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Non indignari, non admirari, sed intelligeri

Spinoza


Il blog si legge come un testo compiuto sulla Cina. Insomma un libro. Il libro dunque tratterà del "pericolo giallo". Un "giallo" in cui l'assassino non è il maggiordomo ma il liberale. Peggio il maggiordomo liberale. Più precisamente il maggiordomo liberale che è in voi. Uccidetelo!!!Alla fine il vero assassino (a fin di bene) sarete voi. Questo sarà l'unico giallo in cui l'assassino è il lettore. A meno che non abbiate un alibi...ça va sans dire.

domenica 20 maggio 2012

4.3: I giorni dell'acciaio: collettivizzazione e industrializzazione in URSS

 4. Socialismo tra realtà e mito


Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe
attraverso le guerre di classe, disperati
quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta.
Eppure lo sappiamo:

anche 1'odio contro la bassezza stravolge il viso.
Anche 1'ira per 1'ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza, noi non si poté essere gentili.
Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi
con indulgenza.

Bertolt Brecht

Nell'attuazione della pianificazione dell'intera economia del paese (e non solo di una singola fabbrica o di un singolo settore industriale) i comunisti russi si muovevano su un terreno affatto nuovo e inesplorato, privi di ogni riferimento o modello nei classici del marxismo.[...]Quell'esperienza andrebbe studiata e ristudiata attentamente da parte di chi si propone un superamento del capitalismo. Altre esperienze (piccole comunità autogestite, "bilanci partecipativi", e tutto quanto è diventato di moda tra i no global) appaiono ben poca cosa a fronte della pianificazione sovietica e degli altri paesi del "socialismo reale". 
Andrea Catone.


Lenin preconizza, come vedremo meglio in seguito, la possibilità della costruzione del socialismo in Russia attraverso l'industrializzazione e la diffusione della cooperazione nelle campagne. 


Van Ree scrive: 
Piuttosto che posporre le ambizioni socialiste in un lontano futuro, nell'ultimo periodo della sua vita attiva Lenin conclude che, contro le sue prime più pessimistiche aspettative, il socialismo può essere ottenuto in uno spazio di tempo relativamente corto. Nel suo discorso al Soviet di Mosca nel Novembre del 1922 egli notava che “il socialismo non sarà a lungo una questione di un lontano futuro”. Il socialismo diventa parte della vita di ogni giorno. Il compito di trasformare la Russia della NEP nella Russia socialista si sarebbe svolto “non domani ma in parecchi anni”. In “Sulla cooperazione” egli dice che, partendo dalla NEP verso una situazione di piena cooperativizzazione, avrebbe preso una “completa epoca storica” che egli stimava in una o due decadi. Così egli si aspettava che il processo sarebbe stato portato al successo finale attorno al 1938. Sorprendentemente, questo è il tempo che Stalin ha impiegato (Van Ree 2001).
Nel 1936, infatti, Stalin chiude con le concessioni agli stranieri, sebbene fossero ancora attive le concessioni fatte ai contadini con la cosiddetta neo-NEP, che costituivano un elemento marginale del mercato. Nella sostanza questi articoli di Lenin come Sulla cooperazione sono la prima teorizzazione della possibilità di costruire il socialismo in Russia, ovvero in un paese isolato e arretrato. Questo punto di vista è poi sviluppato Stalin nell'opuscolo I problemi del leninismo (1926) e sostenuto da Bucharin. Stalin nella Lettera al compagno Ivanov (1938) in seguito dividerà la questione della vittoria del socialismo in due parti. La prima parte riguarda la vittoria completa del socialismo in URSS, cioè la possibilità di costruire il socialismo e l'impossibilità di restaurazione del capitalismo dovuta a forze interne. La borghesia interna può essere sconfitta attraverso il rafforzamento dell'alleanza tra operai e contadini. La seconda parte riguarda la vittoria finale, che è impossibile per la permanente minaccia d'intervento delle potenze occidentali contro la Russia sovietica e che diventa possibile solo attraverso la vittoria della rivoluzione in Occidente. Dunque l'Unione Sovietica deve aiutare il proletariato degli altri pesi ad instaurare il socialismo, perché la questione della vittoria finale non si può decidere sul piano interno. Così argomenta Stalin.


Zinoviev sostiene nell'aprile del 1925 che la piena vittoria del socialismo in un paese come la Russia era possibile secondo Lenin che però pensava, da internazionalista, che sarebbe stata incompleta e instabile. Secondo l'interpretazione che Zinoviev dà di Lenin, l'URSS della NEP è una ritirata temporanea e non la via maestra verso il socialismo, è capitalismo di stato in uno stato proletario che deve rinnovare la lotta di classe contro i kulak, può e deve costruire il socialismo in un solo paese ma proseguendo la lotta per la rivoluzione in un altro numero di paesi avanzati. Che fossero proprio Zinoviev e Kameniev a puntare sulla rivoluzione mondiale era del tutto stravagante dato che, nell'Ottobre del 1917, si erano rifiutati di farla persino in Russia. Anche la cooperazione per Zinoviev è capitalismo di stato come, in effetti, la definì Lenin nel 1921 quando non esisteva ancora un’industria statale avanzata ed era dunque vista in collegamento col capitalismo di stato. Ma comunque Ziniviev afferma: “A chi ci chiede se possiamo e dobbiamo stabilire il socialismo in un solo paese, rispondiamo che lo possiamo e lo dobbiamo. Fin da ora, senza aspettare, lavoreremo senza sosta a edificare il socialismo in URSS” (Zinoviev 1973, p. 240). A questo punto la discussione sulla costruzione del socialismo diventa una questione di lana caprina. Una discussione che Trotskij trova schematica, dottrinaria e scolastica e per un anno e mezzo, come ricorda il suo biografo Deutscher, non interviene nemmeno sul tema. Trotskij deve riordinare un pochino le proprie idee. Egli infatti, prima del '17, polemizza apertamente con Lenin sulla parola d'ordine della “dittatura democratica degli operai e dei contadini”, a cui contrappone la teoria della rivoluzione permanente che non prevede tappe intermedie, dunque la rivoluzione russa può vincere solo come rivoluzione proletaria e di conseguenza si dovrà spingere immediatamente sulla via socialista (Discussione 2001). Con la teorizzazione di Zinoviev, secondo cui l'URSS è nella fase del capitalismo di stato, la rivoluzione permanente va a farsi benedire. Con l'adesione alla piattaforma dell'Opposizione di Sokolnikov, la contrapposizione alla politica della maggioranza del Partito Bolscevico, erroneamente attribuita all rifiuto del "socialismo in un solo paese" avviene più da destra che da sinistra, e Trotskij pensa che il programma di disarmo nei confronti delle campagne, portato avanti dall'ex ministro delle finanze, sia divenuto la piattaforma dell'opposizione. Trotskij nel 1925 vede dietro la demagogia della nuova opposizione l'espressione burocraticamente distorta (espressione analoga a quella che userà in seguito per l'URSS) delle ansietà del proletariato e al congresso del Partito riconosce che ci siano degli elementi di verità nelle accuse della maggioranza all'opposizione di Leningrado di essere la continuazione delle vecchie opposizioni del 1923-24. Del resto lo stesso Trotskij alla XV conferenza del partito afferma: "Se noi non pensassimo che il nostro Stato è uno Stato proletario, affetto, è vero, da deformazioni burocratiche […], se noi non credessimo che la nostra edificazione è socialista; se noi non credessimo che vi sono, nel nostro paese, risorse sufficienti per sviluppare l'economia socialista; se non fossimo convinti della nostra vittoria completa e definitiva, è evidente che il nostro posto non sarebbe più nei ranghi di un partito comunista." (Broué 1971, p. 247).


Occorre dire che la discussione sul socialismo in un solo paese verte principalmente sul fatto se la Russia sovietica, paese arretrato nello sviluppo delle forze produttive e a stragrande maggioranza contadina, sia in grado di costruire il socialismo con le sue stesse forze senza che la vittoria della rivoluzione nei paesi avanzati porti quell'aiuto tecnico-economico di cui aveva bisogno. Di fatto Trotzky, come rileverà in seguito Bordiga, appoggia la costruzione del socialismo in un solo paese.

Vasapollo da un eccellente quadro della situazione in cui maturano i piani quinquennali:
Effettivamente l'URSS è ancora in ritardo nella sua economia e in particolare l'industria pesante occupava un ruolo assolutamente secondario così come carente era l'assetto complessivo del commercio estero e dei servizi, non era aumentata significativamente la produttività, non realizzando l'attesa rapida ascesa dell'agricoltura. Ciò anche perché l'unica industria che fu in qualche modo sostenuta dalla NEP era quella leggera. E' solo nel 1924 che il rapporto tra prezzi dei beni agricoli e di quelli industriali ritorna approssimativamente ai livelli antecedenti la prima guerra mondiale e riparte il commercio estero con una buona propensione alle esportazioni. Ma la crisi e il ritardo dell'URSS continuano, tanto che nel 1927 forti si fanno le voci di un diretto intervento economico straniero. Molti trust industriali falliscono e l'industria in genere, in particolare quella pesante, subisce una crisi senza precedenti; solo nel 1928 si raggiunge un livello della produzione in URSS pari a quello precedente la grande guerra.
E' così che Stalin nel 1928, in base a considerazioni sia economiche ma soprattutto politiche, comincia il superamento della politica della NEP, affrontando la questione della rottura con i tecnici e gli esperti, cioè con gli specialisti borghesi, non accettando neppure la posizione di Bucharin sulla cosiddetta "modernizzazione graduale" che di fatto significava proseguire la politica della NEP. Si cerca la strada di una gigantesca opera di modernizzazione socialista, con un piano di industrializzazione rapida e con un'agricoltura basata sui Kolchoz e i Sovchoz (le grandi imprese agricole collettive). Stalin giustamente sceglie di puntare sull'industria pesante, sulla collettivizzazione nelle campagne, anche per poter far fronte alle innumerevoli cospirazioni diversificate e su vasta scala e alle continue minacce di intervento non solo sul piano militare ma soprattutto sul piano economico che il capitale straniero aveva sferrato e attuato.
L'idea della pianificazione economica era già presente all'inizio degli anni '20, ma è proprio nel dicembre del 1929, in concomitanza della grande depressione dei paesi a capitalismo avanzato, che Stalin decise di mettere in pratica un'economia regolata fortemente da strumenti scientifici, in modo da garantire uno sviluppo equilibrato e moderno nell'interesse generale del popolo sovietico e del socialismo. Nasce così il Primo Piano Quinquennale studiato già nel 1926 dal Gosplan (Comitato statale per la Pianificazione) e dal Consiglio Supremo dell'economia nazionale, per il periodo 1 ottobre 1928- 31 dicembre 1932. Proprio mentre è in atto la più grande crisi che il capitalismo aveva attraversato, il Primo Piano prevede un'espansione dell'economia mai realizzata in quell'epoca in nessuna parte del mondo. Era previsto un incremento della produzione industriale del 180%, quella dell'impiantistica del 230%, quella agricola del 55%; l'incremento del reddito nazionale doveva essere del 103% con un aumento dei redditi operai del 71%, quello dei contadini del 67% con un aumento generale della produttività del lavoro del 110%. (Vasapollo 2001)
La collettivizzazione, misura chiave del percorso della costruzione socialista in URSS, ha anche una certa popolarità in alcune zone come in Siberia dove le condizioni dei contadini sono particolarmente dure e gli stessi contadini sono già abituati ad aiutarsi a vicenda. Indubbiamente una parte dei contadini medi accetta la collettivizzazione. C'è anche un movimento di massa dei contadini poveri che si sono trasformati col tempo in braccianti a giornata dei kulaki ma non c'è dubbio che in un primo tempo essa abbia molti elementi coercitivi e forzati, fatta come si disse “con la pistola sul tavolo”. Stalin fa macchina indietro e si riparte sul modello dell'Artel siberiano, basandosi sull’adesione alle cooperative per convinzione e non più unicamente per costrizione e nel contempo vengono promosse tutta una serie di misure che favoriscono anche la libera iniziativa dei contadini (la neo-NEP). Questa politica di innestare elementi di socialismo in URSS è appunto ciò che diventerà meglio noto come “socialismo in un solo paese”. Trotskij, ma all'inizio non solo lui, ad esempio crede che essendo l'URSS troppo arretrata non si possa costruire il socialismo in mancanza di una rivoluzione in Germania. La Germania portando aiuto tecnico all’arretrata Russia renderebbe possibile la costruzione di una base socialista in URSS. In mancanza di questa Trotskij propone una severa disciplina militare nelle fabbriche (repressione per chi sciopera), la costruzione di un’economia militarizzata, Trotskij comunque si dichiara, anche una volta in esilio, a favore del mantenimento del mercato. Ovvero l'indispensabile pianificazione deve realizzarsi attraverso il mercato: 
Gli innumerevoli partecipanti viventi nell'economia, statale e privata, collettiva e individuale, devono fornire informazioni delle loro esigenze e della loro forza relativa non solo attraverso le determinazioni statistiche delle commissioni di piano, ma dalla pressione diretta della domanda e dell'offerta. Il piano è controllato e, in misura considerevole, realizzato attraverso il mercato. La regolamentazione del mercato stesso deve dipendere le tendenze che si sono messe in evidenza attraverso il suo meccanismo. I piani prodotti dai dipartimenti devono dimostrare la loro efficacia economica attraverso il calcolo commerciale (Trotskij 1932, p. 275).

Come si vede Trotskij a differenza dei trotzkisti attuali, che sull'argomento sono più stalinisti di Stalin, ritiene indispensabile il mantenimento del mercato. Altrimenti la polemica sulla impossibilità della vittoria definitiva del socialismo in un solo paese non avrebbe alcun senso. Infatti, egli rimanda l'eliminazione del mercato alla vittoria del socialismo su scala mondiale, solo in questo caso avrebbe senso l'eliminazione del mercato. Ma i suoi tardi seguaci sono per la costruzione del socialismo integrale in ogni parrocchia almeno a giudicare dalle critiche ai paesi socialisti per il mantenimento del mercato. Ciò che vi è di velleitario in Trotskij è semmai la sua teoria sull'esportazione della rivoluzione mentre nel contempo si chiede ai capitalisti stranieri di investire in URSS. Il socialismo in presenza di un mercato mondiale si può costruire solo in una situazione di coesistenza pacifica. 



Le risorse per industrializzare l'URSS secondo Trotzky devono essere estorte ai contadini che Proebrazhevsky, il maggior economista dell'opposizione, vuole sfruttare come gli inglesi avevano fatto con le colonie.  Egli infatti è fautire della «legge dell'accumulazione primitiva sociali­sta», secondo la quale invece l'industrializ­zazione nella Russia sovietica avrebbe po­tuto essere finanziata soltanto ricorrendo al prelievo del reddito contadino senza un'e­quivalente corresponsione di valore da par­te dell'industria. Scrive Catone: "Fino alla gravissima crisi degli approvvigionamenti delle città dell'inverno 1927-28, la posizione di Stalin appare notevolmente prudente, volta a salvare - a costo di procedere a piccoli passi e di ampliare le concessioni al settore privato - il nucleo fondamentale della NEP, l'alleanza operai-contadini, mentre l'opposizione di sinistra teorizza, con la Nuova economia di Preobraženskij (1926) la necessità di un'accumulazione originaria socialista attraverso il «pompaggio» (perekačka) dei capitali essenzialmente dall'agricoltura per finanziare la costruzione di un'industria socialista." (Catone 1998).
A partire dal 1926, anche Bucharin  si è accorto che ormai la strada sta diventando stretta. Egli, infatti, accoglie il principio di un'intensificata accumulazione a spese dei contadini per favorire l'industrializzazione, ma solleva obiezioni nei confronti di un orientamento troppo esclusivo verso l'indu­stria pesante, che alimenterebbe forti tensioni sociali e gravi ripercussioni politiche nei rapporti tra lo stato e la società. Egli argomentò questa posizione in Note di un economista, pubblicato sulla «Pravda» nel settembre 1928, dove al posto della prece­dente cauta impostazione «a passo di luma­ca», egli si dichiarava favorevole a uno svi­luppo elevato e rapido, ma mettendo in guar­dia dalle conseguenze distruttive di un cor­so a ritmi insostenibili e illimitati, pronun­ciandosi per un ridimensionamento di pro­getti troppo ambiziosi che avrebbero deter­minato eccessivi sacrifici per la popolazione e il conseguente ricorso all'azione repressi­va di massa a opera dello stato.(Di Biagio 2006). Ma anche Bucharin insiste nell'ottobre 1928 per rinforzare l'offensiva contro gli elementi capitalisti e primi tra tutti i kulaki. Stalin pensa che il proletariato possa essere mobilitato nella prospettiva della costruzione della società socialista invece di essere inquadrato con i metodi burocratici e repressivi di Trotskij già criticati da Lenin nel suo famoso testamento. Ma Trotskij non in definitiva e nonostante le sue dichiarazioni di circostanza è scettico sulla possibilità che la Russia possa costruire il socialismo con le sue sole forze. Bisogna notare comunque che Stalin, Lenin, Trotskij[1] e Bucharin si pongono il problema di una più o meno rapida crescita economica dell'URSS e nessuno teorizza il socialismo della miseria, anzi questa è un’espressione riservata piuttosto alle proposte avversarie.

La vittoria di Stalin significa l’industrializzazione a tappe forzate dell'URSS per recuperare il dislivello accumulato con le altre potenze europee, in modo di arrivare all'appuntamento con l'inevitabile conflitto armato in condizioni di potersi difendere. L'URSS vince la sfida. La pianificazione rigida ha dato il meglio di se negli anni '30 in URSS comportando uno sviluppo fino ad ora ineguagliato (nemmeno dai cinesi). Ciò ha consentito ai sovietici di battere il più potente esercito del mondo di un paese, la Germania, che ancora nel 1927 ha un PIL procapite che è 6 volte quello sovietico, ridotto fortemente nel ’41, al momento dell’aggressione. Questo tipo di sviluppo va bene per un paese che non aveva mai avuto pace dal ‘17 in poi. Un paese che si sta preparando alla guerra. L’URSS viene aggredita dalla Germania, che ha conquistato tutta l'Europa, annientando l'esercito più potente del mondo (quello francese) in poche settimane. Il paese è in grado dapprima di resistere e poi passare all'offensiva cancellando per sempre la peste bruna. Ciò sarebbe stato impossibile senza l'impressionante mole di successi economici inanellati dall'URSS negli anni '30, costringendo gli stessi paesi capitalisti ad intervenire pesantemente nell'economia. Non è nemmeno vero che Stalin avesse rinunciato all'apertura economica verso l'occidente (in analogia con quanto farà poi  maniera sistematica Deng Xiaoping): "L'apice di questo processo di imitazione tec­nico-organizzativa fu raggiunto tra il 1928 e il 1932, nel contesto del Primo piano quin­quennale, quando la progettazione di alcu­ni tra i più grandi ed emblematici progetti di costruzioni industriali (le grandi fabbri­che di trattori, gli impianti siderurgici di Magnitogorsk, le officine per autoveicoli) fu direttamente affidata a imprese americane, tra cui la Ford, e la loro realizzazione segui­ta da ingegneri e tecnici statunitensi. In quella congiuntura, che per alcuni anni portò gli Usa a essere il primo importatore in Urss, l'unico limite al processo imitativo fu dato dalla mancanza di valuta estera, che diven­ne stringente con l'approfondirsi della de­pressione economica in Occidente. Nel corso degli anni Trenta i successi dell'industrializzazione sovietica, soprattutto se paragonati alla stagnazione economica in Occidente, accrebbero l'orgoglio ingegneristico nazional-comunista e ridimensionaro­no la fascinazione per le tecniche america­ne, ma non di meno gli Usa restarono il prin­cipale metro di paragone per misurare, ed esaltare, l'avanzamento dell'economia so­vietica." (Romero 2006).
Il maggiore riconoscimento all’opera di Stalin, lo ricorda Losurdo, avviene dal suo più inesorabile avversario: 

«L'ampiezza dell'industrializzazione dell'URSS, nei confronti della stagnazione e del declino di quasi tutto l'universo capitalista, risalta dagli indici globali seguenti [...] Negli ultimi dieci anni (1925-1935), l'industria pesante sovietica ha più che decuplicato la sua produzione. Nel primo anno del primo piano quinquennale [1929] gli investimenti di capitale si elevarono a 5,4 miliardi di rubli, nel 1936, devono essere di 32 miliardi», mentre «la produzione industriale della Germania raggiunge in questo momento il livello del 1929 solo in virtù della febbre del riarmo», la produzione industriale degli USA si è abbassata di circa il 25%, quella della Francia di più del 30%, e quella inglese è cresciuta solo del 3-4% con l'aiuto del protezionismo. «Gli immensi risultati ottenuti dall'industria, l'inizio molto promettente di uno sviluppo dell'agricoltura, lo svilupparsi straordinario delle vecchie città industriali, la creazione di nuove, il rapido aumento del numero degli operai, l'elevamento del livello di vita e dei bisogni, tali sono i risultati incontestabili della rivoluzione d'Ottobre, in cui i profeti del vecchio mondo videro la tomba della civiltà. Non è più il caso di discutere con i signori economisti borghesi: il socialismo ha dimostrato il diritto alla vittoria non nelle pagine del Capitale, ma su un'arena economica che comprende la sesta parte della superficie del globo; non con il linguaggio della dialettica, ma con quello del ferro, del cemento e dell'elettricità. [...] Solo la rivoluzione proletaria ha permesso a un paese arretrato di ottenere in meno di vent'anni risultati senza precedenti nella storia»(Trotskij 1972, pp. 6-8) .
Del resto i successi sono a dir poco eclatanti. La crescita industriale media, dal 1929 al 1947, è pari al 20% annuo. La produzione industriale dell’Unione Sovietica nel 1937 aumenta più di sette volte rispetto a quello del 1913 mentre per lo stesso periodo i paesi capitalisti registravano crescite non più alte dello 0,3%. 

Dopo i primi due piani quinquennali, la produzione industriale dell’Unione Sovietica che era la quarta, diviene la prima in Europa e la seconda nel mondo. L'URSS deve per forza di cose partire dall'industria pesante che porta con sé l'indipendenza economica e serve a costruire la armi per resistere all’aggressione imperialista e tale modello, di indubbio successo, diventa quasi obbligatorio per i paesi che nel tempo aderiscono al modello socialista. 


V. Novožilov, un economista riformatore sovietico, in uno studio nel 1968 giustifica la liquidazione della NEP con le circostanze particolari in cui si viene a trovare l'Unione Sovietica in mancanza di coesistenza pacifica tra paesi a regime diverso e la necessità di una rapida industrializzazione per far fronte ai pericoli di guerra: “La rigida centralizzazione aveva permesso di concentrarsi sui punti decisivi per l’avviamento di uno sviluppo accelerato, ovvero la creazione di un’industria pesante e la preparazione di tecnici qualificati."(Bufarale 2006) .


Sotto un certo punto di vista il ragionamento di Stalin è analogo a quello di Deng. Si dispone di pochi capitali, occorre concentrarli in particolare sull’industria pesante per le necessità della guerra. Questo mentre Deng (come Lenin) di fronte allo stesso problema li concentra nei “commanding heights” per avere il controllo macroeconomico. Lo straordinario successo dell’URSS diviene un esempio per il sud del mondo: 
La "rapida crescita economica" dell'Urss suscitò un certo interesse nel Sud - e nello stesso tempo i timori dei leader occidentali. Nella sua ricerca del 1952 sullo sviluppo tardivo, Alexander Gerschenkron descrive "l'aumento di circa sei volte della produzione industriale sovietica" come "il maggiore ed il più lungo [scatto in avanti] nella storia dello sviluppo industriale del paese"... Dieci anni più tardi Simon Kuznets, nei suoi studi sulle tendenze a lungo termine dello sviluppo economico, collocava la Russia tra i paesi con il più alto ritmo di crescita della produzione pro capite nell'arco di un secolo, insieme al Giappone e la Svezia, mentre gli Usa - i quali erano partiti già avvantaggiati - non andavano oltre la metà della classifica, appena prima dell'Inghilterra (Chomsky 1993).
Ma il modello sovietico non coglie altrettanti successi quando viene applicato al di fuori dell'URSS[2]. Anzi col tempo diviene una palla al piede delle economie dei paesi socialisti. Questo modello ha il difetto di cominciare dalla fine. Ossia si parte allo sviluppo dell'industria pesante ancora prima che dal primario ossia l'agricoltura o del secondario leggero: agroindustria, tessile ecc. come vuole la “naturale” evoluzione delle economie nazionali. La Cina della riforma è stata da questo punto di vista una eresia. Il modello stalinista che si basa su un tasso di accumulazione del capitale il più alto possibile non proporzionato al miglioramento delle condizioni di vita della popolazione viene esplicitamente rigettato. Il non essersi basati sui consumi popolari ha portato alla scarsa incentivazione dei lavoratori nella produzione giacché avevano scarsità di prodotti da comprare e di conseguenza ad una bassa qualità delle merci pregiudicando lo sviluppo dell'agricoltura e della industria leggera. Questi elementi si fanno sentire ancora poco mentre Stalin è in vita. Ma diventano evidenti con i suoi successori. Per i cinesi si deve dare priorità allo sviluppo dell'agricoltura, poi dell'industria leggera che a sua volta deve stimolare l'industria pesante. Questa è la lezione che i cinesi traggono dall'analisi dello sviluppo dell'URSS (Lessons 1996).

La storia della costruzione del socialismo è stata caratterizzata essenzialmente dal progressivo distacco dall'utopia per calarsi nella situazione concreta di paesi spesso arretrati che non potevano permettersi il lusso di violare palesemente le leggi economiche. Nell'URSS dopo il periodo della NEP toccherà al XVII Congresso del PCUS nel 1934, il cosiddetto congresso dei vincitori, criticare l'idea di eliminare il commercio e denaro nella fase socialista e sottolineare che la principale attività economica del momento era l'attuazione del calcolo economico in ogni fase dell’economia nazionale attraverso il rafforzamento della disciplina finanziaria, della pianificazione e delle relazioni economiche tra città e campagna. 

Alla viglia della guerra si sviluppa un dibattito sulla legge del valore nel socialismo, in concomitanza con il progetto sulla pubblicazione di un testo di economia politica. Sebbene il dibattito venga interrotto dalla guerra, nel 1943 un articolo pubblicato su un’importante rivista sovietica proclama che la legge del valore è presente nel socialismo ma in un modo trasformato. Però questa viene ritenuta una mera eredità del capitalismo, senza una base obiettiva nell’economia socialista. Questo articolo, pubblicato anche in America, si dice che riflettesse le idee di Stalin in materia. Con il manuale di economia politica del 1951 si afferma che la legge del valore nel socialismo è trasformata e vengono approfondite le categorie del mercato e la loro utilizzazione nel socialismo. 


Stalin nei Problemi economici del socialismo in URSS, pubblicato nel marzo 1952, giustamente critica le teorie ricorrenti già dal comunismo di guerra che negano la natura obbiettiva delle leggi economiche nel socialismo e sottolinea inoltre come le relazioni commerciali abbiano una base nella stessa economia socialista, e non siano il mero residuo del capitalismo. Per Stalin i rapporti commerciali permangono nel settore dei beni di consumo attraverso i mercati colcosiani e nella vendita ai consumatori singoli, dove sussistono rapporti mercantili e dunque vige la legge del valore, e nel commercio con l'estero. In questi settori occorre dunque tener presente la legge del valore assieme al rapporto domanda-offerta. La base del sistema socialista è legata alle differenze delle due forme di proprietà collettiva dei mezzi di produzione nel socialismo: quella statale, di tutto il popolo, e quella cooperativa-kolkoziana. Stalin nega invece il carattere mercantile della produzione all'interno della proprietà statale dei mezzi di produzione socializzati, dove vige l'allocazione amministrativa stabilita sulla base di esigenze economico-sociali generali, al contrario del rapporto tra la proprietà statale (di tutto il popolo) e quella cooperativa (dei soli soci) dove vige la legge del valore (Vascós González 2004)).


Stalin comunque riconosce, seppure in maniera limitata, la persistenza della legge del valore, e dunque del mercato, nel socialismo realizzato nonostante la socializzazione di gran parte dei mezzi di produzione. Questa sarebbe scomparsa in seguito con la statizzazione dei kolkoz (che sono sostanzialmente delle cooperative) e poi con lo sviluppo della tecnologia e la vittoria del socialismo a livello mondiale sarebbe finita anche la scarsità dei beni e le attività mercantili tra nazioni. Comunque le relazioni monetario-commerciali svolgono un ruolo passivo nel processo decisionale. Per Stalin dunque il mercato non porta necessariamente al capitalismo: 

Si dice che la produzione mercantile in qualsiasi condizione deve portare e necessariamente porterà al capitalismo. Questo non è vero. Non sempre e non in qualsiasi condizione! Non si può identificare la produzione mercantile con la produzione capitalistica. Son due cose diverse. La produzione capitalistica è la forma più alta di produzione mercantile. La produzione mercantile porta al capitalismo solamente se esiste la proprietà privata, se la forza lavoro si presenta sul mercato come una merce che il capitalista può comprare e sfruttare nel processo di produzione, se, di conseguenza, esiste nel paese un sistema di sfruttamento degli operai salariati da parte dei capitalisti. La produzione capitalistica incomincia là, dove i mezzi di produzione sono concentrati in mani private e gli operai, privi dei mezzi di produzione, sono costretti a vendere la loro forza-lavoro come una merce. Senza di ciò non vi è produzione capitalistica (Stalin 1952, p. 63). 


Per Stalin le categorie usate per studiare il capitalismo non sono riutilizzabili nell'analisi del socialismo perché con l'appropriazione sociale dei mezzi di produzione finisce la schiavitù salariata e cessano di esistere conflitti di classe e di interesse all'interno della sfera della proprietà collettiva. Per Nemcinov, uno dei più interessanti economisti degli anni 60, invece nel socialismo agiscono categorie quali la merce, il prezzo di produzione, la stessa moneta (che non ha solo il ruolo contabile assegnatogli da Stalin) che Marx ha usato per analizzare il capitalismo (Bufarale 2006). Queste questioni vennero riprese, a testimonianza della ricorrenza di questi problemi, proprio nel dibattito sovietico degli anni Sessanta[3].



Per Stalin poi non ha senso parlare nella società socialista di lavoro necessario o pluslavoro dal momento che i lavoratori lavorano per se stessi. Nel socialismo c’è al massimo una ridistribuzione del compenso in modo che il lavoratore prenda pressoché interamente per se il frutto del proprio lavoro.

In ogni caso l'epopea sovietica portò anche concretamente a ridurre il divario tra l'URSS e le potenze capitaliste così come sta facendo la Cina: "La forza dell'economia sovietica, e, in misura minore, della Cina, era che aveva creato un'industria pesante indipendente e sostenuto per un lungo periodo storico un tasso relativamente elevato di crescita economica. In effetti, l'Unione Sovietica e il Giappone, e ultimamente la Cina, sono gli unici grandi paesi nel XX secolo per ridurre significativamente il divario nel PIL pro capite tra di loro e dei paesi capitalisti avanzati. (vedi Angus Maddison). Questa successo economico, che non sarebbe stato possibile senza la rivoluzione dell'ottobre 1917, ha permesso l'URSS di creare risorse scientifiche, culturali e accademiche senza pari in qualsiasi paese al di fuori degli Stati Uniti. L'URSS è diventata uno dei centri unici di produzione di macchine utensili, il nucleo di industrie di beni di investimento, in tutto il mondo - gli altri sono gli Stati Uniti, Europa occidentale e Giappone. Questi risultati economici hanno permesso dell'ex Unione Sovietica di eliminare estremi di povertà, creare servizi di assistenza, di raggiungere un livello elevato di istruzione e di creare una capacità militare di gran lunga superiore al Giappone e la Germania, che l'avevano minacciata in passato. A partire da un livello molto più basso di sviluppo anche la Cina è  riuscita a creare un settore industriale e pesante della sua economia" (Lesson 1996).



Come abbiamo visto le forze produttive si sono sviluppate rapidamente anche durante il periodo staliniano con un’economia rigidamente pianificata centralmente ma non altrettanto i metodi di gestione economica che dovrebbero cambiare in virtù dello sviluppo accelerato dell'economia. Questa incapacità di introdurre nuovi cambiamenti ha portato alla stagnazione dell'economia nel passaggio da uno sviluppo estensivo ad uno intensivo. Per esempio, una volta che tutti i terreni disponibili per la produzione agricola vengono utilizzati (crescita estensiva), gli eventuali ulteriori aumenti della produzione possono avvenire solo attraverso l'aumento della produttività (crescita intensiva). L'URSS, ha cominciato ad avere problemi a causa dell'esaurimento delle riserve di forza lavoro mobile e conseguente riduzione dell'impatto economico della crescita dell'occupazione e a causa della stagnazione tecnologica. Ciò è quanto accaduto in URSS negli anni Settanta e gli anni Ottanta. Anche in Cina negli anni '50 si sono avuti buoni risultati col primo piano quinquennale che sfruttavano gli stessi elementi della crescita estensiva sovietica. Ma la Cina ha giocato d'anticipo alla fine degli anni '70 prima che si facessero sentire effettivamente i problemi connessi alla fine dello sviluppo intensivo, Il passaggio dallo sviluppo estensivo dell'economia a quello intensivo è invece fallito nell'URSS. Negli anni '30 vi sono poi stati due fattori che hanno favorito lo sviluppo: l'abbondanza di forza lavoro che essendo appena liberata dall'agricoltura è disponibile al lavoro industriale con salari diciamo relativamente bassi e dall'altro le condizioni di accerchiamento e di minaccia per lo stato sovietico inducono una forte emulazione nel lavoro socialista. E' una classe operaia giovane e spesso idealista a cui sono offerte straordinarie possibilità di mobilità sociale. Questo elemento di tensione ideologica (rinvigorito dalla grande Guerra Patriottica in cui il PCUS diventa un vero partito nazionale) viene parzialmente a cadere nelle condizioni della coesistenza pacifica Krusceviana. 



[1] Trotsky scrive: ”Coloro che affermano che lo sviluppo delle forze di produzione va nella direzione del capitalismo, mentono. Nell'industria, nei trasporti, nel commercio, nel sistema finanziario e creditizio, il ruolo dell'economia statale, con l'aumento delle forze produttive non diminuisce ma, al contrario, cresce in rapporto all'economia totale del paese (Trotsky 1967 p. 2).”. 
[2] Per la verità è lo stesso Stalin che prospetta, come ricorda Dimitrov nel suo diario, una serie di modelli diversi per i paesi a “democrazia popolare”. 
[3] Buferale spiega “Se il profitto era ancora essenziale come molla per soddisfare i bisogni sociali, ne conseguiva che nel sistema sovietico non si realizzavano semplicemente beni ma si producevano merci. Il Capitale di Marx si apre, come è noto, con la celebre frase: «la ricchezza delle società, nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico, appare come una immensa raccolta di merci». Secondo l’ideologia sovietica, la socializzazione dei mezzi di produzione costituiva il primo passo verso il superamento del sistema fondato sulla «produzione di merci a mezzo di merci». Perché, allora, a dispetto dell’ideologia ufficiale, le merci e i rapporti di mercato non erano in via di sparizione. 
Il problema viene sfiorato da Nemcinov [...] L’economista sovietico metteva in luce il legame tra i rapporti monetari-mercantili (un’espressione che molti preferivano rispetto a “rapporti di mercato” per evidenti ragioni ideologiche) e il processo di divisione del lavoro, che si approfondiva man mano che la struttura socio-economica – con le sue interne stratificazioni e interconnessioni – diventava più complessa. 
Nel socialismo la moneta e la merce non esprimono l’appropriazione del prodotto addizionale e lo sfruttamento dei lavoratori, come nel capitalismo. Ma esse continuano ad esercitare anche nella società socialista una funzione importante. Quando si approfondisce il processo di divisione sociale (settoriale e territoriale) del lavoro, acquista importanza decisiva la produzione di merci destinate al consumo di altre cellule della società. 

L’evoluzione del socialismo, con l’approfondimento della divisione sociale del lavoro e lo sviluppo dei consumi non portava, dunque, alla sparizione dei rapporti merce-moneta: semmai, apriva ad essi nuovi spazi [Bufarale 2006 ]“.


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