dello stato - come i mercati azionari e i mercati del capitale - sottrae al capitale una delle sue armi più importanti di fronte al potere dello stato. Lo sforzo di mantenere intatte le strutture di proprietà statale, pur mentre vie­ne liberata l'autonomia manageriale, fa anch'esso pensare a un tentativo di inibire la formazione di una classe capitalista". (Harvey 2007). Se questa è la situazione non si vede dove sia il neoliberalismo.



David Harvey, Joel Andreas e Giovanni Arrighi 
discutono del libro Adam Smith a Pechino
Harvey scrive: "Si consideri, poi, il modo in cui con il tempo si è evoluto ogni singolo settore. In quello agricolo, ai contadini venne concesso il diritto di utilizzare i terreni comuni in base a un sistema di «re­sponsabilità individuale» già all'inizio degli anni ottanta. Dap­principio potevano vendere tutti i surplus (ciò che rimaneva una volta realizzati gli obiettivi comuni) a prezzi di libero mercato, in­vece che controllati dallo stato. Alla fine degli anni ottanta le pro­prietà comuni erano del tutto sparite. Anche se i contadini non potevano diventare legalmente proprietari delle terre, potevano prenderle e darle in affitto, assumere manodopera e vendere i propri prodotti a prezzi di mercato (veniva così definitivamente meno il doppio sistema di prezzi). Il risultato fu che i redditi nelle aree rurali aumentarono al tasso stupefacente del 14 per cento an­nuo, mentre anche la produzione cresceva in modo simile, tra il 1978 e il 1984". (Harvey 2007) Fu probabilmente l'unico caso al mondo in cui i redditi rurali crescevano di più di quelli cittadini. Non è un caso che questa sia anche una delle riforme più imitate nei paesi socialisti da ultimo a Cuba e Corea del Nord. Ma Harvey continua: "Di lì in avanti i redditi delle aree rurali rimasero stagnanti e addirittura diminuirono in termini reali (in particolare dopo il 1995) ovunque, tranne che in alcune zone e linee di pro­duzione selezionate. La disparità tra i redditi rurali e quelli urbani aumentò in modo considerevole. I redditi urbani, che nel 1985 raggiungevano una media di soli 80 dollari all'anno, conobbero una crescita straordinaria e nel 2004 superavano i 1000 dollari, mentre nello stesso periodo i redditi rurali passarono da circa 50 dollari a circa 300". (Harvey 2007). Come minimo Harvey non sa fare i conti se dice che i redditi rurali sono diminuiti ma certamente chi mettesse l'economia di un paese nelle mani di Harvey sarebbe davvero messo male se egli non riesce a capire la ragione per la quale i redditi urbani crescono più velocemente dei redditi rurali. Tra l'altro non c'è in questo senso né un prime né un dopo Mao. In qualsiasi paese, ma anche in qualsiasi paese socialista (ad esempio nell'URSS staliniana) è sempre stato così. La ragione è assai semplice per i comuni mortali, dalla terra non si può ottenere più di tanto mentre dall'industria e dai servizi per esempio si potrebbe ottenere un aumento produttivo teoricamente infinito. Ma Harvey non deve essere un comune mortale. Inoltre non ci vuole un'aquila a capire che se si chiede ad un contadino se preferisce guadagnare 300 dollari (mentre un cittadino ne guadagna 1000) piuttosto che 50 (mentre un cittadino ne guadagnava 80) egli preferisca guadagnarne comunque 300, anche perché a differenza di Harvey probabilmente ne capisce la ragione.  Inoltre poi non si può affermare che anche i cittadini ci abbaino a rimesso dato che sembra che il demone del mercato abbia messi sul lastrico tutti tranne un piccolo pugno di profittatori, Harvey continua "Inoltre, la perdita dei diritti sociali collettivi precedentemente vigenti all'interno delle comuni - per quanto deboli potessero essere - significava che ora i contadini dovevano affrontare costi gravosi per fruire di scuole, assistenza medica e via dicendo. Non era così per gran parte dei residenti urbani, che risultarono peraltro favoriti quando, dopo il 1995, una legge sulle proprietà urbane conferì loro il diritto alla proprietà immobiliare e poterono speculare sui valori degli immobili. Il differenziale tra redditi reali urbani e rurali è attualmente, secondo alcune valuta­zioni, maggiore che in qualsiasi altro paese del mondo". La realtà è ben diversa. I contadini possono usufruire del welfare (scuola, sanità) e persino di una modesta pensione (in URSS la pensione per i kolkhoziani fu introdotta solo negli anni '70) cosa di cui prima non potevano usufruire senza per altro essere gravati dalle tasse a cui erano sottoposte le comuni che servivano allo stato per effettuare l'accumulazione per gli investimenti nell'industria. Harvey poi baipassa bellamente l'avvenimento forse più importante del XX secolo. 650 milioni di persone sottratte alla povertà. Una cosa che certamente non interessa ai marxisti del calibro di Harvey e della Klein.
Di semplificazione in semplificazione Harvey continua descrivendo la parabola di Deng: "Dopo aver compiuto nel 1992 un viaggio nelle regioni del Sud, per vedere con i suoi occhi quali fossero gli effetti dell'apertura all'esterno sullo sviluppo economico, un ormai anziano Teng si dichiarò del tutto soddisfatto. «Diventare ricchi è fantastico» dis­se, per poi aggiungere: «Che ci importa se il gatto è di pelo chiaro o di pelo nero, finché prende i topi?». L'intera Cina venne aperta, pur sempre sotto l'occhio vigile del partito, alle forze del mercato e del capitale straniero. Nelle aree urbane, per prevenire agitazio­ni sociali, fu incoraggiata una democrazia dei consumi. La cresci­ta economica basata sul mercato accelerò seguendo modalità che a volte sembravano fuori dal controllo del partito". (Harvey 2007). Dal che si deduce che lo sviluppo della Cina sarebbe in gran parte controllato dal partito, proprio ciò che i neoliberali imputano alla Cina per essere ancora "leninista". Occorre dire che il modello ideato da Deng dopo il viaggio al sud cominciò a chiamarsi (allora e non prima) "socialismo di mercato" e che i comunisti a differenza dei neopauperisti (con la pancia degli altri) non sono affatto contrari a che il popolo si arricchisca soprattutto se, come affermava Deng volendo riportare correttamente le sue posizioni, i primi ad arricchirsi devono aiutare quelli che rimangono indietro.

Harvey descrive in questi termini il percorso della Cina verso il neoliberalismo che comunque avvenne lentamente e non con la shock therapy della Klein:

Le SOE furono salvaguardate per molto tempo come elementi essenziali per garantire la stabilità del controllo statale dell'econo­mia. La sicurezza e i benefici che conferivano ai loro lavoratori, che con il tempo si ridussero, tennero in piedi per molti anni una rete di solidarietà sociale di cui beneficiava una parte considere­vole della popolazione. Intorno a queste aziende venne creata un'economia di mercato più aperta, sciogliendo le comuni agrico­le in favore di un «sistema di responsabilità personale» su base in­dividuale. Utilizzando i beni di proprietà delle comuni vennero create imprese cittadine e dei villaggi (township and village enterprises, TVE), che divennero centri di imprenditorialità, di pratiche di lavoro flessibile e di aperta competizione di mercato. Fu auto­rizzata la nascita di un settore interamente privato, dapprima solo per piccole iniziative nel campo della produzione, del commercio e dei servizi, e con limitazioni (che con il tempo divennero sem­pre meno rigide) quanto all'impiego di manodopera salariata. In­fine affluì il capitale straniero, che divenne sempre più importan­te durante gli anni novanta. Inizialmente limitato a joint venture in certe regioni, alla fine arrivò ovunque, anche se in modo irre­golare. Il sistema bancario di proprietà dello stato, cresciuto du­rante gli anni ottanta, gradualmente sostituì lo stato centrale nel fornire linee di credito alle SOE, alle TVE e al settore privato. Que­sti diversi settori non si evolvevano l'uno indipendentemente dal­l'altro; le TVE ricavavano i loro finanziamenti iniziali dal settore agricolo e fornivano mercati oppure procuravano risorse imme­diate alle SOE. Con il passare del tempo il capitale straniero si in­tegrò in queste aziende e il settore privato divenne più importan­te, sia direttamente (sotto forma di proprietari) sia indirettamente (sotto forma di azionisti). Quando le SOE divenivano meno reddi­tizie ottenevano credito agevolato dalle banche. Man mano che il settore bancario acquisiva forza e importanza, l'intera economia si spostava verso una struttura neoliberista. (Harvey 2007).
L'interpretazione di Harvey è alquanto sorprendente. Egli sostiene che le SOE rimangono importanti pur avendo ridotto i benefici per i lavoratori. Ovvio che tra questi benefici Harvey considera trascurabile che lo stipendio sia aumentato di una cinquantina di volte tanto che il divario tra i dipendenti delle aziende di Stato, in particolare quelli dei monopolio, e i dipendenti dei settori non statali ha suscitato delle critiche. Le retribuzioni dei dipendenti delle aziende di Stato hanno superato quelli degli altri settori per un certo numero di anni tra il 1990 e il 2005. Nel 2003 erano quelli che guadagnavano di più secondo il National Development and Reform Commission (NDRC). I guadagni dei lavoratori dell’elettricità, telecomunicazioni, finanza, assicurazioni, acqua e tabacco ossia nel campo dei monopoli naturali, sono in alcuni casi a 10 volte più alti che quelli delle altre industrie (Wu Jiao 2007). Anche se gli aumenti maggiori nel 2005 sono stati per gli impiegati del governo centrale (+20%). Gli impiegati delle aziende statali hanno visto aumentare i loro stipendi continuamente negli ultimi anni (Fu Jing 2006).  Nel 2010 le retribuzioni medie erano del settore statale erano superiori del 60% a quello privato. Naturalmente ciò è dovuto alla posizione di vantaggio nella distribuzione delle risorse (ILO 2012). I liberali cinesi dicono che è dovuto all'irrazionale privilegio che godono le aziende statali. Mentre l'International Labour Organisation rileva: "Mentre con la trasformazione economica molti cinesi stanno meglio, ci sono preoccupazioni per il crescente divario economico tra i diversi settori economici come tra il settore pubblico e il settore privato..."(ILO 2012). Ma Harvey ha visti un altro film. Però quello che si può sottolineare è che lo stato socialista favorisce i lavoratori delle aziende statali e allora i diritti umani diventano assai sospetti sulla bocca dei vari Han Dongfang e dei suoi amichetti dell’ala sinistra della Cia. Una cosa è comunque chiara che il Partito Comunista favorisce stipendi alti e partecipazione dei lavoratori e non è certo il cane da guardia dei “capitalisti”. Libertà sindacale significa troppo spesso libertà dai sindacati.La questione che più sorprende però è che il neoliberalismo sia giunto in Cina con la trasformazione di una parte delle SOE in società per azioni (che vedono i privati in una posizione generalmente subalterna allo stato) e con l'aumento di importanza delle banche (statali). Incredibile!!!

ILO 2012. Global Wage Report 2012/2013. Is it the end of a low-wage production model in China? 14 Dicembre 2012. http://www.ilo.org/global/about-the-ilo/newsroom/news/WCMS_192956/lang--en/index.htm

Insomma ciò per la Klein è terapia shock quella della Russia che è stata fatta in sei mesi e pure terapia shock ciò che la Cina ha distribuito in 35 anni aumentando per altro il potere delle aziende statali! Per Harvey sarebbero neoliberali sia le privatizzazioni in Occidente che l'apertura delle aziende statali agli azionisti di minoranza che ha consentito a queste di aumentare la loro forza nel controllo dei gangli strategici  del sistema! Questa gente non sa realmente di cosa stia parlando.

Bibliografia

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Harvey, David  2007. Breve storia del neoliberismo. Il Saggiatore.
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Klein, Naomi 2008. Shock economy. L'ascesa del capitalismo dei disastri. BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
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Pieranni, Simone 2013. E li chiamano “incidenti di massa”, il Manifesto, 23.4.2013.Prasad, Eswar 2004. China’s Growth and Integration into the World Economy. International Monetary Fund. Washington, D.C.
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Debunkers dei miti sulla Cina. Avversari della teoria del China Collapse e del Social Volcano, nemici dei China Bashers.