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Non indignari, non admirari, sed intelligeri

Spinoza


Il blog si legge come un testo compiuto sulla Cina. Insomma un libro. Il libro dunque tratterà del "pericolo giallo". Un "giallo" in cui l'assassino non è il maggiordomo ma il liberale. Peggio il maggiordomo liberale. Più precisamente il maggiordomo liberale che è in voi. Uccidetelo!!!Alla fine il vero assassino (a fin di bene) sarete voi. Questo sarà l'unico giallo in cui l'assassino è il lettore. A meno che non abbiate un alibi...ça va sans dire.

domenica 27 maggio 2012

5.2: Dalla riforma al socialismo di mercato. La Cina nella prima fase del socialismo

5. La via del socialismo

Adam Smith e Karl Marx
Ciò che era stato fatto in epoca maoista poteva costituire una solida base per proiettarsi in avanti. Da un reddito pro capite che era la metà di quello indiano nel 1949 è passata allo stesso livello dell’India alla metà degli anni ’70. Con la rivoluzione Cina è di nuovo uno stato completamente sovrano che, per la prima volta dopo una eclissi durata un paio di secoli, riesce nell’unificazione nazionale godendo di peso e riconoscimento internazionale. La Cina nel 1978 poteva contare su importanti complessi industriali e una potente industria militare-spaziale; l’agricoltura disponeva di grandi opere idrauliche e di infrastrutture, comunque insufficienti se stimiamo che la Cina possiede quasi la quarta parte della popolazione mondiale ma il suo territorio, che per ragioni naturali e geografiche è adatto alle attività agricole costituisce solo il 7% delle superfici arabili a livello mondiale. Aveva anche altri vantaggi, non soffriva di processi inflazionistici, né di pesanti debiti esteri. Però la crescita dell’economia cinese si rivela insufficiente, e la produttività molto bassa. Nel 1978, il 3° plenum dell’11° CC delibera di passare alla riforma. Gli effetti dell'introduzione del mercato sono stati semplicemente spettacolari. 

Si sente spesso dire che la Cina dopo avere privilegiato le esportazioni dovrebbe ora privilegiare il consumo interno. Abbiamo detto della persistente mancanza di beni di consumo nei paesi socialisti, è ciò crea molte opportunità non sfruttate per la produzione di beni di consumo e servizi. Anche il trasferimento di quantità modeste di risorse nella produzione di beni di consumo, così hanno ragionato i dirigenti cinesi, avrebbe dovuto rapidamente aumentarne la domanda. Inoltre, poiché vi è una tale domanda insoddisfatta di grandi dimensioni, il "tiro" delle risorse nella produzione di beni di consumo dovrebbe essere forte. Infatti, la riforma di fine anni settanta si è basata anche sul consumo interno che è aumentato enormemente in questi trenta anni, più del 7% l’anno. La riforma è stata fatta espressamente per aumentare il consumo interno, affinché la crescita del paese si trasformasse immediatamente in un aumento dei consumi. Altra cosa importante, con Deng l’economia cinese torna a crescere ripartendo dall’inizio (dal settore primario, come avrebbe consigliato Adam Smith sostiene Arrighi) e non dalla fine (cioè industria pesante). La crescita dell'agricoltura ha portato ad una domanda di beni di consumo che a sua volta ha indotto una rapida crescita dell'industria pesante non fine a se stessa ma come conseguenza del rapido sviluppo dell'industria leggera e dell'agricoltura. Questo a differenza delle ricette del FMI che portarono la Russia al collasso, con il crollo degli standard di vita l'industria leggera e l'agricoltura sono a loro volta crollate e di conseguenza ciò ha portato alla debacle dell'industria pesante (Lessons 1996).

Assegnazione delle terre. 1952
Con la dissoluzione delle comuni le terre vengono distribuite alle famiglie le quali diventano responsabili del sovrappiù agricolo. La terra non viene però restituita ai singoli contadini, bensì al villaggio, che la suddivide in lotti destinati a singole famiglie e le da loro in usufrutto (inizialmente per quindici anni, poi negli anni ‘90 per cinquanta). I contadini possono scegliere le loro coltivazioni e di dedicarsi a produzioni secondarie. 

Scrive Hutton: 
A rendere la transizione così rapida fu il fatto che i nuclei famigliari riconobbero in questo meccanismo il modo per riprendere il controllo della terra coltivata dagli avi per generazioni. E se anche le licenze d'uso avevano una durata di soli vent'anni (estesa più tardi a trenta), i capi villaggio, e con essi anche ogni contadino, sapevano bene quali poderi spettassero a ciascuno, a dispetto dei tre decenni di collettivizzazione (Hutton 2007 p. 89).
E’ il cosiddetto “sistema a responsabilità familiare”, iniziato nel 1979 per iniziativa autonoma dei contadini delle aree più povere, che si sono semplicemente suddivisi tra loro la terra di proprietà collettiva. Che siano stati i contadini più poveri a dare inizio alla prima riforma denghista non è privo di importanza. Innanzitutto il Partito ha assecondato la creatività popolare, Deng lo farà spesso, riprendendo quella che era la “linea di massa” di Mao. Sovente, in altre parole, sono state le stesse masse popolari ad indicare la strada. Nel 1982, la nuova Costituzione della RPC trasferisce i poteri politici e amministrativi delle 55.000 Comuni Popolari a 96.000 amministrazioni locali (Cheek 2007, 86-87). 

Il sistema di responsabilità delle famiglie ha fatto sì che ogni famiglia contadina si prendesse la responsabilità di un determinato terreno, dove una certa quantità viene prodotta per lo Stato e l'eccedenza vuene utilizzata come la famiglia ritiene opportuno. La terra è ancora di proprietà collettiva, ma è inteso che dei miglioramenti apportati dal singolo agricoltore ne beneficerà in proprio lui o la sua famiglia. Il motivo per cui il sistema di responsabilità delle famiglie è superiore nel contesto cinese è relativamente semplice - ha portato a un impetuoso aumento nella produzione agricola e a un migliore standard di vita per la maggior parte dei contadini. Il sempre maggiore trasferimento di occupati dall'agricoltura all'industria porta all'inurbamento e al boom dell'edilizia. Uno dei migliori indicatori del cambiamento globale che si è verificato è che oggi sempre meno persone sono impegnate in agricoltura che è diventata maggiormente produttiva. Impostare rapporti di produzione adeguati vuol dire favorire lo sviluppo delle forze produttive. Se rapporti di produzione "avanzati" vengono imposti da una società arretrata, come quelli che hanno caratterizzato le Comuni Popolari, portano a disincentivare la produzione, e dunque non sono solo inutili, ma addirittura dannosi. Se il socialismo è in grado di migliorare la vita della gente, nessuno lo rifiuterà. Stabilire rapporti di produzione che vanno al di là del reale sviluppo delle forze produttive non porta affatto a più socialismo ma spesso al disastro economico (in astratto) con meno socialismo. Nonostante alcuni costi sociali, l'aumento della produzione nella campagna è stato in grado di consolidare una base di appoggio per le politiche del PCC. Un segnale di questo è che nelle interviste del tempo, sulla stampa occidentale e cinese, i contadini al lavoro esprimono una paura ricorrente: che le riforme siano solo temporanee e che un "cambiamento di vento" porti a un ritorno delle politiche del passato (Kelly 1992). 

Hua Guofeng primo successore di Mao

Zhao Ziyang aveva costruito la propria fortuna politica sul successo della riforma nell'agricoltura: "Alla fine del 1978 Zhao, economista di professione e collaudato dirigente di partito, era governatore e segreta­rio del partito per la provincia natale di Deng, il Siciuan. Non a caso questa provincia fu scelta come base del primo esperimento pilota della riforma agraria, con la liquidazio­ne delle Comuni di Mao, e l'introduzione del sistema detto di "responsabilità individuale". Dal palazzo di Chengdu Zhao creò "il miracolo verde del Siciuan": nei primi mesi del 1980 non c'era osservatore straniero in arrivo a Pechino che non desiderasse di andarlo a vedere, questo miracolo, che aveva trasformato in meno di due anni la più popolosa provincia della Cina - 101 milioni di abitanti - nella più prospera regione del paese. Zhao raccolse i frutti di questa esperienza quando fu chiamato nel settembre dello stesso anno a Pechino e nominato dall'Assemblea Nazionale, su proposta del Comitato Centrale del partito, primo mini­stro in sostituzione di Hua Goufeng, erede provvisorio di Mao (Fiore 1989, p.45).

I contadini migliorano il loro tenore di vita; aumenta anche l’industria leggera favorendo i consumi che incentivano a loro volta l’aumento della produzione. Si tratta probabilmente dell’unico caso della storia in cui, in un paese in via di sviluppo aumentano di più i redditi delle campagne piuttosto che quelli delle città. Lo stato sovvenziona l'agricoltura “con una spesa di oltre un miliardo di yuan (125 milioni di dollari) per mantenere il prezzo dei cereali alto per i contadini e basso per i consumatori urbani(Cheek 2007, 86-87)”. Tra il 1979e il 1983, i prezzi pagati per gli approvvigionamenti di prodotti agricoli sono stati aumentati sensibilmente e ciò ha portato ad aumento della produttività e dei redditi agricoli. Dal 1978 al 96, i prezzi agricoli aumentano del 77 per cento rispetto ai prezzi industriali, ed i prezzi al consumo del 25 per cento rispetto ai prezzi medi. La crescita relativa dei prezzi dei beni di consumo porta ad incentivarne la produzione. La popolazione è stata compensata attraverso l'aumento degli aiuti di Stato sui beni di consumo ma dato che le sovvenzioni hanno il difetto di alterare la struttura dei prezzi, si è progressivamente passati all'eliminazione dei sussidi e alla loro sostituzione con aumenti salariali. A differenza dell’ex Unione Sovietica e dell'Europa orientale non si assiste alla liberalizzazione dei prezzi tipica della shock therapy, dove semplicemente con “la riforma dei prezzi” sono stati rimossi i sussidi indiretti e gli standard di vita della popolazione sono diminuiti. In questo contesto il livello di vita in Cina non ha smesso di aumentare (Lessons 1996). 

Per favorire la diminuzione dei prezzi dei beni di consumo, i divieti per la formazione delle imprese e servizi nel settore dei consumi sono stati rimossi, con conseguente formazione di milioni di piccole aziende agricole, piccole imprese private e cooperative, negozi e laboratori. I coltivatori possono concludere affari in proprio e vendere le eccedenze sul mercato. I risultati sono spettacolari. Aumenta sensibilmente la produttività della terra che supera ampiamente la produttività media mondiale. Il valore lordo del raccolto per ettaro di seminativi aumenta di circa tre quarti durante il periodo della riforma. La media annuale di crescita netta della produzione agricola per lavoratore accelera bruscamente dallo 0,3 per cento tra il 1957-1978 al 4,3 per cento dal 1978 al 1991 Nel decennio 1979-89 l'aumento della produzione agricola totale aumenta del 49 per cento e la produzione alimentare complessiva del 45 per cento. La produzione alimentare pro-capite della popolazione è aumenta del 29 per cento. L'aumento della produzione di prodotti alimentari di qualità più elevata è stata ancora più impressionante. La produzione di carne di maiale aumenta della a 7,7 per cento l'anno, il latte dell'8,4 , il burro del 9, le uova del 9,7 per, le l'uva del 17,9, le banane del 26,1 (Lessons 1996). “La produzione agricola è salita costantemente fra il 1979 e il 1984, con un dispendio economico largamente inferiore a quello che richiedeva il sistema delle comuni: una crescita graduale, non inferiore, secondo alcune stime, a un 8 per cento annuo (Hutton 2007 p. 90). Il passaggio al libero mercato fa sì che le merci migliorino mantenendo prezzi contenuti per via della maggior efficienza del lavoro dovuta alla concorrenza. Mao e Deng si sono basati in diverso modo sui contadini il primo per la vittoria della rivoluzione nazionale e il secondo ha sfruttato la tradizionale capacità mercantile dei contadini come trampolino di lancio per la riforma (Jabbour 2008 b). 

La Comune ideale
La riforma delle imprese di proprietà statale, le SOE, ha proceduto in modo più lento che non la riforma nelle campagne. La gestione viene affidata a manager aziendali, che hanno una certa libertà di manovra e le unità di lavoro hanno la possibilità di trattenere i profitti superiori a quanto stabilito dal piano statale. Ma vengono contemporaneamente responsabilizzate per le perdite dovendo ripianare i debiti della propria unità. 

La riforma delle aziende manifatturiere dal 1978 in poi, si è articolata in fasi distinte, assumendo una rilevanza centrale solo a partire dal 1991 (Ristrutturazione 2002). L’approccio cinese è stato largamente empirico-pragmatico. L'obbiettivo della rivitalizzazione delle aziende statali ha consentito di sperimentare diversi approcci. Tra il 1979 e il 1982 il governo centrale esercita sulle aziende statali un controllo meno rigoroso che in passato. Si va verso il decentramento amministrativo-gestionale, con maggiori responsabilità alle aziende stesse. I profitti vengono ridistribuiti alle aziende ed ai lavoratori, come incentivo alla produttività. Si consente alle aziende di trattenere parte dei profitti (quote negoziate dalle aziende) ma ciò porta ad una concorrenza interaziendale squilibrata ed ineguale. A partire dal 1983 si sperimenta una nuova politica. Il governo centrale riceve il 55% dei profitti delle aziende statali che però si rivela insufficiente per risolvere i problemi del bilancio nazionale, e ciò crea difficoltà alle aziende. 

Nel 1987 le aziende sottoscrivevano contratti col governo e si accordavano sui livelli di contribuzione in caso di realizzazione di profitti, in caso contrario, il governo si assume per contratto la responsabilità, specialmente della sussistenza dei lavoratori. Ma questo sistema copiato da quello che aveva dato buoni risultati nelle campagne si rivela inapplicabile al settore industriale. Nel 1990 ci si rende conto che la via per promuovere sviluppo e produttività nelle aziende statali attraverso la redistribuzione dei profitti non danno risultati pratici. Mentre all’inizio degli anni ’80 il 20% delle aziende lavora in perdita, la percentuale sale al 30% nell’arco di un decennio.”Nel 1991, ci si accorse che la causa principale delle perdite nelle Aziende statali non era tanto l’inadeguata distribuzione dei profitti, quanto la strutturazione irrazionale delle stesse. Quindi, fu data priorità alla ristrutturazione, e in connessione a ciò, nel 1992 venne adottato il concetto di “economia socialista di mercato”, in cui il punto chiave era la ristrutturazione delle aziende statali (Ristrutturazione 2002)“. 

A metà degli anni '90 le aziende statali cambiamo marcia attraverso un processo di ristrutturazione e di rafforzamento. Nel 1996 crescono del 15% l'anno, superando il tasso di crescita nel settore privato. Il vice-ministro delle finanze Zhang Youcai dice che alla fine del 1996, i beni patrimoniali statali in Cina totalizzavano 6,5 miliardi di yuan, o 330 volte il loro valore nei primi anni ’50 giusto dopo il trionfo della rivoluzione. Le aziende statali sono importanti poiché come sostiene in quegli anni Gao Shangquan, vicepresidente della Società Cinese per la Ristrutturazione Economica, i lavoratori delle industrie statali sono la spina dorsale del Partito Comunista (Griswold 1997). 

Negli anni '80 i cinesi hanno fatto tesoro dell'esperienza dei paesi socialisti dell'Europa dell'est in particolare su quelli a socialismo di mercato di cui si sono individuarti i limiti. Ma si assiste nel contempo ad una sperimentazione continua, come abbiamo visto, di nuove soluzioni che porteranno le aziende statali ad essere concorrenziali con le maggiori aziende multinazionali. La prassi ha dato risposte alle domande poste dalla teoria.

Ancora prima dell’adesione al WTO, è il viaggio di Deng al sud che imprime una nuova verve allo sviluppo economico cinese: 
Nel gennaio del 1992, poche settimane dopo il tracollo dell'Unione Sovietica e le dimissioni di Gorbaciov, Deng scelse di prendersi una "vacanza" nella dinamica e trascurata Shenzhen, patria del primo mercato azionario del paese e prima zona economica speciale. Era l'inizio di quello che divenne noto come il "viaggio nel Sud": un viaggio su un treno speciale, un voluto richiamo ai cosiddetti "viaggi" compiuti da Mao nelle diverse province del paese. In una serie di discorsi pubblici Deng dichiarò che, senza lo sviluppo e l'accelerazione delle riforme, il Partito Comunista era perduto. Accusò i nemici della riforma, echeggiando una celebre frase di Mao, di essere come donne con i piedi fasciati (Hutton 2007 p. 95).
Questa fu la risposta cinese alla caduta dell’URSS, ancora una volta una risposta dinamica. 

Deng Xiaoping, nel febbraio 1992 fa dunque un giro in alcune province della Cina. Per Deng si deve avere il coraggio di esplorare nuovi terreni. Ancora una volta la parola d'ordine è sperimentare: 
Dopo lo stabilirsi del sistema socialista è ancora necessario un fondamentale cambiamento delle strutture economiche che hanno impedito lo sviluppo delle forze produttive e per stabilire una vigorosa e dinamica struttura economica socialista per promuovere lo sviluppo delle forze produttive stesse. Questo è riforma, e così la riforma porta anche l’emancipazione delle forze produttive. Nel passato abbiamo puntato unicamente allo sviluppo delle forze produttive sotto il socialismo, senza ricordare la necessità della loro emancipazione attraverso la riforma. Tali formule sono incomplete. Sia l’emancipazione che lo sviluppo delle forze produttive dovrebbero essere indirizzate. Coloro che sono incapaci di avanzare con la riforma e l’apertura e che non hanno il coraggio di esplorare nuovi terreni hanno paura, per dirla brutalmente, che esse avrebbero introdotto troppi fattori capitalistici, facendo quindi prendere la strada del capitalismo. Il punto cruciale della questione è se questa strada sia “capitalista o socialista”; il criterio nel fare questa distinzione dovrebbe consistere nel considerare se viene promosso lo sviluppo delle forze produttive in una società socialista, se esso aumenta la forza complessiva nazionale dello stato socialista e gli standard di vita della popolazione. L’economia pianificata non è equivalente a socialismo perché c’è il piano anche sotto il capitalismo, e c’è anche il mercato nel socialismo. Ambedue sono mezzi economici. La natura di base del socialismo è di emancipare e sviluppare le forze produttive, eliminare lo sfruttamento e le differenze di classe e alla fine raggiungere la comune prosperità. In breve, se il socialismo vuole vincere sul capitalismo, deve essere audace nell’assorbire e imparare tutti le conquiste della società umana e tutte le forme di funzionamento e di organizzazione che riflettono le leggi che governano la produzione socializzata in vari paesi nel mondo attuale, incluse le nazioni capitaliste. (Deng 1992)

Bisogna ricordare che l’intento di Deng è utilizzare il mercato per rendere più efficiente e forte il settore economico socialista. Oggi le aziende statali hanno più che quadruplicato la loro produzione rispetto al 1978 e fanno profitti simili alle aziende private. Le aziende già ristrutturate non sono più una palla al piede per la nazione ma fattore di controllo dell’economia e di sviluppo armonico. Riassumendo in Cina c’è più capitalismo che nel 1978, ma c’è anche più socialismo, nel senso che le aziende statali sono molto più forti e reggono l’urto delle aziende private riuscendo anche a innovare dal punto di vista tecnologico (che era uno dei fattori principali di sofferenza dell’economia sovietica). In ogni caso la proprietà pubblica è definita in Cina nello stesso modo come lo era definita in URSS e attualmente a Cuba e come lo è sempre stata anche precedentemente in Cina, ossia proprietà di tutto il popolo. Il mutamento avvenuto rispetto al passato è che oggi le aziende statali sono efficienti e in parecchi casi molto efficienti. Chi sostiene che proprio per questo c’è il capitalismo dimostra il suo scetticismo nei confronti del socialismo come sistema economico-sociale superiore e ciò si tramuta in un’apologia indiretta del capitalismo come unico sistema in grado di creare ricchezza. 

Arrighi ricorda come la Cina del diciottesimo secolo non solo fosse una dei paesi più ricchi del pianeta ma come venisse preso presa a modello del percorso “naturale” della ricchezza da Adam Smith. Nessun pensatore cinese aveva mai teorizzato la preminenza dell'industria privata e il funzionario imperiale Chen Hongmou “considerava il mercato come uno strumento di governo, né più né meno di Smith, Hobbes, Locke o Montesquieu“ (Arrighi 2008 p. 364). Come risulterà chiaro da quando dice Arrighi si tratta di un sentiero interrotto dalla guerra dell'oppio e che assomiglia molto mutatis mutandis a quello degli attuali dirigenti cinesi, la cui opera si innesta dunque nella storia della Cina profonda: 

Chen non ha esitazioni nel far ricorso al profitto per spingere le popolazioni locali a adeguarsi ai suoi vari progetti di sviluppo come la costruzione di nuove strade, di nuovi magazzini per l'esportazione interregionale, di nuovi granai per la comunità e così via. Usando uno schema non molto diverso dalla "mano invisibile" di Smith, Chen sostiene che simili progetti porteranno profitti per tutti […] nella misura in cui portano profitto a ciascuno. 

Naturalmente Chen, come tutti i cinesi del suo tempo, restava fedele "all'ideale confuciano di armonia sociale e non era disposto a tradirlo per abbracciare una visione basata su una competizione di mercato senza freni [...] e su una politica generalizzata di laissez-faire". (…) per quanto Smith non fosse affatto confuciano, l'idea di una politica generalizzata di laissez-faire con il rischio di mettere in pericolo la pace sociale e la sicurezza nazionale, gli era altrettanto estranea che a Chen. Non credo che se si fosse trovato nei panni di Chen, Smith si sarebbe discostato in qualcosa dalla politica del cinese. Certo, Smith era convinto che un maggior impegno nel commercio estero, specie se condotto con navi cinesi, non avrebbe potuto che aumentare la ricchezza della Cina (Arrighi 2008 pp. 364-365). 

Con il discorso di Deng del 1992 si inaugura la fase del socialismo di mercato il sistema economico sociale maturo adatto alla prima fase di costruzione della società socialista. L'idea del socialismo di mercato ha una sua storia che attraversa trasversalmente il marxismo e che ha i suoi prodromi nelle stesse teorizzazioni dei fondatori. Marx ed Engels fanno più volte degli accenni al periodo di transizione. Nel Manifesto si accenna a misure quali la tassazione progressiva sui redditi per rafforzare le finanze statali. Engels non esclude di mantenere la rendita sulle proprietà immobiliari[1]. Attraverso il prestito e l’ipoteca si possono aiutare le cooperative dei contadini (Engels, La questione contadina in Francia e Germania). Questo significa che per il periodo di transizione si dovranno mantenere relazioni di tipo monetario-commerciale. 

James Lawler ad esempio cita lo scritto di Engels “Princìpi del comunismo” di poco precedente al Manifesto del 1848 in cui si dice che lo stato socialista sviluppa le proprietà socialista in concorrenza con le aziende capitaliste basandosi sulla maggiore efficienza delle prime rispetto alle seconde “per cui la prima dovrebbe vincere la competizione su di un mercato onestamente organizzato”. E' ovvio che questo è già una sorta di socialismo di mercato. Il marxismo non è dunque una variante del ‘socialismo nichilista’ perché lo stesso Marx - scrive Lawler- pensa al socialismo come una società nuova che sorge all’interno e attraverso la stessa vecchia società (Ollman 1998). 

Marx nella prefazione alla prima edizione del Capitale istituisce un parallelo tra la storia naturale e quella sociale sostiene che nessuna società perisce prima che i rapporti di produzione abbiano raggiunto il livello di loro massimo sviluppo; addirittura nella prefazione alla Critica dell’economia politica arriva a dire che nuovi rapporti di produzione non compaiono se non quando siano abbastanza maturati nell’utero della vecchia società. Secondo il materialismo storico di Marx la storia delle società si evolve dalle società precapitaliste a quella capitalista fino al socialismo e al comunismo. Marx immagina che il socialismo sia costruito in una società capitalista avanzata in cui lo sviluppo della produzione mercantile è arrivato al suo apice. La società socialista non può essere costruita in un contesto di una economia precapitalistica. E' un processo di storia naturale che ha i suoi tempi e che non può prodursi con mezzi coatti. 

Anche Lenin si è posto chiaramente il problema delle fasi di passaggio da un paese contadino arretrato a paese avanzato: 
E' indubbio che in un paese contadino come la Russia, la trasformazione socialista è un problema molto difficile. E' indubbio che si è potuto spazzar via con relativa facilità un nemico come lo zarismo, come il potere dei grandi proprietari fondiari, la grande proprietà fondiaria. E questo è un problema che si è potuto risolvere in pochi giorni nelle regioni centrali, in poche settimane in tutto il paese, ma il problema che ci accingiamo ad affrontare oggi, per la sua stessa sostanza, non può essere risolto che con un lavoro estremamente lungo e tenace. [...]Noi sappiamo perfettamente che nei paesi a piccola economia contadina il passaggio al socialismo non è possibile se non attraverso una serie graduale di fasi preliminari. [...] Noi sappiamo perfettamente che rivolgimenti così grandiosi nella vita di decine di milioni di uomini e che toccano le radici più profonde della vita e del costume, come il passaggio dalla piccola azienda contadina individuale alla coltivazione comune della terra, possono essere compiuti solo grazie ad uno sforzo prolungato, e in generale sono attuabili solo quando la necessità costringe gli uomini a trasformare la loro vita (Lenin 1918).
In questo brano di Lenin ci sono i due elementi cardine per comprendere l'evoluzione dei paesi socialisti. Da una parte la necessità di fasi intermedie o preliminari che dir si voglia (Lenin ne individua in Russia ben quattro) per preparare la basi materiali della società socialista. Dall'altro il riconoscimento che sarà solo la necessità a costringere gli uomini a cambiare la loro vita. Il socialismo (e qui c'è piena coincidenza con Marx) non si può ottenere per un decreto dall'alto. 

Se si va a fondo del problema si vede che per Marx il socialismo non è l’opposto del capitalismo ma il suo superamento e la ragione sta nei rapporti di produzione. Per Marx i rapporti di produzione capitalisti arrivati alla loro maturità impediscono una ulteriore crescita della ricchezza e delle forze produttive. Per questo devono essere superati nel socialismo che ha la funzione di sviluppare appieno le forze produttive fino ad arrivare ad una situazione di abbondanza tale che le merci, il cui costo di produzione diventato marginale per effetto dello sviluppo della tecnologia, perdono il loro valore di scambio per conservare solo il loro valore d’uso. Quindi la transizione ha il compito di sviluppare le forze produttive in modo più efficace dello stesso capitalismo, in modo da passare dalla scarsità all'abbondanza, di vincere la povertà e di contribuire all’arricchimento dei gruppi sociali (data la pluralità dei sistemi di proprietà) che in un determinato periodo storico contribuiscono allo sviluppo economico. Il mercato in questa fase ha dunque il compito di allocare le risorse ancora scarse. 

Dopotutto questo era anche il sogno di Mao che con il Grande Balzo in Avanti voleva raggiungere i paesi avanzati bruciando le tappe, sebbene gli strumenti messi in campo fossero chiaramente inadeguati. Mao comunque aveva coscienza che il socialismo in Cina avrebbe dovuto passare dallo sviluppo delle forze produttive. Questi sforzi terminano definitivamente con la disastrosa esperienza della rivoluzione culturale (Yechury 1999). Quando Deng Xiaoping scrive: “Il culmine della questione è se questa strada sia "capitalista" o "socialista". Il criterio per effettuare tale distinzione dovrebbe principalmente essere quello di vedere se promuove lo sviluppo delle forze produttive in una società socialista ... le zone economiche speciali praticano il "socialismo" non il "capitalismo”è [cit. in (Brignoli 1996)], non fa altro che ribadire questo concetto marxista. Ossia che è lo sviluppo economico sociale a porre le basi del socialismo. 

Secondo Stalin la produzione di merci non porta necessariamente al capitalismo. Pur tuttavia egli è costretto a sostenere che essendo l’URSS socialista ci sono solo due forme di proprietà quella dello stato (di tutto il popolo) e quella cooperativa (kolkoz). Esiste ad esempio il mercato kolkoziano oppure esiste il commercio con l’estero. Ma secondo Stalin il lavoro non è più una merce e non lo sono mezzi di produzione non essendoci più la classe capitalista. Mentre la legge del valore non è l’elemento regolatore della produzione che è invece l’interesse generale. Senza questi paletti il capitalismo si riattiverebbe. Certamente Stalin sopravvalutava la situazione economica dell’URSS che ha avuto fino allora tassi di crescita economica superiori a quelli dei paesi capitalisti. Ma non c’è dubbio che Marx in primis concepisse l’economia di mercato come un processo transitorio che avrebbe dovuto portare alla soppressione del mercato e con esso dello stato. Alcuni marxisti infatti pensano che Marx concepisca il mantenimento dello stato per regolare e sopprimere gradualmente il mercato in un processo evolutivo che lo porterebbe al dissolvimento qualora cessasse la sua funzione di regolatore del mercato. 

Nella storia dell’edificazione del socialismo sono state concepite varie strategie. Il 'comunismo di guerra', l’'economia pianificata a livello centrale', il 'modello perfezionato di economia pianificata centralmente', la 'combinazione organica del piano e del mercato' e il 'socialismo di mercato” (González 2005). Si può dire che la Cina abbia attraversato tutte queste fasi. Quindi ha una buona esperienza di questi sistemi. 

A livello mondiale i sistemi che sono stati sperimentati più di frequente sono l’economia capitalista di libero mercato che crollò miseramente alla fine degli anni ’20, il cui crollo non essendo la globalizzazione così spinta come oggi non coinvolse l’Unione Sovietica, e l’economia rigidamente pianificata a livello centrale di tipo sovietico che andò in bancarotta alla fine degli anni ’80. La prima ebbe un revival con la Theatcher e Reagan negli anni ’80 ed ha portato alla nuova crisi attuale. Il capitalismo liberista senza intervento dello stato si è dimostrato un fallimento al pari delle economie rigidamente statalizzate e pianificate senza intervento del mercato. Il futuro sta nelle economie miste che intrecciano intervento pubblico e mercato. 

Le Zone Economiche Speciali
Il naufragio delle economie socialiste nelle loro varianti tra cui l’autogestione jugoslava ha dimostrato che il livello dogmatismo economico dei dirigenti ha impedito a queste economie di autocorregersi, quindi occorre sostituire il dogmatismo con elementi il pragmatismo ed empirismo attraverso un processo per prove ed errori che i cinesi chiamano “ricercare la verità nei fatti”. L’aspetto pragmatico è stato fondamentale ed ha fatto della Cina un laboratorio a cielo aperto del socialismo. Diaz Vasquez constata “contando le retrocessioni e gli aggiustamenti che sperimentò dal 1979, il corso delle politiche economiche orchestrate nel contesto delle “quattro modernizzazioni” dimostra che nella sua evoluzione il pragmatismo derivato dai fatti, più che qualunque costruzione a priori, fu determinante. Ciò conferma l’opinione prevalente tra gli studiosi che seguono l’accaduto in Cina, in quanto al primato del principio empirico, la prova concreta, l’esperimento, al di sopra della figura elaborata dalla teoria“ (Díaz 2007). Insomma la differenza tra i comunisti cinesi e sinistra radicale occidentale non poteva essere più netta. In Occidente si teorizza parecchio e si fa poco, in compenso si sputano sentenze su coloro che fanno. 

L’esperienza diretta di molti dirigenti cinesi che avevano studiato in URSS li portò a rendersi conto dei limiti dei paesi del socialismo realizzato, mentre, come osserva l’economista cubano Diaz Vasquez: “nel contesto geografico prossimo alla Cina c’erano sufficienti esponenti di modelli di economie dinamiche, con un attivo protagonismo statale nei temi economici, di direzione e di gestione dell’economia ancorata in efficienti meccanismi mercantili e con prioritario orientamento al mercato mondiale“ (Díaz 2007). 

I cinesi hanno studiato attentamente le economie socialiste dell’est Europa come abbiamo già visto. Ma hanno studiato altrettanto bene i modelli economici dei paesi capitalisti circostanti. Rampini istituisce un rapporto tra USA e Cina. Gli americani pensano di essere il numero uno in tutti i settori e di non avere nulla da imparare dagli altri, al contrario dei cinesi: “E qui sta una loro debolezza pericolosa, nel confronto con la Cina”. La classe dirigente cinese al contrario ha “una qualità che non dimentico: da trent’anni ha deciso di “andare a scuola” dai paesi più avanzati. Sistematicamente, puntigliosamente, studia i modelli stranieri che hanno funzionato meglio, per imitarli. Con l’obiettivo di superarli. E’ un atteggiamento di umiltà e di modestia che troppi americani hanno dimenticato da tempo“ (Rampini 2009). 

Il “socialismo di mercato” ossia la forma più matura di sistema economico scelta dai cinesi ha una lunga storia anche indipendentemente dalle sue realizzazioni pratiche nei paesi socialisti.. Vilfredo Pareto ed Enrico Barone avevano stabilito l’equivalenza del funzionamento tra le economie capitaliste e quelle socialiste qualora i prezzi derivati da equazioni servissero da parametro per una corretta e razionale distribuzione delle risorse soddisfacendo le condizioni di equilibrio economico. 

Questa tesi fu contestata da Von Mises e dalla sua scuola (Hayek, Robbins ecc.). Per Von Mises c'è una impossibilità pratica di utilizzare una serie di equazioni che dovrebbe essere troppo grande. Senza il meccanismo di determinazione del prezzo dato dal mercato, non si possono ottenere informazioni per un’allocazione razionale delle risorse. In uno stato socialista i mezzi di produzione sono proprietà dello stato e non essendo oggetto di scambio vi è solo un mero scambio di prodotti. Non avendo prezzo non è possibile un’efficiente allocazione delle risorse. Il calcolo economico è insufficiente come mezzo per arrivare ad un'efficiente allocazione delle risorse e un’economia che si affida ad una burocrazia che decide gli investimenti non può coordinare il piano in assenza dei segnali dati dai prezzi. Solo il sistema dei prezzi di mercato può dirigere il capitale in modo efficiente, razionale e maggiormente produttivo. Un’economia che fa solo affidamento su elementi amministrativi si auto condanna al caos e al burocratismo e quindi ne viene dedotta l'impossibilità di un sistema di pianificazione socialista. 

Secondo Von Mises un socialismo decentrato non può esistere. Il socialismo è necessariamente accentratore. La principale replica a Von Mises sul lato pratico viene con Lenin e la NEP. La transizione dal capitalismo al comunismo non può essere terminata di colpo. Occorre percorrere una serie di gradini. Il socialismo è lo stato intermedio di tale processo. Esso contiene le caratteristiche delle due società socialista e capitalista. 

Lenin è chiaro sull’argomento proprio contro l’estremismo di sinistra: 
Ma che significa la parola transizione? Non significa forse quando si applichi all’economia che in quel dato regime vi sono elementi, particelle, frammenti e di capitalismo e di socialismo? Ognuno riconoscerà di sì. Ma non tutti, pur riconoscendolo, si domandano sempre quali precisamente siano gli elementi delle diverse forme economico-sociali che sono presenti in Russia. E qui sta il nodo della questione». Il capitalismo di stato per Lenin è già un significativo progresso: «...Il capitalismo di Stato rappresenterebbe un passo avanti rispetto allo stato attuale delle cose nella nostra Repubblica Sovietica. Se, per esempio, tra sei mesi si instaurasse da noi il capitalismo di Stato, ciò sarebbe un enorme successo, e la più sicura garanzia che fra un anno il socialismo sarebbe da noi definitivamente consolidato e reso invincibile» Allora come ora parecchi erano i critici di sinistra: M'immagino con quale nobile sdegno qualcuno respingerà queste parole [...] Come? Nella Repubblica Socialista Sovietica il passaggio al capitalismo di Stato sarebbe un passo avanti? [...] Non è questo tradire il socialismo? … È su questo punto che bisogna soffermarsi in modo più particolareggiato. In primo luogo bisogna analizzare qual è esattamente la natura del passaggio dal capitalismo al socialismo che ci dà il diritto e il motivo di chiamarci Repubblica Socialista Sovietica. In secondo luogo bisogna denunciare l'errore di coloro che non vedono le condizioni economiche piccolo-borghesi e l'elemento piccolo-borghese come il principale nemico del socialismo nel nostro paese (Lenin 1921).
Le prime risposte a livello teorico vennero dall’economista americano H.D. Dickinson che peroravano una sorta di socialismo di mercato. L'economista polacco Oskar Lange assieme ad Abba Lerner e Fred Taylor sostenne che un sistema di prezzi civetta sarebbe stato sufficiente per poi determinare i prezzi reali. Il pianificatore nella sostanza determina artificialmente i prezzi delle merci determinando anche l’entità della produzione e poi il consumatore manda segnali attraverso l’acquisto delle merci. Sicché le merci in eccesso dovranno abbassare i prezzi mentre quelle più richieste aumenteranno i prezzi. Il processo avviene empiricamente per prova ed errore raggiungendo una convergenza dei prezzi nell'equilibrio tra domanda ed offerta. In questo modo viene superata l'impossibilità tecnica sollevata da Von Mises. Il teorema di Taylor, Lange e Lerner ha dato il risultato sorprendente che un sistema basato sulla proprietà statale dei mezzi di produzione, con i prezzi utilizzati per la ripartizione delle risorse in un modo simile a un’economia di mercato, è simile a quello ottimale considerato nei teoremi di Arrow Debreu, espressione del paradigma centrale dell'economia neoclassica. Questo risultato teorico, che prescinde dall’esistenza di una classe capitalista ha provocato non pochi problemi ai teorici del neoliberismo. 

L’opera di Lange trova un ammiratore in Stalin che insiste con Roosevelt per incontrarlo. Secondo Lange in una economia socialista di mercato la determinazione dei prezzi funzionerebbe in modo approssimativamente analogo a quella di una economia capitalista. Nella fase iniziale si socializzerebbero solo i mezzi di produzione essenziali per il funzionamento dell’economia e inoltre il calcolo economico non sostituirebbe completamente il mercato nella determinazione dei prezzi. La proprietà privata inoltre permane in settori non strategici e partecipa all’accumulazione socialista. 

Nello schema di Lange la commissione di pianificazione avrebbe il compito di aggiustare i prezzi attraverso i segnali del mercato e ridistribuire i vantaggi sociali ottenuti dalle riserve delle aziende senza però determinare né il livello della produzione né ciò che si produce, la cui decisione viene decentrata. Il mercato come determinazione dei prezzi, la decentralizzazione e la permanenza della proprietà privata sono elementi che ritroviamo nella prassi cinese del socialismo di mercato. Sebbene i cinesi siano andati molto oltre. 

Del resto ci sono parecchie pecche nella descrizione dei neo liberali alla Von Mises soprattutto perché l’economia di mercato, come dice Stiglitz, non funziona affatto come essi affermano e tende all’oligopolio che naturalmente falsa la stessa determinazione dei prezzi nel mercato. Stiglitz ha messo in risalto i difetti sia di un sistema unicamente fondato sul mercato sia di quelli fondati unicamente sullo stato. La sua analisi però mette in evidenza una serie di questioni di grande importanza per il funzionamento di un sistema socialista, come quelle relativi agli incentivi, l'innovazione, alla separazione della gestione e la proprietà, alla concorrenza, ai prezzi e al decentramento.
In ogni caso il neoliberalismo ha un supporto fortemente dogmatico e atemporale e di conseguenza poco pragmatico. De resto come il pragmatismo deve associarsi con una certa dose di relativismo. Ovvero una cosa che funziona bene, ammesso che il neoliberalismo funzioni bene, e gli ultimi avvenimenti delle economie occidentali dimostrerebbero semmai il contrario, in una certa situazione non è detto che funzioni altrettanto bene in una situazione completamente diversa. Lo dimostrano i disastri delle shock therapy applicate all’est Europa. Se vogliamo, le sconfitte del socialismo reale e del capitalismo iperreale sono dovute al loro dogmatismo. Del resto spesso si dimentica la funzione avuta dallo stato nello sviluppo del capitalismo in Occidente ad esempio con il “socialismo di stato” bismarckiano o durante le emergenze come il “socialismo di guerra” adottato dalla Germania nella prima guerra mondiale. Funzione che ebbe anche negli USA e non solo nel “New Deal” rooseveltiano. Del resto lo stato è intervenuto pesantemente nel salvataggio delle banche e delle aziende in crisi facendo gridare al “socialismo” proprio in occasione dell’attuale crisi economica. I cinesi invece vanno in tutt'altra direzione dal dogmatismo degli uni e degli altri. Deng Xiaoping sostiene: 'La pianificazione e il mercato non hanno nulla a che fare con le differenze tra socialismo e capitalismo. La nostra è un’economia di mercato in cui vige la legge del valore”. La pianificazione è stata usata dal capitalismo e dal socialismo e lo stesso dicasi del mercato. Sono elementi tecnici e dunque neutri (cosa già sostenuta da Stalin). Il mercato è una forma economica ed è neutrale politicamente e ideologicamente. I sistemi di mercato non appartengono solo al capitalismo, ma sono appartenuti a tutte le società finora esistite e possono essere usati dal socialismo. Lo sanno bene i cinesi. Si è diffusa la credenza che il mercato sia stato portato esternamente alla Cina attraverso il modello anglosassone e non avrebbe particolari tradizioni nazionali. In realtà la Cina tradizionalmente è stata il più vasto mercato del pianeta fino alla Guerra dell’Oppio. Il mercato rappresenta tradizionalmente la sua via “naturale” verso la ricchezza. Scrive Arrighi;
II mercato interno non è un'invenzione occidentale così come non lo sono lo stato nazionale o i sistemi di stati [...] Smith sapeva molto bene ciò che le scienze sociali occidentali hanno poi dimenticato, e cioè che per tutto il diciottesimo secolo il più grande mercato nazionale non andava cercato in Europa, ma in Cina. La gestazione di quel mercato era stata lunga, ma la configurazione da esso assunta nel diciottesimo secolo era frutto dell'azione di consolidamento dello stato portata avanti dalla dinastia Ming e dai primi sovrani della dinastia Qing (Arrighi 2008). 
Mai come adesso il mercato è un sistema economico globale. Ogni paese deve entrare nel sistema mondiale del mercato se non vuole rimanere isolato. Prima delle riforme e della politica di apertura il sistema era caratterizzato da un alto livello di centralizzazione, di chiusura e segmentazione. Il mercato interno era isolato dal mercato globale e il commercio interno da quello internazionale. L'apertura della Cina al mondo non è solo importante per le innovazione tecnologica e gestionale ma anche per le innovazioni istituzionali. 

Il socialismo di mercato è sia una eredità del marxismo che un suo sviluppo creativo. Sebbene alcuni economisti cinesi tengano a negare le parentele con il socialismo di mercato occidentale o dei paesi dell'Est Europa è indubbio che questi rapporti ci siano. Zhuo Jiong, Yang Chengxune e Yu Zuyao che scrisse un articolo "Sulla economia socialista di mercato" nel 1979 furono attivi negli anni '70. Deng Xiaoping ne ha parlato a più riprese dal 1979.
Addirittura quando Deng sostiene che il socialismo di mercato è basato sulla teoria del valore non dice una cosa nuovissima per la Cina. Nel manuale di economia politica dell'epoca maoista si dice precisamente la stessa cosa. 'Il dispiegarsi della cooperazione socialista richiede un ampliamento dello stile comunista di lavoro,...Pertanto, nelle relazioni di collaborazione tra le imprese statali e le imprese collettive, tra le imprese di Stato, tra le imprese collettive, tra settori e tra le regioni, occorre rispettare il principio dello scambio equivalente, '(Wang 1977, p. 297). ..Lo scambio di manodopera, risorse materiali, e dei fondi tra le imprese deve quindi essere ispirata allo stile cooperativo del comunismo e seguire il principio dello scambio equivalente" (Wang 1977, p. 404)... La produzione sociale diretta socialista è condotta sulla base di queste due forme di proprietà socialista [statale e collettiva]. I prodotti sono di proprietà, rispettivamente, dello Stato socialista e varie imprese nell'ambito del sistema di proprietà collettiva. Questo determina che la produzione sociale diretta sotto il socialismo non può eliminare la produzione e lo scambio di merci '(Wang 1977 p. 313)." Si potrebbe continuare ma di fatto gli stessi economisti cinesi pre-riforme riconoscono che il socialismo non può eliminare ne lo "scambio equivalente" basato sul valore-lavoro e la produzione merci dato che i prodotti "ancora possiedono determinate caratteristiche mercantili, e devono essere espressi in termini di prezzo e acquistati con il denaro"(Wang 1977, p. 314).


Il 14 Congresso Nazionale del Partito comunista cinese ha istituito un socialista di economia di mercato l'obiettivo della ristrutturazione economica. Ciò che è stato messo in piedi è una economia mista in cui coesistono un vasto settore pubblico dello stato e collettivo delle comunità locali (TVE), assieme alle cooperative di base ad aziende autogestite dai lavoratori ad un settore privato nazionale e straniero. Attraverso quest’ultimo si ottengono capitali e know-how. Inoltre esistono varie forme di partnership tra varie forme di proprietà come ad esempio le joint-venture con aziende straniere che dominano l’export. Il capitale statale ha il predominio controllando, attraverso i cosiddetti "commanding heights", i punti strategici dell’economia

L'obiettivo immediato dei comunisti cinesi è lo sviluppo economico e sociale, e l’obiettivo a lungo raggio è raggiungere il primo gradino del socialismo vero e proprio, il mezzo è quello di utilizzare i vantaggi di tutti i settori per sviluppare le forze produttive, con la riduzione al minimo degli svantaggi (Sargis 2004). 

Nei primi anni 1980, marxisti cinesi hanno sviluppato la teoria del primo stadio del socialismo ovvero che il socialismo, ossia lo stato transitorio che marca il passaggio dalla società capitalista a quella comunista, debba essere raggiunto in due fasi. Il concetto di periodo di transizione è indubbiamente accennato da Marx e Engels che però non svolgono una analisi dettagliata dei compiti una volta che il potere sia nelle mani dei comunisti. Fu il tredicesimo Congresso del PCC dell'ottobre 1987 che accolse pienamente la teoria dello "stadio iniziale del socialismo". La Cina doveva passare attraverso la modalità di produzione del capitalismo avanzato per poter pervenire 'pienamente' al socialismo. 

La caratteristica principale di questa fase è il sottosviluppo della società che è una conseguenza del basso sviluppo delle forze produttive e dunque ad una scarsa produttività del lavoro. I comunisti cinesi ritengono che il compito più importante sia di sviluppare delle forze produttive al massimo. In questo senso il ruolo storico di proprietà privata non è ancora esaurito. Questo è ben comprensibile in un paese che nel 1978 aveva 400 milioni di persone al disotto della soglia di povertà, con l'80% della popolazione che viveva nelle campagne, senza autonomia tecnologica e con canali d’investimento strangolati (Jabbour 2005). L'alternativa non poteva che essere che accumulare risorse attraverso forti imposte ai contadini come in effetti avveniva. 

I comunisti cinesi pensano che nella prima fase del socialismo dunque, il socialismo porti ancora gli elementi del capitalismo, molti squilibri e che il periodo di transizione durerà decine di anni forse un secolo. Come natura non facit saltus anche la storia non ama le forzature. “Nel processo di esplorazione del socialismo, il Partito Comunista Cinese è giunto a realizzare che il pieno sviluppo di un’economia di mercato dei beni è una fase che non può essere superata durante lo sviluppo economico socialista (Wang 2004)“. 

I comunisti cinesi e vietnamiti con l'economia socialista di mercato vedono aumentare la ricchezza e il consenso. Il consenso sociale è stato ottenuto attraverso l’aumento del benessere dei loro popoli, se si vuole attraverso quel blocco storico che include, operai, contadini, classi medie e imprenditori. Tutti contribuiscono a ciò di cui ha più bisogno la società cinese in questo momento ossia lo sviluppo economico o in termini marxisti lo sviluppo delle forze produttive. 

Il socialismo dovrebbe essere un sistema più avanzato del capitalismo. Ogni paese deve trovare la propria via in accordo con la sua storia e realtà concreta. Secondo Deng solo se la pratica della costruzione socialista ha successo può provare che la teoria socialista è giusta, e diventare popolare. Altrimenti non ci sarà alcuna ragione che l’idea socialista attragga la gente. Solo la pratica ci da il criterio per giudicare la verità del socialismo e quella del marxismo. Il socialismo vero è quello che funziona. 

La Cina punta molto sullo sviluppo della teoria economica socialista (nel libero confronto con le teorie economiche moderne) in modo da perfezionare le riforme per ottenere uno sviluppo rapido, continuo e stabile stimolando però anche l’equilibrio e lo sviluppo sociale. La cultura marxista ortodossa, è un prodotto dello sviluppo culturale dell’Europa occidentale. La campagna che circonda le città è stato il contributo eretico di Mao ad una teoria fondata unicamente sul ruolo del proletariato industriale (Díaz 2007). La sfida principale è di ripensare e ricomprendere Marx per arrivare ad un marxismo che assuma caratteristiche cinesi passando dunque da teoria generale a pratica concreta. Questo ha portato alla nuova eresia cinese: il ruolo del mercato nella costruzione del socialismo. 

La natura di base del capitalismo è la proprietà privata, il libero mercato e la distribuzione della ricchezza in base alla rendita sul capitale. All’opposto del capitalismo il socialismo è proprietà pubblica del capitale, economia pianificata, distribuzione della ricchezza secondo il lavoro. Occorre un lungo periodo storico di transizione che, come dice la parola stessa, sarà commistione tra i due sistemi come già intuiva Marx. Poi si vedrà se è davvero possibile (ed eco-sostenibile) una società in cui regni l’abbondanza e si possa fare a meno dello stato come regolatore del mercato. 
All'inizio della riforma, Deng Xiaoping identificò le forze produttive sottosviluppate come la contraddizione principale di fronte dell’edificazione del socialismo: “In primo luogo, partiamo da una base debole. Il danno inflitto per un lungo periodo dalle forze dell’imperialismo, del feudalesimo e del capitalismo burocratico hanno ridotto la Cina in uno stato di povertà e arretratezza”. sebbene “fin dalla fondazione della Repubblica Popolare abbiamo raggiunto successi notevoli nella costruzione economica, istituendo un sistema industriale abbastanza completo“, ma la Cina rimane “uno dei paesi più poveri del mondo.” Questa contraddizione ha anche un'altra, spesso sottovalutata, condizione che la Cina ha “una grande popolazione, ma non abbastanza terra coltivabile.” E' contraddizione grave: “Quando la produzione non è sufficientemente sviluppata, pone seri problemi in relazione al cibo, all’istruzione e al lavoro. Dobbiamo aumentare notevolmente i nostri sforzi in materia di pianificazione familiare, ma anche se la popolazione non crescerà per un certo numero di anni, avremo ancora il problema della popolazione per un certo periodo. Il nostro territorio vasto e ricco di risorse naturali è un grande vantaggio. Ma molte di queste risorse non sono ancora state rilevate e sfruttate, in modo che non costituiscono dei mezzi reali di produzione. Nonostante il vasto territorio della Cina, la quantità di terreno coltivabile è limitata, e né questo fatto né il fatto che abbiamo una grande popolazione, per la maggior parte contadina, possono essere facilmente cambiati.”

La contraddizione principale dunque non è tra l'ancora esiguo proletariato e la borghesia che nella sua versione proimperialista è stata abbattuta nel 1949. Anche Mao indubbiamente aveva l'obbiettivo della prosperità economica ma né il Grande Balzo in Avanti né il fare la Rivoluzione Culturale Proletaria e aumentare la produzione sebbene avessero tutte due lo scopo di raggiungere la Gran Bretagna in dieci anni non portarono gli effetti sperati e anzi crearono un'ondata di caos che rischiò di sovvertire il regime socialista. Errori peraltro comuni a tutti idirigenti cinesi. Deng dice: "Errori cominciarono a manifestarsi negli ultimi anni cinquanta – il Grande Balzo in Avanti, per esempio. Ma nemmeno questo fu un errore del solo Presidente Mao. Le persone che collaboravano con lui portarono avanti questo progetto. Agimmo in diretto contrasto con leggi obiettive, tentando di risollevare l’economia tutto d’un colpo. E quando i nostri desideri soggettivi si scontrarono con leggi obiettive, le perdite furono inevitabili. Si, dovrebbe essere ritenuto principalmente responsabile il Presidente Mao per il Grande Balzo in Avanti. Ma non gli occorse molto tempo -solo pochi mesi- per riconoscere l’errore, e lo fece davanti a noi e propose delle correzioni. Nel 1962, quando quelle correzioni non furono apportate in misura soddisfacente a causa dell’insorgere di nuovi problemi, egli si autocriticò(Deng Xiaoping 1980). Dunque era necessario cambiare strada. Deng affermò: “Dal momento che il suo obiettivo è trasformare l’attuale stato arretrato delle nostre forze produttive, ciò comporta inevitabilmente molti cambiamenti nei rapporti di produzione, nella sovrastruttura e nelle forme di gestione nelle imprese industriali e agricoli, nonché i cambiamenti nell’amministrazione statale di queste imprese, in modo da soddisfare le esigenze della moderna produzione su larga scala. Per accelerare la crescita economica è essenziale aumentare il grado di specializzazione delle imprese, aumentare il livello tecnico di tutto il personale in modo significativo e formarlo e valutarlo attentamente, migliorare notevolmente la contabilità economica nelle imprese, e aumentare la produttività del lavoro e i tassi di profitto su livelli molto più alti. Pertanto, è indispensabile attuare importanti riforme nei vari settori dell’economia, in relazione alla loro struttura e organizzazione, nonché alla loro tecnologia. Gli interessi a lungo termine della intera nazione sono imperniati su queste riforme, senza le quali non possiamo superare il ritardo attuale della nostra tecnologia di produzione e gestione”. 

Basandosi su quanto detto sopra Deng Xiaoping fece la proposta di completare l’edificazione socialista della società cinese in cento anni a partire dalla proclamazione della Repubblica Popolare nel 1949. Abbiamo visto come lo stesso Mao non fosse affatto insensibile allo sviluppo economico della Cina. Secondo alcuni fu lui stesso assieme a l’ideatore delle “quattro modernizzazioni” proposte prima nel 1964 e poi nel 1975. Deng ha una strategia in tre fasi: nella prima fase fino al 1990 si doveva arrivare alla duplicazione del PIL risolvendo i problemi di sussistenza elementare della popolazione; nella seconda fase fino al 2000 con un PIL quadruplo rispetto al 1980 si sarebbe giunti un livello di vita accettabile (nel 1996 fu raggiunto anticipatamente questo obbiettivo) e veniva posto all’anno 2049 l’obbiettivo di raggiungere in termini di reddito pro capite i principali paesi sviluppati, a cento anni esatti dalla vittoria della Rivoluzione. Quindi non più i dieci anni che Mao interponeva per raggiungere il livello dell’Inghilterra ma una strategia molto più realistica e non c’è dubbio che finora la roadmap sia stata rispettata e addirittura surclassata. La Cina potrebbe raggiungere il valore del PIL americano e Europeo in termini di capacità d’acquisto nel giro di qualche anno. 

Il socialismo di mercato non è un dogma ma è un movimento reale che ha trasformato la vita di più di un miliardo di persone diventando una vera forza materiale. Lo scopo del socialismo di mercato è sviluppare le forze produttive in modo efficace affinché i membri della società raggiungano il benessere. Molto è stato fatto e molto ci sarà da fare. Il merito del socialismo di mercato è che ora il socialismo non è più sinonimo di decadenza economica ma al contrario di una economia dinamica ed efficiente. La storia non è finita come sosteneva Fukuyama nel 1991 dopo il crollo del URSS. Il bello viene adesso. Secondo David Schweickart, il teorico della democrazia economica, il socialismo di mercato “è la sola forma di socialismo, al presente stadio di sviluppo umano, che sia attuabile e desiderabile. E forme di socialismo senza mercato sono o economicamente non attuabili o normativamente non desiderabili, spesso sia l'uno che l'altro” (Ollman 1998 p.10). 

Abbiamo detto che il marxismo nasce in Occidente per le economie avanzate. Il socialismo ha vinto in economie arretrate. Il risultato è che coloro che si ritengono i depositari del marxismo invece di chiedersi perché i partiti marxisti sono ormai residuali in Occidente si impegnano a criticare chi nel bene e nel male sta costruendo il socialismo. La logica vorrebbe che i primi andassero ad insegnare ai secondi dopo avere costruito il socialismo a casa propria. Dato che questi paesi sarebbero in possesso del requisito essenziale per realizzare l'economia di pianificazione previsto da Marx, e quindi, per loro, la realizzazione del socialismo non si identificherebbe con lo sviluppo dell'economia di mercato, ma con abolizione dell'economia di mercato e l'introduzione della pianificazione, passo dopo passo. Invece il socialismo è uscito dal dibattito corrente in Occidente, nessuno ne parla più, ma i primi vogliono insegnare ai secondi come si costruisce il vero socialismo. Questo si che è un bel paradosso. In Occidente è invalso l'atteggiamento secondo tutto si riduce alla critica. Se fosse per le critiche dei marxisti più o meno critici, il capitalismo sarebbe già morto e sepolto da decenni. Evidentemente criticare è utile ma non basta, bisogna proporre. Nella fase prepositiva la sinistra più o meno radicale è un'autentica frana. E questo non si riflette solo sull'atteggiamento sulla Cina ma ancor di più in Italia. I comunisti cinesi sono degli sperimentatori ma la sinistra peripatetica (o forse semplicemente patetica) occidentale si rifiuta di guardare il mondo attraverso il cannocchiale di Deng pensando che il cielo del socialismo sia formato da sfere di cristallo immutabili.

Note

[1]... l'effettiva presa di possesso di tutti gli strumenti di lavoro da parte del popolo lavoratore non esclude affatto il mantenimento dei rapporti d'affitto. Comunque, non si tratta minimamente della questione se il proletariato, una volta giunto al potere, s'impadronisca semplicemente con la forza degli strumenti di produzione, delle materie prime o dei mezzi di sussistenza, sia che se ne paghi subito un indennizzo o che si riscatti la proprietà con dei lunghi pagamenti rateali. Pretendere di rispondere a tale questione in precedenza e per tutti i casi, significa fabbricare utopie, e io lo lascio fare agli altri. (Engels 1887).

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