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Non indignari, non admirari, sed intelligeri

Spinoza


Il blog si legge come un testo compiuto sulla Cina. Insomma un libro. Il libro dunque tratterà del "pericolo giallo". Un "giallo" in cui l'assassino non è il maggiordomo ma il liberale. Peggio il maggiordomo liberale. Più precisamente il maggiordomo liberale che è in voi. Uccidetelo!!!Alla fine il vero assassino (a fin di bene) sarete voi. Questo sarà l'unico giallo in cui l'assassino è il lettore. A meno che non abbiate un alibi...ça va sans dire.

domenica 20 maggio 2012

4.4: La riforma Liberman e le ragioni della crisi dell'URSS

4. Socialismo tra realtà e mito
Gli anni della riforma: " Forgiamo le chiavi della felictà"


Il punto è che la Cina ha saputo - dopo la morte di Mao - fare un bilancio critico, ma non liquidatorio, della fase precedente e delle condizioni di eccezionalità che l’avevano contraddistinta; ha trovato gradualmente la via di un modello di sviluppo che andasse oltre Mao, senza bisogno di demonizzare Mao, con una politica di riforme - ancora in corso - adeguate alla nuova fase storico-politica (modello che si sta sperimentando, che non viene considerato esaustivo e definitivo, che si è pronti a correggere sulla base dell’esperienza, ma che ha permesso di fronteggiare la crisi del “socialismo reale”, evitare il crollo, andare avanti). Mentre l’Urss e le direzioni del PCUS che sono venute dopo Stalin, non hanno saputo veramente andare “oltre Stalin”; lo hanno denigrato o rimosso, ma non hanno saputo elaborare e attuare un progetto organico di riforme del sistema sovietico capace di rivitalizzarlo nella nuova fase storica; non hanno saputo adeguarlo al nuovo contesto interno e internazionale per renderlo capace di reggere la competizione economica e tecnologica con i Paesi capitalistici più avanzati, passando da una fase estensiva ad un’intensiva dello sviluppo economico, fino ad imboccare la via della stagnazione burocratica e poi della crisi. E, con la catastrofe finale della politica gorbacioviana, hanno condotto l’Urss non sulla via della riforma del socialismo, ma sulla via della sua autoliquidazione. 
Sergio Garavini (ex segretario PRC)

In URSS i problemi c'erano ed erano ormai riconosciuti dalla maggioranza degli economisti dentro e fuori il paese. La questione centrale viene individuata nelle difficoltà di armonizzare gli interessi delle aziende con quelli della pianificazione centrale. Le aziende sono obbligate a rispettare determinati indici imposti dall'altro e poco interessate ad andare incontro alle necessità di un mercato che non può svilupparsi liberamente (Bufarale 2006). Secondo la teoria di Stalin i prezzi hanno una funzione accessoria in quanto vengono utilizzati solo in sede di contabilità e verifica. In realtà la funzione dei prezzi è quella di allocare in maniera efficiente le risorse. Per questo devono essere flessibili e un’azienda deve avere la possibilità di ridurre i prezzi oppure di ridurre la produzione nel caso la merce rimanga invenduta mentre al contrario deve potere aumentare i prezzi nel caso di un eccesso di domanda rispetto alla disponibilità delle merci. Ma se lo stato stabilisce un prezzo fisso, compensa le perdite di bilancio e offre sovvenzioni, un’azienda non ha alcun interesse a produrre di più e meglio dato che gli eventuali profitti vanno allo stato che copre anche gli eventuali disavanzi. Ciò non va ad incentivare il miglioramento della qualità dei prodotti che spesso vanno ad accumularsi tra le scorte di magazzino: “Non vi è dubbio che questa pratica ha avuto a che fare con la caduta precipitosa dei tassi di crescita che ha avuto inizio nel corso del Settimo Piano quinquennale di Kruscev e proseguita con i suoi successori (Bjarnason 1997). Mancavano ad esempio teorie per la determinazione dei prezzi in assenza di un mercato concorrenziale. Non era nemmeno chiara la determinazione dei prezzi pagati da un’impresa ad un altra nello scambio reciproco di semilavorati o componenti di determinati prodotti in assenza del mercato[1].

Uno degli elementi positivi della destalinizzazione è la ripresa della discussione sulla formazione dei prezzi e sulla categoria del valore che provoca un vivace dibattito: “La riscoperta del ruolo della legge del valore in tutti i settori dell’economia, compreso quello dei mezzi di produzione, fu al centro dei dibattiti già nel 1956: la teoria marxiana del valore venne utilizzata per attaccare la gestione amministrativa dell’economia, soprattutto nel campo della formazione dei prezzi. Nel 1959 l’Accademia delle Scienze nominò una commissione di economisti per discutere dell’argomento, in occasione della generale revisione dei prezzi che sarebbe iniziata l’anno dopo” (Bufarale 2006). 

Ma nel gruppo dirigente PCUS invece si pone addirittura il problema della costruzione del comunismo in due tappe, una fuga in avanti della direzione Krusceviana. Kruscev in questo senso fu l'ultimo degli stalinisti: il comunismo doveva iniziare secondo la teoria marxista quando la produzione di beni e servizi avesse raggiunto un punto tale in cui non dovessero esserci restrizioni al consumo: “Poche persone oltre a Kruscev avevano l'illusione che la fase comunista potrebbe essere raggiunta, soprattutto in Russia, senza un lungo periodo di transizione” (Bjarnason 1997). 

Nella prima fase, dal 1961 al 1970, l'Unione Sovietica doveva superare gli Stati Uniti d'America nella produzione pro-capite; si sarebbero risolto il problema dell’alloggio e sarebbe scomparso il lavoro fisico pesante portando alla giornata lavorativa più corta del mondo. La seconda fase doveva essere completata nel 1980 con il raggiungimento dell’abbondanza di beni materiali e culturali della società sovietica in modo da potere passare al principio della distribuzione in base alle necessità. Dunque nel 1980 avremmo dovuto essere in piena società comunista. 

Volere superare le società capitaliste dal punto di vista del benessere doveva essere l'ambizione del socialismo realizzato, basti dire che il periodo di maggior consenso verso il comunismo avvenne quando le economie capitaliste erano in crisi all'indomani del crollo di Wall Street e l'URSS sembrava l'unico paese in pieno sviluppo. Kruaciov, nonostante la seconda guerra mondiale fosse finita da un pezzo, insite ancora sulla priorità dello sviluppo dell’industria pesante, specialmente dell’industria militare, a scapito dell’agricoltura e dell’industria leggera. Invece di intervenire tempestivamente sul sistema centralizzato dell’economia pianificata, rafforzò la rigida struttura ereditata, che portava ad una bassa produttività e forti sprechi. 

In realtà negli anni '70 nei paesi socialisti si va verso una scarsità di beni invece invece che verso l’abbondanza come avrebbe voluto la teoria marxista. Siccome per Marx il mercato serve per l'allocazione efficiente in caso di penuria, la scarsità di beni e merci che ha sempre afflitto le società socialiste rendono di fatto obbligatorio il ricorso al mercato. La pianificazione estesa semmai deve intervenire in una fase avanzata per portare ad una situazione di abbondanza che dovrà porre le basi materiali del comunismo (Bufarale 2006). 

Che in Unione Sovietica non ci sia stata una reale percezione della situazione lo conferma l'analisi del politologo Butenko sulla vicenda della “socializzazione progressiva” che avrebbe dovuto portare al superamento delle cooperative. Come sosteneva Stalin una pluralità di forme di proprietà queste devono entrare in contatto tra di loro attraverso lo scambio di merci. Nel caso dei kolkoz (cooperative) devono trasformarsi in sovkoz ossia in aziende statali per potere eliminare gli scambi mercantili. Contro la cooperazione c’era un vecchio pregiudizio secondo cui, come diceva Marx, i cooperatori erano i capitalisti di se stessi anche se è indubbio, come mostra la pratica, i lavoratori di queste imprese si sentono maggiormente partecipi del destino comune e quindi maggiormente coinvolti nel processo produttivo che non i lavoratori delle imprese statali. Questo pregiudizio contro la cooperazione rimane presente in Unione Sovietica fino a tempi recenti nonostante gli esiti fallimentari della statizzazione delle imprese cooperative negli anni '70. Alla fine degli anni '80 un quintale di patate costava il 40% in meno nelle fattorie collettive che non in quelle statali. Mentre le misure per eliminare le aziende sussidiarie portarono al crollo (-30/40%) della produzione agricola (Carpinelli 2008). Da quanto detto è chiaro che sotto certi aspetti sia Kruscev che Breznev erano più a “sinistra” di Stalin. Ma il problema non era di andare sempre più a sinistra ma di andare nella direzione giusta. E quella scelta dai dirigenti sovietici era la direzione sbagliata. 

Una volta eliminato il mercato nelle campagne era poi chiaro che, a meno che non ci si volesse isolare dall’economia internazionale, le relazioni mercantili esterne, come già ricordava Stalin, sono abbordabili solo in termini di legge del valore. Non si può poi arrivare a qualcosa che assomigli al comunismo con un basso livello di sviluppo delle forze produttive e in mancanza di una elevata coscienza dell’altruismo tra le masse. Nel frattempo, come chiaramente Lenin riconosceva, il socialismo, deve continuare a svolgere alcune delle caratteristiche del capitalismo, comprese le relazioni di mercato. Lo stesso superamento della divisone tra lavoro manuale e intellettuale presuppone un possente sviluppo della tecnologia ed una alta automazione del processo lavorativo. Infatti, fu nel notare questa rapido svilupparsi della tecnica e dell’efficienza del lavoro che Marx, come già ricordato, elaborò la sua teoria. Ma proprio sullo sviluppo tecnologico, che doveva essere l'asse su cui puntare per arrivare al comunismo, il sistema messo in piedi da Stalin, pur capace di mettere in piedi grandi manovre economiche, fallì. 

La discussione in URSS sulle riforme riprende dopo la caduta di Kruscev. Liberman e Nemcimov ad esempio propongono di introdurre incentivi materiali basati sui profitti aziendali riducendo nel contempo la parte fissa del salario, questo è quanto si è fatto poi in Cina. Si mettono a disposizione delle imprese quote maggiori dei profitti, destinati all’incentivazione materiale. alle iniziative socio-culturali e alle abitazioni. Nemcimov giustifica questo con la necessità di mobilitare tutte le risorse disponibili nel passaggio dall'economia estensiva a quella intensiva, ovvero da un lavoro scarsamente qualificato ad uno più qualificato che quindi deve essere pagato proporzionalmente. L'altro aspetto in questione è la preminenza dell'industria pesante sull’industria leggera che non è in grado di generare quell'abbondanza di beni che pure le autorità sovietiche promettevano. C'è in altre parole carenza di merci utili e abbondanza di quelle inutili mentre la società diventa via via più complessa e i bisogni diversificati. E' chiaro che se mancano le merci da comprare i lavoratori sono meno incentivati a lavorare di più e meglio giacché non sanno cosa comprare con uno stipendio maggiore. Quindi non basta differenziare i salari, si devono anche offrire beni e merci da comprare e questi vengono prodotti essenzialmente dall'industria leggera. 

Lo stesso Liberaman propone di utilizzare come indice il valore della produzione venduta, e non quella semplicemente prodotta, in modo che le aziende si adeguino alle richieste dei consumatori. Ciò presuppone però l'esistenza di un mercato o comunque un sistema di prezzi elastico e non dettato dal centro. I cinesi risolsero tale dilemma introducendo un sistema duale dei prezzi per andare poi speditamente verso l'instaurazione del libero mercato. L'altro indice proposto da Liberman è quello relativo alla redditività delle aziende che viene stabilita in base al rapporto tra i fondi destinati alla produzione e il profitto. La imprese avrebbero devono pagare un interesse annuo sui fondi fissi e circolanti; i prezzi all'ingrosso devono tener conto dell'interesse pagato consentendo di stabilire corretti rapporti tra i prezzi dei beni dei vari settori industriali. 

Le riforme di Liberman del 1965 vengono appoggiate dal primo ministro Kosygin e contrapposte al volontarismo e soggettivismo dominante nell'epoca di Kruscev, avrebbero dovuto aumentare il livello scientifico della gestione economica, sulla base delle leggi dell’economia politica del socialismo. Le riforme hanno un certo successo negli anni '60 portando ad un aumento del PIL del 7,4% tra il 1966 e il 1970. Ma la maggiore autonomia aziendale fa sì che le imprese acquistino un potere monopolistico che prima non avevano, senza migliorare la qualità della produzione. Le imprese continuano a produrre merci costose con spreco di materie prime e risorse (Catone 1994). Nonostante tutto anche grazie alle riforme ampi strati di po­polazione beneficiarono di un miglioramento del livello di vita, ottengono nuove abitazioni, accedono a un più ampio as­sortimento di beni di consumo.

Marx pensava che gli elementi anarchici del capitalismo portassero alle crisi ricorrenti per cui si è visto in un’economia rigidamente controllata la via sicura al socialismo e nel mercato la sua antitesi logica. L'introduzione dell’economia socialista pianificata per utilizzare le risorse nazionali in quello che sembrava essere il modo più razionale è stata, in realtà, prematura e, nonostante le sue numerose realizzazioni anche positive, deve essere considerata come una variante del socialismo utopistico. Ma il socialismo in URSS è stato costruito attraverso la navigazione a vista. Non c'erano esempi precedenti. Si è proceduto a zig zag in mancanza di un modello. L'unico modello disponibile da cui si potesse partire era l'economia di comando della Germania Guglielmina. Il “socialismo di stato” o “comunismo di stato” come lo chiama a volte Engels. In particolare la sua tarda appendice del cosiddetto "socialismo di guerra" instaurato in quel paese per la pianificazione dell'economia di guerra durante la prima guerra mondiale e che aveva funzionato piuttosto bene. Come si vede il modello originario non era poi molto nobile da un punto di vista di classe. 

Breznev, Kosighyn e Suslov 
L'esperienza ci dice che le crisi cicliche del capitalismo, che erano la ragione della pianificazione centralizzata buttate dalla porta rientravano dalla finestra. Le crisi dell’economia socialista erano differenti delle crisi del capitalismo. Si esprimevano attraverso la carenza di beni di consumo e le mancate consegne di forniture a imprese industriali. Le aziende a loro volta non rispettavano gli obiettivi di piani quinquennali per il volume di produzione e di conseguenza il tenore di vita della popolazione rimaneva stazionario (Why 2007). Per la verità il mercato continuava ad esserci ed era quello nero, il mercato parallelo dei beni di consumo e persino dei rifornimenti industriali che crearono poi quella mafia che prese il potere ai tempi di Eltsin. Spesso il turista che si recava nei paesi dell'est veniva inevitabilmente a contatto col sottobosco dei cambiatori in nero che offrivano per la valuta pregiata cifre molto superiori al cambio ufficiale che alimentava il mercato dei negozi a cui si poteva acquistare merci occidentali solo in valuta forte oppure si offrivano forti somme in valuta locale per comprare abbigliamento anche usato, ma inaccessibile all'interno del paese, da rivendere al mercato nero. Il comunista canadese Emil Bjarnason ricorda il “...sistema incredibilmente inefficiente dei telefoni, che operano senza il beneficio di elenchi telefonici, (i) servizi dell'albergo più grande d'Europa, il Rossia, con i suoi 26 caffè con registratori di cassa costituiti da una scatola di sigari e un abaco, e questo in un paese che era in grado di superare gli Stati Uniti nella tecnologia di esplorazione dello spazio” (Bjarnason 1997). 

Dunque un paese che riusciva a gestire egregiamente le industria spaziale e militare e l'industria pesante si dimostra assolutamente carente in fatto di servizi di base e nei prodotti dell'industria leggera. Una cosa di cui si deve tener conto nella costruzione del socialismo. Come diventerà poi chiaro nell’esperienza cinese le aziende medie e piccole è bene che siano di proprietà privata o collettiva in quanto lo stato non può occuparsi di tutto, pena la proliferazione della burocrazia e dell'inefficienza. Ciò che i cinesi ritengono di avere imparato esperienza storica del socialismo è che sia impossibile pianificare ogni cosa soprattutto in un paese enorme quale la Cina. Si potranno pianificare solo alcuni elementi dell’economia come la produzione di cemento, elettricità, materiali ferrosi ma comunque non all’interno di un piano rigoroso ma all’interno di un piano di riferimento. Non si può pensare al socialismo senza tener conto dell’esperienza storica del socialismo reale altrimenti è auto-illusionismo. 

Gli USA adottavano l’embargo del trasferimento di tecnologie a cui si aggiungeva la mancanza di concorrenza interna che portava le imprese a non innovare. Proprio l'isolamento dal mercato mondiale e dall’innovazione tecnologica che ormai si dispiegava a livello mondiale, rendono inutili le disposizioni pure presenti nei piani quinquennali per lo sviluppo tecnologico attraverso obiettivi di efficienza economica delle imprese, inoltre il mancato raggiungendo degli obiettivi di produttività non comporta serie conseguenze per l’azienda. In un'economia di mercato, d'altro canto, il progresso tecnologico è una questione di vita o di morte per l'impresa. In mancanza della concorrenza data dal mercato, le inefficienze, gli sprechi, gli alti costi vengono trasmessi ai prezzi interni oppure vengono assorbiti dalle sovvenzioni che però alla fine gravano sull'intero sistema. Se si ricompensa l'inefficienza attraverso vendite e guadagni garantiti viene a mancare la spinta verso l'innovazione e la riduzione dei costi di produzione. Quando si esauriscono le spinte date dalla crescita intensiva invece che verso l'abbondanza si va verso la scarsità dato che tutte le risorse (terra, materie prime) e manodopera sono state messe all'opera e ciò comporta la riduzione dei tassi di crescita. Questo è avviene nei paesi socialisti mentre nei sistemi capitalisti si accelerano i processi di innovazione tecnologica ad esempio nei campi dell'informatica e delle telecomunicazioni (Gonzales Gutierrez 2003). 

Il socialismo di tipo staliniano ha dato eccellenti risultati per gli obiettivi che si era prefisso, sconfiggere militarmente l'aggressione imperialista, ma era generalizzabile? Soprattutto era generalizzabile in paesi poverissimi come la Cina, il Vietnam ecc. Il marxismo ci dice che le tappe dello sviluppo sono difficilmente baipassabili. In paesi che non hanno mai avuto una fase capitalista il passaggio diretto dal feudalesimo al socialismo è già di per sé problematico. Nessuno degli Stati socialisti finora esistiti ha tentato per la verità di essere immediatamente anticapitalista senza passare prima attraverso una fase democratico-popolare che aprisse la strada per affrontare i compiti più dichiaratamente socialisti (Ralfus Pineda 2007). In questi paesi il capitalismo prepara le basi economiche del socialismo. 

La decisione presa in Vietnam, Cina e, in misura minore, a Cuba di passare ad un’economia di mercato socialista non dovrebbe pertanto essere considerato un ritirata, ma dal punto di vista storico-materialista il riconoscimento della necessità di non saltare le fasi di evoluzione economico-sociale (Why 2007). 

Il Nono Piano Quinquennale 1975 
Inoltre il tipo di sviluppo economico dell'URSS invertiva le fasi naturali dello sviluppo. In Occidente si era passati dallo sviluppo del settore primario (agricoltura), poi a quello secondario leggero (abbigliamento, trasformazione dei prodotti agricoli ecc), al secondario pesante (metallurgia, armi ecc). In URSS per le necessità della preparazione alla difesa militare si era partiti dallo sviluppo del secondario pesante. Questo tipo di sviluppo comportava però dei problemi. Si sviluppava l'industria pesante ma non quella dei beni di consumo. Si producevano cannoni ma non si trovava il burro, si costruivano carri armati ma non i vestiti. Il risultato era una generale e cronica scarsità di beni di consumo. Verso la fine degli anni Settanta, prolifera­rono mercato nero e distribuzione delle mer­ci sottobanco e, tranne Mosca, le città dovettero fronteggiare scarsità permanente di carne, grassi, prodotti agricoli. Inoltre la mancanza di concorrenza portava a merci di scarsa qualità, impossibilità di esportare se non nella forma di materie prime e semilavorati quindi economie di sussistenza, conseguente mancanza di divisa per comprare merci all'estero (petrolio se necessario, impianti chiavi in mano ecc). 

Differente è stato l'approccio in Cina che si è basato più corrette proporzioni dell'economia tra consumo, produzione agricola e alimentare, industria leggera, servizi e l'industria pesante. La decollettivizzazione dell'agricoltura e la creazione di ceti urbani con capacità di spesa ha reso possibile un notevole aumento nella produzione e distribuzione dei prodotti alimentari. Pianificazione e controllo statale hanno permesso un’adeguata politica dei prezzi hanno stimolato la produzione di beni di consumo. Il conseguente sviluppo dell'industria leggera ha rafforzato l'alleanza con i contadini, mettendo loro a disposizione beni di consumo a buon prezzo. Insomma la città produce beni di consumo in cambio di beni agricoli dalla campagna. In questo modo si è potuto arrivare ad evitare le ricorrenti strozzature nel mercato di approvvigionamento alimentare delle città durante la NEP sovietica determinate dalla mancanza di beni industriali a basso prezzo che facevano sì che i contadini non avessero interesse a commercializzare il surplus di prodotti agricoli. Inoltre l'industria pesante è diventata il supporto per lo sviluppo di quella leggera e dell'agricoltura piuttosto che fine a se stessa (Lessons 1993). La correzione della vecchia politica economica in Cina ha portato ad un tasso di sviluppo del 20% annuo per l’industria pesante come per quella leggera, che scende nel 1988 all’8% e al 7,6% nel 1990; la ripresa degli anni ’90 è dovuta soprattutto ad una maggiore produzione dell’industria leggera, beni di consumo durevoli, rispetto all’industria pesante (Bedon 1994). 

Bisogna avere una percezione reale di ciò che è successo nei paesi dell’est Europa. Un crescente divario di produttività è emerso tra l’economia socialista e capitalista e questo si è riflesso in un gap tra il tenore di vita nei paesi socialisti e quello dei paesi capitalisti: “Intanto, le opportunità di vita di gran parte dei cittadini erano insufficienti rispetto alle nuove aspettative sociali (per altro sostenute ed incentivate dal sistema sovietico). Avere un certo tipo di alloggio, un certo livello di vita culturale ed anche alcuni generi di beni durevoli non era ritenuto un comportamento antisocialista. Ma per una parte consistente della popolazione questi obiettivi erano ancora irraggiungibili. Molte donne, che vivevano in campagna, lavoravano per arrotondare il salario del coniuge, operaio di un sovchoz; molti pensionati lavoravano per sopperire alla bassa pensione, molti altri, ancora, svolgevano il doppio, triplo lavoro per guadagnare di più ed acquistare beni e servizi altrimenti inaccessibili (es: i giovani operai non qualificati dell'industria statale) (Carpinelli 2008). 
Verso la fine degli anni Settanta, prolifera­rono mercato nero e distribuzione delle mer­ci sottobanco e, tranne Mosca, le città do­vettero fronteggiare scarsità permanente di carne, grassi, prodotti agricoli. Gli amici di Breznev, come del resto i segretari regionali del partito, beneficiaro­no della sua politica di «stabilità dei qua­dri». La figlia, sposata col ministro degli In­terni, fu implicata con il marito in scandali e faccende alquanto delicate. Corruzione diffusa, incompetenza, ecc assestarono il colpo definiti­vo alla fiducia popolare nel socialismo (Zubok 2006).

Senza comparabili forze di mercato, una economia socialista pianificata che compete con una economia capitalista sul mercato mondiale deve avere elementi analoghi di contabilità economica con quelli capitalistici e dare impulso al progresso tecnologico. La tendenza era invece ad una sorta di stati autarchici per altro già delineati dalla stessa socialdemocrazia tedesca ad opera di Karl Kautsky e Georg Vollmar. 

I cinesi hanno fatto una analisi impietosa delle carenze del tipo di socialismo pre-riforme. Hanno preso atto delle insufficienze della pianificazione e della necessità del mercato come regolatore di base del prezzo delle merci. Il mercato non l'ha inventato il capitalismo. Il mercato c'è sempre stato. La pianificazione non l'hanno inventata i marxisti. La Germania durante la prima guerra mondiale, gli USA durante il New Deal, le economie keynesiane dell'Europa Occidentale dopo la Grande Depressione sono esempi di pianificazione, programmazione economica o intervento massiccio dello stato nell'economia. Quindi pianificazione e mercato non stabiliscono se uno stato sia socialista o capitalista[2]. Del resto questo argomento era già venuto in mente a Stalin nel suo saggio Problemi economici del socialismo in URSS che era una sorta di bilancio di quella esperienza. 

Se Stalin fece il bilancio parziale della sua esperienza Deng lo fece dell’esperienza del PCC. Anzi Deng sostenne che senza il bilancio non lusinghiero della precedente esperienza non ci sarebbe stato nuovo corso. “Il consenso sulle riforme e l'apertura del paese, doveva: «essere attribuito a dieci anni di Rivoluzione Culturale e alle lezioni imparate da quel disastro». «La Rivoluzione Culturale è diventata la nostra ricchezza», ebbe a dire: senza di essa non ci sarebbe stato un nuovo corso politico (Hutton 2007, 82). 

Un atteggiamento ben diverso da quello di Kruscev e dell’odierna sinistra radicale, trotskisti in testa. Quando si cerca di attribuire alla malvagità di questo o di quello il fatto che le formule non funzionino non si fa nessun progresso cadendo in una sorta di depistaggio. Si finisce per attribuire a mitici ceti quali la burocrazia il tradimento della rivoluzione non rendendosi conto che la burocrazia esisterà finché esisterà lo stato e che l’eliminazione del mercato porta all’ampliamento della burocrazia. Kruscev fu vittima della stessa illusione: per lui tutto era dovuto alla malignità di Stalin. Finì col far fuori persone senza nessun processo (Beria) cosa che Stalin non aveva mai fatto e con una epurazione che eliminò tutto il gruppo dirigente del Partito (e non una metà come fece Stalin). L’attribuire alla malvagia dei burocrati, revisionisti o stalinisti tutto ciò che non va finisce con improbabili ritorni a Marx o Lenin in cui non si tiene in nessun conto dell’esperienza storica del socialismo per cui si finisce con il riproporre gli stessi errori in forma diversa e proporre corsi del tutto fallimentari come l’eliminazione del mercato[3].

Note
[1] Tra l’altro non è stato nemmeno facile il passaggio delle economie pianificate all’economia di mercato. Determinare il costo di un prodotto in Cina dove non esisteva un mercato concorrenziale da decenni non era facile. C’è stata tutta una fase di transizione basata sui doppi prezzi. Questa politica dei prezzi a doppio binario doveva rendere più soft il passaggio ai prezzi di mercato, ma nel 1988 determinò un'elevatissima inflazione, che colpiva soprattutto gli abitanti delle città, per la maggior parte salariati a reddito fisso. Questa situazione aprì le porte ai fatti di Tienanmen (Cheek 2007 p. 90). 
[2] Nel Rapporto XIV Congresso Nazionale del PC cinese del 1992 dopo il viaggio di Deng nel sud della Cina. al congresso si afferma: "… nelle sue importanti osservazioni fatte all'inizio del presente anno, il compagno Deng Xiaoping ha segnalato, ancora con maggior chiarezza, che l'economia pianificata non è sinonimo del socialismo, in quanto anche nel capitalismo esiste la pianificazione e che nemmeno l’economia di mercato è sinonimo del capitalismo, giacchè anche nel socialismo esiste il mercato. Tanto la pianificazione quanto il mercato non sono altro che meccanismi economici. Ciò che possiede un poco più di pianificazione o un poco più mercato, non è l’elemento che distingue essenzialmente il socialismo dal capitalismo." In questa idea di Deng Xiaoping è sorpassata la contraddizione presunta fra la pianificazione ed il mercato; la suddetta ha fatto scontrare gli economisti socialisti per molto tempo. Si apre così la possibilità teorica che il socialismo assimili nel suo sistema di direzione economica sia la pianificazione sia il mercato come regolatori dell'economia (Vascós 2004). 
[3] Significativi apporti alla teoria del valore verranno dal Partito Comunista Cinese come è ovvio ma anche da Primo congresso del PC Cubano nel 1975, questo può essere una sorpresa, che ha sottolineato esistenza della legge del valore nel socialismo. Il Programma del Partito stabilisce che nella costruzione del socialismo si devono utilizzare ampiamente le categorie mercantili: “Un grande ruolo in questo lo gioca l'applicazione di tali strumenti dello sviluppo dell'economia come il calcolo economico, il denaro, il prezzo, il costo di produzione, il guadagno, il commercio, il credito, le finanze." cit, in (Vascós 2004)“.

Bibliografia

Bjarnason, Emil. 1997. “The Problem of the Socialist Market.” Spark! (10): 17–19.
Bufarale, L. 2006. “Per Un Socialismo Di Mercato. Aspetti Del Dibattito Economico in URSS Negli Anni Sessanta.” Storicamente (2).

Carpinelli, Cristina 2007. Le contraddizioni del “Socialismo reale” in Unione Sovietica. http://www.homolaicus.com/politica/socialismo-reale/socialismo-reale4.html
Cheek, Timothy. 2007. Vivere Le Riforme. La Cina Dal 1989. EDT.
Hutton, Will. 2007. Il Drago Dai Piedi D’argilla. La Cina e l’Occidente Nel XXI Secolo. Fazi editore.
Vascós González, Fidel. 2004. “Socialismo e Mercato”. Quaderni di Contropiano. http://www.ricercastoricateorica.org/Prospettive/GONZALEZ-socialismo-mercato.htm.
Zubok, Vladislav M. 2006. Breznev.Dizionario del comunismo nel XX secolo. Vol. 1: A-L. (a cura di Pons, Silvio; Service, Robert). Einaudi. 2006
Bedon, Rita. 1994. La Cina è sempre più vicina. La contraddizione. n. .43-luglio-agosto 1994

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