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Non indignari, non admirari, sed intelligeri

Spinoza


Il blog si legge come un testo compiuto sulla Cina. Insomma un libro. Il libro dunque tratterà del "pericolo giallo". Un "giallo" in cui l'assassino non è il maggiordomo ma il liberale. Peggio il maggiordomo liberale. Più precisamente il maggiordomo liberale che è in voi. Uccidetelo!!!Alla fine il vero assassino (a fin di bene) sarete voi. Questo sarà l'unico giallo in cui l'assassino è il lettore. A meno che non abbiate un alibi...ça va sans dire.

mercoledì 23 maggio 2012

4.8: Mitologie del socialismo: capitalismo di stato e burocratismo. Parte prima.

4. Socialismo tra realtà e mito
La lotta contro la burocrazia molto di moda nel sessantotto
... noi dobbiamo in realtà puntare soprattutto su una categoria che è la categoria dell’apprendimento. E’ una categoria che Mao ha saputo far valere soprattutto nel saggio, credo del 1935, sulla pratica. Mao insiste che come la lotta di classe si sviluppa attraverso contraddizioni, così anche il processo di conoscenza per comprendere la lotta di classe si sviluppa attraverso contraddizioni. E io credo che questo tema della necessità dell’apprendimento sia stato sviluppato soprattutto da due grandi autori, uno è Mao Tse Tung, un altro autore, vittima anche lui di una costante rimozione, si chiama, lo voglio dire, Deng Xiaoping. Deng Xiaoping ha scritto pagine memorabili su questo tema. Lo devo dire. Quando ho incominciato, da poco tempo, a leggere Deng Xiaoping, ho di nuovo ritrovato un’emozione intellettuale che non trovavo da molto tempo, cioè da quando leggevo Lenin polemizzare contro la frase vuota che non significava assolutamente nulla.
Domenico Losurdo (Losurdo 2000).

Prima di passare ad analizzare la realtà cinese occorre fare una carrellata storica delle posizioni che vanno per la maggiore nella “sinistra radicale” dagli ultimi patetici “marxisti leninisti” ormai ridotti a essere la versione buffa del trotzkismo, ai trotzkisti medesimi fino ai no-global. Le “frasi vuote” di cui parla Lenin impazzano nella sinistra radicale occidentale e i concetti stravaganti ancora di più. Uno di questi ci sembra sia il “capitalismo di stato”, l'altro è quello di "burocrazia". Occorre affrontarli entrambi nella loro genesi storica per capire quali mitologie agitano le menti della "sinistra radicale". Questi concetti costuiscono delle false piste per la spiegazione del crollo del socialismo nei paesi europei.
Lenin dà, già dal 1918, al capitalismo di stato una connotazione positiva ma due bolscevichi appartenenti ai “comunisti di sinistra” Ossinski e Bucharin ne sottolineano invece gli aspetti negativi. Il capitalismo di stato sarebbe un’operazione condotta a detrimento del proletariato nel suo complesso che sarebbe ridotto a salariato dello stato-padrone per cui non ci sarebbe nessuna edificazione socialista ma appunto il capitalismo di stato. La vulgata trotzkista-bordighista (in particolare Tony Cliff) oggi dominante intende le stesse aziende statali di un paese socialista come parte del capitalismo di stato. Le tesi di C. Bettelheim secondo cui in URSS si è instaurato sin dall'inizio un capitalismo di stato non vedendo nessuna evoluzione e transizione in corso, sono sulla stessa falsariga. La tesi è stata enunciata originariamente in Occidente da Bordiga e ripresa successivamente dal movimento del '68. Bordiga per la verità preferisce parlare in realtà di “industrialismo di stato”. Questa posizione è contraria al senso che Lenin finisce per dare al capitalismo di stato, ossia dell'utilizzo del capitalismo (quello vero, privato) per il rafforzamento dell'economia e quindi dello stato socialista.

La teoria ormai mainstream del capitalismo di stato vedrebbe una sorta di capitale senza capitalisti, in analogia con il capitalismo di stato occidentale, sotto forma di capitale finanziario attraverso la raccolta di capitale sociale da parte delle banche. Il capitalista utilizza capitali non suoi per cui si avrebbe capitale senza capitalisti e capitalisti senza capitale.

Il trotzkista Tony Cliff ripropose la fortunata teoria secondo cui
 i paesi socialisti sarebbero in realtà a capitalismo di stato
avversata in particolar modo dai trotzkisti ortodossi
Lenin nel 1918, prima dell'inizio della guerra civile, pensando alle condizioni di grave arretratezza della Russia crede che il capitalismo di stato sia un progresso. Lenin fa l'esempio della Germania dove le ultime conquiste della grande tecnica capitalista moderna sono al servizio della borghesia mentre nella Russia devono essere poste al servizio del socialismo attraverso uno stadio intermedio rispetto al socialismo quale appunto il capitalismo di stato. Lo scoppio della guerra civile ritarda la realizzazione di questo progetto che viene tuttavia ripreso e sviluppato negli anni della NEP.

In Lenin vi è però uno slittamento di significato su capitalismo di stato e socialismo. Nel 1918 egli pensa che il capitalismo di stato debba formare le basi della società socialista nel senso dell’evoluzione verso un capitalismo monopolistico di stato che renda i rapporti mercantili trascurabili. E' una ripresa delle teorie di Engels che vede nel capitalismo monopolistico di stato tedesco l'anticamera del socialismo. Egli, infatti, pensava che lo stato fosse destinato a intervenire sempre più massicciamente nell'economia fino a una quasi statizzazione di tutto il tessuto economico, per cui il proletariato non avrebbe fatto altro che prendere in mano la gestione del “capitalismo di stato” per poi passare facilmente al socialismo.

Comunque in questo contesto il capitalismo di stato appare a Lenin come una forma superiore di sistema economico in quanto combatte la dispersione della piccola proprietà contadina. Il capitalismo di stato non è un pericolo finché il potere è saldamente nelle mani dei lavoratori e in ultima analisi del loro Partito. Il capitalismo di stato in un primo tempo è identificato con il sistema generale cui deve tendere la Russia, una sorta di primo stadio nell’evoluzione verso il socialismo analogamente alla "prima fase del socialismo" dei comunisti cinesi, ma poi Lenin identificherà sempre più il capitalismo di stato con le forme non direttamente socialiste. Per questo, secondo Lenin, il poco o il tanto di socialismo che c'è in Russia è costituito dalle aziende statali, mentre il resto dell'economia privata o semiprivata, comprese le cooperative “borghesi”, ma controllata dallo stato, costituisce il capitalismo di stato. Il capitalismo di stato è formato dal monopolio del grano, dagli imprenditori e commercianti controllati dallo stato e dalle cooperative “borghesi”, a sottolineare che queste ultime non costituiscono un elemento puramente socialista, che lottano assieme all'elemento socialista contro l'elemento piccolo borghese che si oppone all'intervento dello stato. Ancora in questa fase le cooperative costituiscono un passaggio intermedio analogo all'uso degli specialisti borghesi e in questo senso sono un elemento del capitalismo di stato. I due sistemi sono alleati contro la piccola proprietà e gli speculatori. Infine un terzo slittamento si ha quando egli finisce con l'includere di fatto le cooperative nel sistema di proprietà socialista, arrivando a definire il socialismo come «regime dei cooperatori civili». Il leader bolscevico scrive che il potere nelle mani del proletariato in unione con i contadini costituisce una base sufficiente per costruire il socialismo sulla base della cooperazione nelle campagne. Se, dice Lenin, le cooperative si basano sul possesso statale della terra e dei mezzi di produzione la crescita delle cooperative si identifica con la crescita del socialismo:
Nel nostro regime attuale le aziende cooperative si distinguono dalle aziende capitaliste private in quanto sono aziende collettive, ma non si distinguono dalle aziende socialiste, perché sono fondate sulla terra e sui mezzi di produzione che appartengono allo Stato, cioè alla classe operaia... Ma guardate come le cose sono mutate, ora che il potere dello Stato è nelle mani della classe operaia, che il potere politico degli sfruttatori è abbattuto e che tutti i mezzi di produzione (esclusi quelli che lo Stato operaio lascia volontariamente per un certo tempo e a certe condizioni di concessione agli sfruttatori) si trovano nelle mani della classe operaia [...] Ora abbiamo il diritto di dire che il semplice sviluppo della cooperazione s'identifica per noi... con lo sviluppo del socialismo. Contemporaneamente siamo obbligati a riconoscere che tutte le nostre opinioni sul socialismo hanno subito un cambiamento radicale (Lenin 1923).
Nota a questo proposito giustamente Van Ree: "Nel 1921 Lenin ancora considerava le cooperative, sebbene un passo in avanti, una “varietà di capitalismo di stato”- imprese capitaliste controllate dallo stato proletario. Egli credeva che la completa nazionalizzazione -le fattorie di stato- fosse la precondizione per parlare di socialismo nelle campagne. Ma più tardi egli si rende conto che non ci siano buone ragioni per non considerare le cooperative contadine, se sotto il controllo dello stato, come socialiste in natura. C'è un cambiamento fondamentale nel suo concetto di socialismo." (Van Ree 2001).

Da quanto detto sopra Lenin muta il suo atteggiamento nei confronti delle cooperative ma egli con chiarezza indica che i mezzi di proprietà statale sotto il potere proletario sono una forma di proprietà socialista e il capitalismo di stato è ricondotto ai mezzi di produzione che sono lasciati volontariamente ai privati. Lenin ha in mente soprattutto i capitalisti stranieri che investono in Russia o anche le aziende statali date in affitto, oppure le aziende capitaliste o gestite con metodi capitalisti sotto il controllo dello stato dei lavoratori. Ma è indubbio che Lenin pensa che l'Unione Sovietica sia in transizione verso il socialismo. Lenin si basa, per arrivare al socialismo, sia sulla proprietà dei mezzi di produzione che sulla sostituzione della vecchia burocrazia con un nuovo apparato controllato dal proletariato.

Lenin, soprattutto nell'ultimo periodo della sua vita, sostiene che nessuno può negare il carattere transitorio dell'economia sovietica e che il potere sovietico abbia deciso il passaggio al socialismo, ma il nuovo ordinamento non è ancora completamente socialista proprio in virtù di questa transizione. Significa che al suo interno ha elementi di capitalismo che di socialismo. La Russia sovietica è un insieme di sistemi economici sociali che sopravvivono l'uno accanto all'altro intrecciandosi vicendevolmente. Gli elementi economico-sociali presenti per Lenin sono in parte riconducibili ai contadini come l'economia patriarcale e la piccola produzione mercantile poi c'è il capitalismo privato, il capitalismo di stato e il socialismo. Per Lenin l'elemento predominante in Russia sono i piccoli produttori.

Trotsky interviene nella disputa sul capitalismo di stato sollevata da Zinoviev nel 1925 in cui egli ritiene che abbia invece ragione Bucharin, ovvero che l'ipotesi fatta in un primo tempo da Lenin della ricostruzione dell'industria statale attraverso il capitalismo di stato, soprattutto attraverso gli investimenti stranieri, non si sia avverata. Trotsky pensa che Zinoviev e Kamenev facciano confusione sul concetto di capitalismo di stato. Lenin, secondo Trotsky, ritiene che la ripresa dell'industria nel 1921 con la NEP dipenda dalle compagnie miste, da concessioni e imprese in affitto, cosa che in realtà non ebbe un seguito costituendo un insignificante percentuale del mercato. Trotsky è fermamente contrario al concetto di capitalismo di stato come elemento transitorio tra capitalismo e socialismo in quanto viene a stabilire una tappa intermedia e ciò è in contrasto con la sua teoria della rivoluzione permanente. Scrive Trotsky a questo proposito:
L'essenza di questo punto di vista (dell'opposizione leningradese) è una delle parti subordinate di un sistema che include l'economia contadina, la finanza, le cooperative, le imprese private regolate dallo stato, ecc. Tutti questi processi economici, regolati e controllati dallo stato costituiscono un sistema di capitalismo di stato, che si supponeva conducesse verso il socialismo attraverso una serie di stadi. In questo schema il ruolo dell'industria svanisce completamente. Il principio di pianificazione è quasi interamente messo da parte dalla regolazione credito-finanaziaria (il programma di Sokolnikov), nel quale assume il ruolo di un intermediario tra l'economia contadina e l'industria di stato, concepite come le due parti di una causa legale (cit. in Beams 2000).
Del resto già al IV Congresso dell'Internazionale del 1922, Trotsky sostiene che in Russia “non esiste nessuno sfruttamento di classe e quindi neppure il capitalismo, benché ne sussistano le forme”; dunque “la crescita dell'industria statale sovietica comporta la crescita del socialismo stesso” (Discussione 2001).
Stalin e Lenin furono alleati contro
il "burocrate par excellence" ossia Trotsky
Trotsky torna sull'argomento nel periodo dell'esilio. Secondo lui non si può parlare di capitalismo di stato dato che le cariche non sono ereditarie e i burocrati non possiedono azioni, ma si tratta di parassitismo sociale. In realtà non si capisce il cuore della critica dato che Trotsky sembra cosciente che le maggiori responsabilità o specializzazioni (degli stessi burocrati) debbano venire adeguatamente pagate e non si capisce in cosa consista il “parassitismo sociale”. Tra l'altro il difensore ad oltranza degli “specialisti” e di una loro adeguata remunerazione era proprio Trotsky. Dunque diventa difficile sostenere che gli specialisti borghesi debbano essere adeguatamente pagati ma quando il loro posto viene occupato da membri del partito (che è poi la posizione di Lenin) questi diventino immediatamente burocrati, parassiti sociali perchè dispongono di uno stipendio adeguato.
I concetti di Trotsky avranno molto successo in Occidente e saranno ripresi e sovente criticati da altri esponenti dell’estrema sinistra. Hugo Urbahns, fondatore della Leninbund tedesca, è più coerente di Trotsky poiché dichiara, negli anni '30, che lo stesso bonapartismo (su cui insiste Trotsky per un certo periodo) è una forma di potere capitalista, non di una qualche infraclasse o ceto. Urbahns considera Htler, Mussolini, Roosvelt e Stalin come esponenti del capitalismo di stato visto come uno stadio progressivo del capitalismo, concetto che sostiene di avere preso da Lenin. In realtà ricorda Trotsky, Lenin applicava questo concetto alle aziende a capitale misto che non si può certo applicare alle gigantesche aziende create con l'industrializzazione staliniana.

Bruno Rizzi sostiene che il proletariato ha fallito nel costruire il socialismo dalla sua lotta di classe contro la borghesia. Per Rizzi di fatto il proletariato manca di ogni capacità rivoluzionaria per il cambiamento sociale. Perciò in URSS c'è una nuova sintesi, la burocrazia appare come una nuova classe. L'URSS rappresenta un nuovo tipo di società, dominata da una nuova classe sociale. La proprietà collettivizzata, effettivamente appartiene a questa classe che ha installato un nuovo e superiore modo di produzione. Lo sfruttamento passa dal livello individuale a quello collettivo. Rizzi come Urhbans mette assieme addirittura Unione Sovietica, Italia fascista, Germania nazista e gli Stati Uniti di Roosevelt come differenti manifestazioni di collettivismo burocratico. Egli però sostiene che si tratta di una società sostanzialmente schiavista.

Infine Resnick e Wolff, due accademici americani, dopo aver affermato che nel comunismo la stessa classe che produce il surplus è anche quella che lo distribuisce, concludono che in Unione Sovietica c'è lo sfruttamento dei produttori diretti che la caratterizzata dunque come capitalista perché il modo di produzione non è né la schiavitù né il feudalesimo. Il capitalismo di stato si è stabilito in Unione Sovietica perché il proletariato non è arrivano alla definizione di coscienza di classe comunista così come la interpretano Resnick e Wolff. La coscienza di classe che non afferra la differenza tra la struttura capitalista e socialista della produzione di surplus, appropriazione e distribuzione e l'azione del proletariato russo riflette tale limite. Di conseguenza, i bolscevichi (o ogni altra tendenza maggioritaria nel movimento operaio del tempo) non sono comunisti. I bolscevichi sembrano più come riformatori borghesi benintenzionati.

Certamente lo stato ha avuto un suo ruolo strategico nell'industrializzazione dell'Occidente quando gli investimenti richiedevano una disponibilità enorme di capitali che non era possibile al privato, ma vi sono differenze sostanziali tra le aziende statali in Occidente e in URSS. Ancora negli anni 50 e sessanta la sinistra occidentale punta sulla nazionalizzazione come modo per socializzare la ricchezza. In realtà come “capitalismo” quello sovietico è abbastanza singolare, non c'è il profitto individuale (la molla psicologica del capitalismo) manca poi la regola della massimizzazione del profitto, non esiste l'esercito industriale di riserva. In URSS in pratica quasi tutto è statale, gli stessi kolkoz sebbene di proprietà collettiva lavorano terre di proprietà dello stato.

Anche il PC jugoslavo riprenderà la polemica sul cosiddetto capitalismo di stato e sul potere dispotico della burocrazia. Le imprese autogestite giustificarono la loro esistenza con la lotta contro lo sfruttamento delle imprese gestite dai lavoratori da parte del “capitalismo di stato” attraverso le tasse, e l'emancipazione non può che avvenire dando un maggior potere ai lavoratori. Per Milovan Djilas gli alti funzionari del parti­to e delle istituzioni statali costituivano una «nuova classe sociale» che considerava le proprietà dello stato come suoi beni per­sonali, sfruttava liberamente quelle che rien­travano sotto il suo controllo e trasmetteva alla propria discendenza i privilegi acquisi­ti.

Molti bolscevichi del gruppo
che si raccolse attorno a Stalin erano ex operai
Qui approdiamo a un altro classico della sinistra radicale: la lotta alla burocrazia traditrice delle famose “masse popolari”. La burocrazia come sistema di funzionari che fanno marciare la macchina statale è sempre esistita fino dai grandi imperi dell'antichità. Non c'è mai stata alcuna entità statale priva di burocrazia. La relativa autonomia della burocrazia dalla stessa classe dominate viene analizzata da Marx soprattutto negli scritti giovanili del 1843 ed è a questa idea che Trotsky si rifà per determinare il ruolo della burocrazia in URSS. Le posizioni di Marx cambiano in seguito (Manifesto) quando vede nella burocrazia uno dei pilastri dello stato borghese funzionale agli interessi della classe dominante. Marx pensa che con la vittoria del proletariato non ci sarà più posto per la burocrazia. Egli crede che il proletariato debba distruggere la macchina statale borghese di cui la burocrazia è il supporto. Ma un sistema di funzionari ordinati gerarchicamente è poi sempre esistito ovunque sia esistito uno stato ordinato centralmente. Negli stati moderni la burocrazia implica l'esercizio di un certo potere e anche di una certa autonomia sebbene in ultima analisi funzionale alle classi dominati. In Germania nel corso dell'Ottocento anche alcuni socialisti identificano la burocrazia con l'efficienza amministrativa, piuttosto che il contrario, come si farà in seguito. Questa efficienza è al servizio della classe dominate ovviamente. All'inizio del Novecento il sociologo Robert Michels, prima socialista, poi sindacalista rivoluzionario e che in seguito aderisce al fascismo visto come la forma più democratica di socialismo, parla della burocrazia nei partiti e soprattutto tra i socialdemocratici tedeschi in cui vede tendenze oligarchiche. Inizia per l'appunto in questo periodo la critica da parte dell’estrema sinistra contro il fenomeno del burocratismo nel movimento dei lavoratori. La stessa fazione bolscevica del Partito Operaio Socialdemocratico Russo è definita dai menscevichi come affetta da “centralismo burocratico”, un argomento spesso ritorto contro gli accusatori. In generale il burocratismo riferito a partiti politici indica la tendenza a privilegiare l'aspetto burocratico su quello ideale e politico.

Karl Kautsky giunge alla conclusione che la democrazia diretta non possa realizzarsi in una moderna società complessa come nella stessa società socialista pianificata e lo stato non possa fare a meno di una burocrazia professionale. Lenin in Stato e Rivoluzione afferma che si debba sostituire la macchina statale borghese con la dittatura del proletariato ovvero una macchina statale diversa basata sul popolo in armi e sull’elezione di funzionari revocabili. Per Lenin la soppressione immediata della macchina statale è un’utopia. Questa macchina statale esisterà finché non scomparirà il pericolo della restaurazione capitalista e finché esisteranno le classi e il diritto borghese che impone eguali diritti che sono una violazione dell'uguaglianza e corrispondono a un’ingiustizia sostanziale. La macchina statale proletaria è stata prefigurata nella Comune di Parigi e nei Soviet del 1905. In una prospettiva rivoluzionaria Lenin ravvisa nei Soviet, la forma di autogoverno popolare, l'ossatura di quella «nuova macchina» statale che avrebbe dovuto sostituire la vecchia e inutilizzabile macchina burocratica zarista. Lenin avvalora la tesi marxista ma una volta giunto al potere ritiene che l'apparato burocratico assieme ad istituzioni economiche quali le banche debba essere semplicemente soggetto al potere sovietico. Lenin arriva alla conclusione che il vecchio apparato statale vada in gran parte rinnovato ma non smantellato. Lenin ammette che non si può vivere senza un apparato e che ogni settore dello stato richiede un apparato. Sebbene pensi che la cultura burocratica dei vecchi funzionari zaristi sia inconsistente egli non è così rigido come le opposizioni di estrema sinistra sull'utilizzo di specialisti borghesi. Egli pensa che questi siano in maggioranza sabotatori e di conseguenza vadano controllati dagli operai e contadini affinché questi ultimi siano poi in grado con il tempo di sostituirsi ai vecchi funzionari. Per Lenin gli specialisti sono parte del problema ma possono contribuire alla soluzione (Twiss 2009).

Le interpretazioni di sinistra tendono a scindere il rapporto tra classe operaia e i suoi rappresentanti che addirittura diventa una contrapposizione. La stessa classe operaia è vista come priva di una sua storia come dire nazionale che l'ha ad esempio portata a identificarsi con un certo partito politico e che può essere sensibile all'idea di costruire il socialismo nella stessa arretrata Russia ovvero sensibile all'azione di quel partito, il Partito Bolscevico, e di quell'idea, il socialismo, che per la stessa classe ha significato ascesa sociale, miglioramento delle condizioni economiche e della considerazione sociale, e via dicendo. Insomma il concetto di classe operaia implica già un’astrazione se poi non si fa nemmeno riferimento a quella specifica classe operaia l'astrazione diventa totale. Per l'estrema sinistra sembra che questa classe perda la sua verginità non appena si senta puzza di potere.

Il problema evidenziato da molte delle interpretazioni di “sinistra” sarebbe la separazione tra la classe intesa in senso altamente astratto e l'élite che che la guida che insediandosi nell'apparato statale pressoché immediatamente si separa dalla classe di origine diventando di fatto una classe o un ceto con uno status privilegiato e separato dalla classe. Eppure nella stessa Unione Sovietica questa élite non godeva di benefici così stridenti con la massa dei lavoratori:
Nel 1983 il sociologo americano Albert Szymanski rivedeva una varietà di studi occidentali sulla distribuzione dei redditi sovietici e gli standard di vita. Egli trova che le persone più pagate dell'unione Sovietica erano prominenti artisti, scrittori, professori, amministratori e scienziati che guadagnavano tra i 1.200 e i 1.500 rubli il mese. Importanti funzionari statali guadagnavano attorno ai 600 rubli il mese. I direttori d'impresa tra i 190 e i 400 rubli il mese; I lavoratori circa 150 rubli il mese. Di conseguenza i maggiori redditi ammontavano a solo dieci volte la media degli stipendi dei lavoratori, mentre negli Stati Uniti lo stipendio degli alti gradi aziendali era di 115 volte lo stipendio di un operaio. I privilegi ottenuti con l'attribuzione di funzioni importanti come negozi speciali e automobili dello stato rimanevano piccoli e limitati e non erano continuativi, il trend quarantennale si dirigeva verso un grande egualitarismo. (Il trend opposto era in corso negli Stati Uniti, dove, nei tardi anni 90, i dirigenti delle corporation percepivano stipendi superiori di 480 volte alla media dei lavoratori). La generale eguaglianza delle condizioni di vita nell'Unione Sovietica rappresentava un fatto senza precedenti nella storia dell'umanità. La politica egualitaria proseguiva attraverso una politica dei prezzi che fissava i costi dei beni di lusso sopra del loro valore e quelli necessari sotto il loro valore. Ciò era anche seguito da un costante accrescimento dello “ stipendio sociale”, che è la fornitura di un crescente numero di benefici che includeva benefici sociali gratuiti o sussidiati. Oltre a quelli menzionati i benefici includevano il pagamento del periodo di maternità, benefici semigratuiti per l'infanzia e pensioni generose. Szymanski concludeva: mentre la struttura sovietica poteva anche non accordarsi con l'ideale socialista o comunista, era anche qualitativamente diversa dai paesi capitalisti occidentali. Il socialismo ha costituito una radicale differenza in favore della classe lavoratrice. (O’Connor 2009)
Lotta alla burocrazia nel periodo staliniano
I dirigenti bolscevichi, compreso Trotsky, non avevano dubbi sul carattere “operaio” del potere rivoluzionario all'indomani della Rivoluzione d'Ottobre sebbene tutti fossero consapevoli che a esercitare il potere era un’élite in maggior parte di origine borghese o piccolo borghese. (Melchionda 2001). Ancora nel 1924 Trotsky pensa che il burocratismo non sia dovuto alla bassa percentuale di operai nel partito e che proprio a seguito delle prese di posizione di Lenin si sia proletarizzato. Per altro molti dei vecchi dirigenti operai bolscevichi militeranno nella fazione di Stalin (Voroscilov, Kirov, Kalinin, Andreyev, Kaganovich, Mikoyan, Yezhov, Svernik o lo stesso Kruscev) più che in quella di Trotsky.

Per Trotsky la burocrazia è una categoria sociale o professionale espressa dalla classe operaia per i suoi limiti culturali e organizzativi. In particolare per l'arretratezza storica della Russia. Ma avrebbe dovuto ricordare invece che Marx parlava anche del carattere moderno della burocrazia come espressione della borghesia e la stessa letteratura sociologica del tempo descriveva il largo peso della burocrazia nell'opera di razionalizzazione della moderna società capitalistica. Per Trotsky è la casta burocratica che includeva il per­sonale dirigente (cioè quanti facevano parte della nomenklatura) di tutto il partito e del­le varie istituzioni governative, economiche, militari e dei servizi di sicurezza, che con­trollavano lo stato e ricorrevano alla loro po­sizione di forza per dominare la società. Questa casta si contrappone agli interessi “storici” del proletariato ma non essendo una classe ma una casta o un ceto prosegue nell'economia pianificata secondo criteri non capitalistici. I famosi “interessi storici” sono un altro classico molto in voga nei gruppetti dottrinari. Gli interessi “storici” di quella particolare classe operaia però sono sempre stabiliti da altri potemmo dire da estranei; qui e ora, piuttosto che da quella concreta classe operaia, là e allora. (Melchionda 2001). Seguendo gli interessi “storici”, rigidamente determinati, si perde la temporalità e la spazialità delle scelte concrete. Non si vede perché, mettiamo, la classe operaia cinese non possa partecipare al sogno collettivo di una patria che ritorni all'antica grandezza tanto più se ciò è corroborato dai maggiori aumenti salariali del mondo. La classe operaia potrebbe così diventare (intanto) classe nazionale che è un modo di superare i limiti tradunionistici e corporativi. Per essere più concreti potrebbe essere il partito in cui sono rappresentati i suoi interessi a diventare Partito nazionale. I limiti di azione politica ancora oggi sono, per parlarci chiaro, limiti nazionali sebbene poi ogni nazione abbia un peso diverso nella politica internazionale, ma dove può agire il partito per trasformare efficacemente la società è all'interno dei limiti nazionali. D'altra parte non si è mai dato un partito comunista egemone che non abbia accolto obbiettivi e aspirazioni nazionali. La classe operaia degli interessi “storici” è troppo asettica per essere vera.

Diamo uno sguardo alla storia del dibattito tra bolscevichi sulla burocrazia. Secondo i comunisti di sinistra come Bucharin o Ossinski, già nel 1918, Lenin aveva instaurato il centralismo burocratico e aveva privato i Soviet dei loro poteri di governo dal basso, imposto la disciplina del lavoro, restaurando dunque il capitalismo allungando la giornata lavorativa e ciò assomigliava assai poco allo stato-comune che aveva descritto in Stato e rivoluzione. Con il trattato di Brest-Litovsk aveva poi abbandonato la politica rivoluzionaria senza compromessi e l'internazionalismo. Non è passato nemmeno un anno dalla Rivoluzione d'Ottobre e la Sinistra Comunista ha già costruito nei suoi elementi essenziali il paradigma di tutte le anime belle della Rivoluzione.

Secondo i comunisti di sinistra in Russia, il proletariato costretto ad allearsi con un'altra classe come i contadini, ha rinunciato alla dittatura del proletariato. In questo modo si è stabilito il capitalismo di stato contro gli interessi del proletariato. Questo mentre si sarebbe dovuto continuare l'offensiva contro il capitale attraverso la nazionalizzazione delle aziende, la democrazia operaia e il controllo operaio. Gli specialisti potevano anche esserci ma dovevano essere approvati ed eventualmente rimossi dal basso.

Un caso a parte è la cosiddetta Opposizione Militare composta da comandanti dei distaccamenti partigiani durante la guerra civile e dalla cosiddetta “cricca della cavalleria” capeggiata da Voroscilov ma che riflette anche l'idea di Stalin in materia. Essi si oppongono all'uso sistematico degli ex ufficiali zaristi che spesso tradiscono (siamo in piena guerra civile), e sostengono invece l'idea dell'elezione democratica degli ufficiali contrastata da Trotsky che vuole un’Armata Rossa centralizzata con nomine fatte dall'alto. La vittoria di Trotzky comporta il trionfo del "burocratismo": "Gli organi di partito nell'esercito (cellule, com­missari, sezioni politiche) furono definitiva­mente costituiti in una gerarchia disciplina­ta, integrata nella gerarchia di comando e su­bordinata a essa, che prese il nome di Pur (Amministrazione politica del Consiglio mi­litare-rivoluzionario dell'Armata Rossa). La struttura dichiaratamente burocratico-autoritaria del Pur rappresentava una vistosa de­viazione dai principi teorici su cui si basava l'organizzazione civile e territoriale bolsce­vica, ufficialmente fondata sul centralismo democratico." (Benvenuti 2006). In questo periodo Trotsky è l'uomo nero degli antiburocratisti. V. M. Smirnov definisce le posizioni sostenute da Trotsky come "un completo modello burocratico".

I Centralisti Democratici succeduti alla Sinistra Comunista capeggiati dal solito V. V. Osinskii dal canto loro si oppongono al “centralismo burocratico” del partito. Un altro esponente V. N. Maksimovskii al 9° congresso del 1920 si schiera per il centralismo democratico dei Soviet contro il centralismo burocratico del partito. T. V. Sapronov sostiene che il potere sia caduto nelle mani di pochi leader trasformandosi in “centralismo burocratico”, e le origini provengono dallo spirito militare che è prevalso su quello civile (l'obbiettivo degli attacchi è ovviamente Trotsky). I Centralisti Democratici rivendicano il controllo collegiale nelle aziende, nel Partito e nei soviet e sono favorevoli alla decentralizzazione del potere contro la centralizzazione perseguita soprattutto da Trotsky. L'altro gruppo che combatte la burocratizzazione è l'Opposizione Operaia che ha il suo teorico in Alexandra Kollontai secondo cui il fulcro della burocratizzazione è che qualcuno decide in tua vece. L'esistenza di diverse classi fa sì che il partito adatti la sua politica sulle esigenze di queste classi diverse dal proletariato. Naturalmente la Kollontai prende di mira Trotsky difensore e “cavaliere della burocrazia”. Siccome l'Opposizione Operaia propone l'amministrazione delle imprese attraverso i sindacati si oppone anche alla tendenza di Trotsky di nominare dall'alto, burocraticamente, i capi delle organizzazioni sindacali. L'approccio di quest'ultimo è secondo gli oppositori realmente burocratico anzi un caso “progettazione burocratica” tout court. La politica di Trotsky è vista come la fonte di irregolarità, di eccessi burocratici e contraria alla democrazia operaia.
Trotsky, che nell'esilio si fece la fama di combattente 
contro la burocrazia, era in realtà accusato in 
patria di essere il "patriarca dei burocrati".
Le opposizioni parlano in nome della classe operaia e dei principi comunisti, dell'autoattività delle masse alla base dello stato, chiedono l'espulsione dei non proletari che si sono iscritti al partito dopo il 1919 e la sua purificazione ed epurazione.

Per Trotsky burocratica è l'opposizione dei sindacati, la burocrazia autoreferenziale, che si oppone a politiche di efficienza. Per cui la Sinistra Comunista e i menscevichi denunciano Trotsky come il nuovo Arakcheev e “Arakcheevshchina” la sua politica, dal ministro della guerra che ha costruito le colonie militari agricole sotto Alessandro I e Nicola I. Trotsky condanna come tipici della intellighenzia piccolo borghese e dei pregiudizi traduninistici questi rilievi.

Se Trotsky è il babau delle opposizioni minoritarie democraticiste e antuburocratiche non gli va meglio con le maggioranze. Erik Van Ree dimostra come si fosse formata una alleanza tra Stalin capo del Rebinkin, ossia dell'Ispezione operaia verso la burocrazia statale, e Lenin contro quello che quest'ultimo considera il “burocrate par exellence” ossia Trotsky visto come il rappresentante degli esperti borghesi in seno al partito. (Van Ree 2001). Pregiudizio ribadito nel cosiddetto testamento in cui si dice che Trotsky dimostra un atteggiamento di dipendenza dal lato puramente amministrativo delle cose.

Nel dibattito sui sindacati Lenin, dice Van Ree, si allea con Stalin. Verso la fine del comunismo di guerra, si deve passare alla repressione contro quei lavoratori restii a compiere il loro dovere. Viene introdotto il taylorismo e la disciplina del lavoro viene accentuata giacché Lenin ritiene che i lavoratori negligenti siano la causa della carestia e della disoccupazione e che i violatori della disciplina debbano essere puniti. I sindacati stessi devono essere degli organizzatori della produttività. In questo clima generale Trotsky crea l'amministrazione delle linee di comunicazione e licenzia i sindacalisti che criticano il piano che mette i lavoratori sotto le sue dipendenze; Trotsky però sostiene che i sindacati debbano essere posti sotto il controllo dello stato per reprimere i comportamenti anarchici, parassitari e indisciplinati dei lavoratori. Ma Trotsky propone addirittura la militarizzazione del lavoro e la trasformazione, alla fine della guerra civile, dell'Armata Rossa (la terza armata degli Urali) in armate del lavoro. Egli pensa che ciò sia necessario non solo per le difficoltà momentanee dell'economia del paese, a causa della resistenza della borghesia, ma che sia il metodo inevitabile dell’organizzazione del lavoro nel passaggio dal capitalismo al comunismo. Il caso del deragliamento del treno di Trotsky sugli Urali dopo un’abbondante nevicata è visto come caso tipico d’inefficienza per cui egli accuserà il Soviet locale e la Ceka di burocratismo e invocherà la massima punizione per i responsabili da parte del tribunale militare rivoluzionario. Egli pensa che la dittatura del proletariato sia la più spietata forma di stato che abbraccia la vita del cittadino autoritariamente in tutte le direzioni. Un caso abbastanza eclatante, il suo,  di “totalitarismo” , concetto che egli in seguito applicherà allo stalinismo.

Trotsky interviene alla V conferenza dei sindacati nel 1920 proponendo di scuotere dall'alto al basso le organizzazioni sindacali con l'eliminazione di ciò che è superfluo. Chiede che i sindacati vengano militarizzati con l'accentuazione delle misure coercitive, ciò provoca una sorta di scissione nel Sindacato dei trasporti ferroviari e fluviali (Tsektran) dominato dai trotzkisti che applicano largamente misure disciplinari e multe violando spesso la democrazia delle organizzazioni di base. La questione viene discussa dal CC in una commissione in cui è presente Trotsky e il CC invita alla lotta contro la degenerazione del centralismo in forme paramilitari di lavoro, burocratismo, dispotismo, schematismo e controllo eccessivo sul sindacato. Trotsky si rifiuta di partecipare ai lavori della commissione sindacale, gesto stigmatizzato da Lenin, che vede il sabotaggio dei lavori della commissione come un gesto burocratico, né sovietico, né socialista né giusto e politicamente dannoso. I trotzkisti che si definiscono “produttivisti”, vogliono la trasformazione dei sindacati in apparati dello stato con la fusione dei sindacati e degli organi di gestione economica. Secondo Trotsky (sostenuto anche da Bucharin) i sindacati non hanno alcun senso se non come organi di gestione ovvero come appendice dell'apparato burocratico statale. Per Lenin invece la loro ragion d'essere sta nel fatto che la giovane Repubblica sovietica non è uno stato operaio ma operaio-contadino e dunque i sindacati devono difendere gli interessi di classe (Lenin 1920, pp.304-305).

Lenin rimprovera Trotsky di non riconoscere che lo stato operaio soffre di una distorsione burocratica. Durante il decimo congresso del partito nel 1921 Lenin punta sul Rabkrin per sopraffare il burocratismo nell'apparato statale. Egli ormai pensa più all'Ispezione operaia e contadina che ai Soviet per la partecipazione dei lavoratori alla gestione dello stato e anche ai sindacati e alle cooperative di produzione e consumo come strumenti affinché si affini la capacità dei lavoratori di governare lo stato e l'economia. Ciò significa, in ultima analisi, che il Partito come avanguardia per primo deve imparare concretamente ad amministrare. Con la rivoluzione socialista le masse hanno esercitano la pars destruens devono ora anche esercitare la pars construens del nuovo ordine.

Trotsky aveva resistito alla domanda della fazione del partito del Rabkrin per rafforzare questa istituzione. In risposta l'Ispettorato lo accusa di disdegnare i suoi compiti. “Occorre fermare Trotsky” scrive Lenin in un appunto al congresso, recentemente pubblicato (Van Ree 2001). La politica non deve essere al servizio dell'apparato ma l'apparato al servizio della politica. Lenin identifica Trotsky con i golavki, l'odiato apparato del vecchio stato zarista. La “politica” per Lenin è il Partito che deve controllare l'apparato e questo ha un organo per purgare lo stato: il Rabkin guidato da Stalin. Questo è lo scenario attraverso il quale Lenin tratta il problema della burocrazia. Secondo Lenin è l'arretratezza della Russia dovuta alla frammentazione sociale e al dominio della piccola produzione che non permette di avere una burocrazia efficiente. La condanna di Lenin dei burocrati statali provoca una profonda rottura con Trotsky che continua a difendere gli specialisti. (Van Ree 2001).

Trotsky non solo non rifiuta in se la burocrazia, anzi nella sua risposta alla questione dei sindacati nel 1920 la vede in senso positivo quasi in termini weberiani come personale con speciali conoscenze in particolari branche dell'amministrazione e dell'economia. La burocrazia crea una precisa gerarchia di relazioni e un metodo definito, elaborato nel corso di una lunga pratica che richiede razionalizzazione, taylorismo (organizzazione scientifica del lavoro), applicati alla distribuzione, approvvigionamento, piano, contabilità ecc. (Twiss 2009).
La burocrazia è aumentata con la fine dell'URSS

Egli continua a vedere il burocratismo come incompetenza e ignoranza organizzativa. Il burocratismo è superficiale, formale e burocratico: precisione invece che efficienza. Per Stalin il vecchio apparato si è frantumato ma sono rimasti i vecchi burocrati e i vecchi funzionari dalle abitudini borghesi. Stalin pensa che il compito dell'Ispettorato sia quello di educare nuovi quadri presi dalle masse popolari affinché sostituiscano la parte aliena della burocrazia. All'undicesimo congresso nell'aprile-marzo 1922 Lenin ancora se la prende con il miserabile e insignificante livello della cultura amministrativa e l'orribile stupidità e disordine che portano al non funzionamento dell'apparato, dovuto alla sistematica disobbedienza nei confronti del Partito.

Al congresso Lenin difende Stalin, l'unico in grado di reggere il commissariato delle nazionalità e la gigantesca opera di verifica del Rabkrin. Nel marzo del 1922 egli propone Stalin come vice presidente del Consiglio dei Commissari del popolo per verificare l'applicazione delle decisioni del partito e la selezione i membri dell'apparato statale, rafforzandolo con operai e contadini. Lo stesso mese Trotsky interviene con un memorandum: il controllo diretto sopra le istituzioni statali esprime una mancanza di rispetto verso la conoscenza specialistica. Si deve separare il partito dall’amministrazione diretta e dal management per ripulire il partito dal burocratismo e dall'economia dall'indisciplina. Trotsky si oppone alle interferenze del Partito sull'economia mentre per Lenin è indispensabile per i comunisti prendere in mano l'apparato. Il commento di Lenin al memorandum di Trotsky è sprezzante: “Archiviare!” (Van Ree 2001). Per Lenin il compito dei primi ministri è quello di ridurre l'apparato e lottare contro il burocratismo e l'arma è sempre il Rabkrin di Stalin. Trotsky reagisce ancora una volta, ma Lenin il 5 maggio sottolinea e ribadisce le differenze di opinione. Il Rakrin è essenziale e il Gosplan (sotto l'influenza di Trotsky) soffre di accademismo.

Bibliografia
Beams, Nick 2009.  “Socialism in One Country” and the Soviet economic debates of the 1920s—Part 1. 6 Maggio 2009. http://www.wsws.org/en/articles/2009/05/nbp1-m06.html
Benvenuti, Francesco. 2006. "Armata Rossa". Dizionario del comunismo nel XX secolo. Vol. 1: A-L. (a cura di Pons, Silvio; Service, Robert). Einaudi. 2006
Lenin, Vladimir Illich. 1920. Sull'infantilismo di sinistra e sullo spirito piccolo-borghese. XXVII,
Lenin, Vladimir Illich. 1923. Sulla Cooperazione. http://www.marxists.org/italiano/lenin/1923/1/sullacooperazione.htm.
Lenin, Vladimir Illich. 1923. La nostra rivoluzione. A proposito delle note di Suchanov, gennaio 1923.
O’Connor Lysaght, D.R. 2009. The Stalin myths after the Soviet Union. http://www.socialistdemocracy.org/Reviews/ReviewTheStalinMythsAfterTheSovietUnion.html
Losurdo, Domenico. 2000. Rivoluzionari e riformisti di fronte alla storia.http://www.pasti.org/losurdo3.html
Melchionda, Enrico. 2001 Sull'Urss e sul socialismo: riapriamo il discorso, Cassandra (settembre 2001)Nayeri, Kamran. 2006. Critical theories of the class nature of the Soviet Union: A marxian survey March 2006 Review of Radical Political Economics Vol. 37, no. 3, pp. 413-416
Van Ree, Erik. 2001‘Lenin's last struggle’ revisited. Revolutionary Russia. Volume 14, Issue 2, 2001. http://dare.uva.nl/document/26106
Twiss,Thomas Marshall. 2009. Trotsky and the problem of Soviet bureaucracy. University of Pittsburgh 2009. http://etd.library.pitt.edu/ETD/available/etd-04222009-112811/unrestricted/twisstm_etd2009.pdf







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