Benvenuti

Non indignari, non admirari, sed intelligeri

Spinoza


Il blog si legge come un testo compiuto sulla Cina. Insomma un libro. Il libro dunque tratterà del "pericolo giallo". Un "giallo" in cui l'assassino non è il maggiordomo ma il liberale. Peggio il maggiordomo liberale. Più precisamente il maggiordomo liberale che è in voi. Uccidetelo!!!Alla fine il vero assassino (a fin di bene) sarete voi. Questo sarà l'unico giallo in cui l'assassino è il lettore. A meno che non abbiate un alibi...ça va sans dire.

lunedì 21 maggio 2012

4.6: Cina: dalla rivoluzione alla riforma

4. Socialismo tra realtà e mito


Mao Zedong, Zhou Enlai, e altri leader rivoluzionari della prima generazione, come molte altre élite sociali e politiche cinesi, sono stati ispirati dal sogno di raggiungere una rapida modernizzazione. La mancanza di industrializzazione, in particolare la mancanza di grandi industrie pesanti che erano alla base della forza militare e della potenza economica è stata percepita come la causa principale dell'arretratezza del paese. Così è stato naturale per le élite sociali e politiche in Cina di dare priorità, dopo la Rivoluzione, allo sviluppo di un'industria pesante, avanzata e di grandi dimensioni, allorchè hanno iniziato ad edificare la nazione.
Justin Yifu Lin (2010)


La riforma è nata dall’evidenza del ritardo economico del paese. Non bisogna dimenticare che prima della rivoluzione del 1949, il 75% della popolazione del paese era analfabeta, che la speranza di vita era simile agli inizi della rivoluzione industriale dei principi del secolo XIX in Europa, e che la vita dei cinesi era un inferno governato da politici corrotti e potenze straniere. Le conquiste rivoluzionarie furono molto importanti, e la Cina passò in poche decadi di fame nera con milioni di morti, alla sicurezza alimentare, seppur modesta. Passò alla proprietà della terra per i contadini, conobbe i medici rurali - seppur scarsamente preparati - arrivò all’istruzione popolare. Ma trent’anni dopo la fondazione della Repubblica Popolare, il paese esigeva di iniziare un nuovo impeto, passare dal socialismo della penuria al socialismo dello sviluppo. 
Higinio Polo (2006) 


Grazie all’appoggio sovietico i comunisti cinesi arrivarono alla vittoria sul Kuomintang. I comunisti mettono in atto la strategia di Yan'an. Il consenso popolare nelle zone liberate in particolare della Manciuria, dove l'armata Rossa ritirandosi aveva ceduto il territorio a Mao, consente ai comunisti di concentrare le loro forze al fronte. I nazionalisti sono occupati a tenere a bada le proteste della popolazione per l'iperinflazione, così, nonostante la superiorità numerica, vengono battuti dall'EPL di Mao (Hutton 2007, p.67). 

Il PIL della Cina devastata da lunghi anni di guerra, nel 1952, è solo un 1/5 di quello della Russia del 1928 ed è paragonabile a quello dell’Europa Occidentale nel 1750. La Cina che fino alla fine del Settecento era uno dei paesi più avanzati del mondo era ridotta in cenere dall'imperilismo mentre la contemporanea rivoluzione industriale in Occidente separava sempre di più i livelli di sviluppo con la Cina facendo nascere quella che Pomeranz chiama la grande divergenza. Nel 1938 segnalava Mao in una nota che l’industria, principalmente leggera, rappresentava il 10% del PIL cinese. Un paese feudale diventò socialista senza passare dallo stadio capitalistico. Un’autentica Rivoluzione contro “Il Capitale” per usare la famosa espressione di Gramsci. Inevitabile che anche in Cina si riproponesse lo stesso dibattito che in URSS seguì il comunismo di guerra. In Mao c’è la coscienza che occorra, per tutto un periodo, formare un’alleanza con ceti capitalistici consentendo lo sviluppo del capitalismo per sviluppare le forze produttive, infatti, scrive nel 1947:
Oltre ad abolire i privilegi dell’imperialismo in Cina, la rivoluzione di nuova democrazia ha il compito, all’interno, di porre fine allo sfruttamento e all’oppressione esercitati dalla classe dei proprietari terrieri e dalla classe del capitalismo burocratico (la grande borghesia), di abolire i rapporti di produzione di tipo comprador e feudale e di liberare completamente le forze produttive incatenate. La piccola borghesia dello strato superiore e la media borghesia, oppresse e danneggiate dalla classe dei proprietari terrieri e dalla grande borghesia e dal loro potere di Stato, possono partecipare alla rivoluzione di nuova democrazia o restare neutrali, pur appartenendo anch’esse a classi borghesi. […]. Data l’arretratezza economica della Cina, anche dopo la vittoria della rivoluzione in tutto il paese sarà ancora necessario consentire per un lungo periodo l’esistenza di un settore capitalista dell’economia […]. Conformemente alla divisione del lavoro nell’economia nazionale, sarà ancora necessario consentire un certo sviluppo di tutti gli elementi di questo settore capitalista utili all’economia nazionale. Questo settore capitalista sarà ancora un elemento indispensabile all’economia nazionale presa nel suo complesso (Mao 1992 pp. 117-118). 
E’ la strategia politica della democrazia progressiva o popolare preconizzata nell’est Europa da Stalin, da economisti come Varga e in Occidente da Togliatti. Nel 1952 il PIL è formato per il 19,1%, da imprese statali, per l’1,5%, per lo 0,7%, da quelle miste, mentre le aziende capitaliste contribuivano per il 6,9% e quelle private dei piccoli proprietari per il 71,8% (Graziosi 2008). 

La Cina è un paese prevalentemente agricolo su base individuale. Il 46% delle terre sono confiscate a proprietari che non le coltivano direttamente e ridistribuite in modo egualitario, anche se i contadini possono impiegare mano d'opera salariata. Molti contadini si uniscono spontaneamente, anche prima della rivoluzione del 1949, per utilizzare i pochi comuni mezzi tecnici disponibili collettivamente. Le squadre di assistenza reciproca che includono più famiglie di agricoltori si sostengono a vicenda utilizzavano gli stessi attrezzi, animali e terre. Ogni famiglia ha in media meno di un animale da tiro e un aratro è presente ogni due famiglie. Questo è stato il punto di partenza per raggruppare diverse decine di famiglie. Nel 1952, un quarto della popolazione rurale e nel 1953 quasi un terzo partecipa a queste squadre di assistenza. 

Anche nel settore artigianale sono create cooperative. Mentre piccoli commercianti, venditori ambulanti e associazioni commerciali sono integrate per formare un unico mercato nazionale. I piccoli e medi imprenditori capitalisti hanno molta importanza nella produzione di beni di consumo e una certa libertà di manovra. I proprietari mantengono la direzione delle loro aziende con un maggior coinvolgimento dello stato attraverso l’acquisto dei prodotti, la fornitura di materie prime, finanziamenti e partecipazione nei benefici. Tra il 1949 e il 1952 il paese passa attraverso la fase democratico-borghese e si ristabilisce dalle conseguenze della guerra civile. Un esempio piuttosto innovativo per le stesse democrazie popolari dell'est Europa. L’economia prende un profilo misto, giacché c’è un settore socialista formato dalle aziende statali e cooperative assieme quello privato, agli artigiani e ai contadini su base individuale o semicooperativa. L'economia si sviluppa in altre parole in modo “naturale” cioè come si erano sviluppate le economie classiche. Mao si richiama alla Nuova Politica Economica e sostiene che non ci si deve preoccupare per l'aumento delle aziende private, in ciò sarà sostenuto anche dal giornale del Partito. Scrive Mao: 
L’economia capitalista nella Cina di oggi è un’economia capitalista che si trova, nella sua stragrande maggioranza, sotto il controllo del governo popolare, è legata in varie forme all’economia socialista a gestione statale ed è sottoposta alla vigilanza degli operai. Non si tratta più di un’economia capitalista normale, ma di un’economia capitalista di un genere particolare, cioè di un’economia capitalista di Stato di tipo nuovo. Essa esiste principalmente non per il profitto dei capitalisti ma per far fronte ai bisogni del popolo e dello Stato. Certo, una parte del profitto prodotto dagli operai va ancora ai capitalisti, ma essa rappresenta soltanto una piccola quota dell’intero profitto, circa un quarto, mentre i rimanenti tre quarti vanno agli operai (come fondi per il benessere), allo Stato (come imposte) e per ampliare gli impianti produttivi (in cui è compresa una piccola parte che produce profitto per i capitalisti). Ne consegue che questa economia capitalista di Stato di tipo nuovo ha un notevole carattere socialista ed è vantaggiosa per gli operai e per lo Stato (Mao 1953).
La Cina ha delle sue peculiarità specifiche. Se in Unione Sovietica la rivoluzione è stata promossa dagli operai dell'industria nelle città, tanto che ancora a metà degli anni '20 il PCUS è essenzialmente un partito cittadino scarsamente rappresentativo nelle campagne, in Cina la rivoluzione durata un ventennio si è basata sulla guerriglia nelle basi contadine. Insomma le campagne che circondano le città. Dunque l'esperienza rivoluzionaria cinese è peculiare, diremmo addirittura “eretica” rispetto a quella bolscevica. Naturalmente l'unico modello a disposizione è ancora quello sovietico. Nel 1953 la Cina adotta dunque il modello sovietico dell’economia pianificata, con monopolio statale della proprietà. Comunque il passaggio al socialismo è dapprima graduale. I tecnici sovietici diventano i consulenti e mantengono stabile il tasso d’investimenti nel primo piano quinquennale. Nel 1956 circa il 67.5% delle imprese è statale mentre il 32.5% è composto da joint-venture tra stato e privati. L'intera produzione viene in seguito socializzata e i vecchi proprietari sono indennizzati con titoli di stato. Il 60% del PIL proveniente dalle aziende statali e il 40% da quelle collettive. Nel prodotto industriale lordo, le quote sono dell’80% e 20% rispettivamente. I risultati del primo piano quinquennale sono molto incoraggianti. L'economia cresce a percentuali del 9% annuo che si sarebbero ripetute solo dopo le riforme di Deng. La produzione industriale cresce del 19% e quella agricola del 4,5%. I prezzi si mantengono stabili. Il primo piano quinquennale porta oltre al miglioramento della qualità della vita anche alla creazione di un’industria pesante su solide basi. Le industrie strategiche come quelle del ferro e dell'acciaio, l'estrazione del carbone, la produzione di cemento, la generazione di elettricità, la costruzione di macchinari sono impostate su moderne basi tecnologiche (Díaz 2007). 

Vengono in seguito create cooperative a basso livello, dove le famiglie mettono insieme la loro terra, senza perdere i loro diritti di proprietà sui mezzi di produzione. Qualcosa di simile all'Artel siberiano da cui era ripartito Stalin per la seconda collettivizzazione dopo avere fatto fare retromarcia alla collettivizzazione forzata. La maggior parte di queste cooperative servono una ventina di famiglie. Nel 1953, solo lo 0,2 per cento delle famiglie sono organizzate in una cooperativa. Nel 1955 sono già il 15 per cento. Vengono inoltre create cooperative a un livello più alto a cui i contadini trasferiscono la loro terra, il bestiame e gli strumenti. Nel 1953, sono quindici, che danno lavoro nel 2000 famiglie e due anni più tardi, sono 530 con 40.000 famiglie. 

Le chiavi del consenso ai comunisti sono il riconoscimento ai contadini della facoltà di trattenere una parte delle rendite (stabilita in base a un calcolo che considerava la terra messa a disposizione e il lavoro svolto), l'abolizione degli affitti, la concessione di piccoli crediti gestiti da cooperative apposite e l'affidamento dell'intero processo a responsabili di villaggio. Nei suoi primi anni di vita il regime comunista determina un effettivo incremento dei redditi agricoli, se non della produttività (Hutton 2007, p. 70). 

Mao Zedong sostiene nella primavera del 1958, che la metà dei contadini è organizzata nelle cooperative semi-socialiste. Il Comitato centrale invece aveva previsto per il primo Piano quinquennale, che alla fine del 1957, solo un terzo dei contadini fossero organizzati in cooperative di basso livello. 

Intanto nel partito a partire dal 1955 si scontrano due tendenze. Una vuole consolidare i risultati. Un'altra tendenza ritiene che si debba passare rapidamente dalle squadre di mutuo soccorso alle cooperative inferiori. A partire dal 1955, si cominciano far sentire i primi problemi della collettivizzazione. Molti quadri cercano di forzare l'adesione alle cooperative. Mentre gli agricoltori più ricchi si vogliono ritirare dalle cooperative, si evidenziano già le storture che avvennero durante la collettivizzazione in URSS: uccisione di animali, ladrocini ai danni delle cooperative ecc. Alla fine del 1956, il 96,3 per cento dei contadini aderiscono a cooperative e quasi l'88 per cento nelle cooperative avanzate senza proprietà privata (Franssen 2007). 

Solo nel 1955 si pone mano a una trasformazione in senso marcatamente socialista dell’economia, Le dinamiche che si vogliono mettere in atto sono quelle che tanta fortuna hanno avuto in URSS. Dopo aver posto rimedio agli squilibri monetari e finanziari si pone mano allo sviluppo accelerato dell'industria partendo da quella pesante fino alla socializzazione completa dell'agricoltura. 

Quando si celebra l'ottavo congresso del Partito nel 1956 il vice-presidente Chen Yun sostiene che, pur nel contesto di una generale collettivizzazione delle campagne, occorre lasciare alla libera iniziativa dei contadini tutta una serie di attività sussidiarie oltre che degli appezzamenti di terreno, in modo da rispondere meglio alle necessità del mercato e consentire un reale innalzamento del tenore di vita. Chen è per il mantenimento di un settore di attività privato nel contesto dell'agricoltura collettivizzata. Inoltre egli sostiene che non tutte le merci debbano sottoposte a pianificazione e che per alcune possa sussistere un mercato libero. Essendo preponderante l'elemento pianificato e collettivizzato Chen Yun ritiene che non si tratti di un mercato capitalista ma di un mercato socialista unificato. Chen Yun sarà poi uno dei primi critici del Grande balzo in Avanti sottolineando che lo sviluppo economico non è una questione di velocità di sviluppo richiedendo attenzione alla sicurezza del lavoro, allo sviluppo delle capacità tecniche dei lavoratori e non dipenda esclusivamente dal volontarismo. 

Alla fine del 1958, tutta la popolazione rurale prima raggruppata in 740.000 cooperative agricole è organizzata in 26.000 comuni con una media di 5.000 famiglie. Ci sono anche comuni con 100.000 famiglie. I membri socializzano la terra su cui lavoravano in privato come anche il loro bestiame di piccola taglia, pollame e alberi da frutto. Durante il periodo delle cooperative precedente all’istituzionalizzazione della Comuni, gli appezzamenti degli agricoltori privati rappresentavano circa il 7 per cento della superficie coltivabile. Le Comuni ottengono parte delle loro risorse dalle piccole industrie: fabbriche di mattoni, cemento e artigianato, ecc., arrotondando il budget con i profitti delle brigate e delle squadre di lavoro. Vengono costruite scuole, ospedali, sale di riunione. Si forma un fondo speciale di aiuto alle famiglie, evitavano le grosse disuguaglianze nei guadagni. Le Comuni diventano le unità di base dell’organizzazione statale della società cinese. Il loro funzionamento comprende aspetti economici, sociali, politici e anche militari (Díaz 2007). 

Il partito sta per lanciare un movimento di massa simile a quello delle campagne per accelerare la produzione di elettricità, opere d’irrigazione, trasporti. Si avvicina il Grande balzo in Avanti che si trasforma presto in un disastro. Il tentativo di sostenere le misure economiche con fattori soggettivi, ideologici e di mobilitazione popolare porta al fallimento del secondo Piano quinquennale. Il reddito nazionale, tra il 1958-1962, si riduce del 3 per cento l'anno, la produzione agricola del 4 per cento, provocando perdite nella qualità della produzione e rialzo dei costi industriali. 

Tra il 1958 e il 1961, il calo della produzione cerealicola è del 32 per cento. La produzione di cotone diminuisce del 35 per cento, i semi oleosi della metà, scendendo al livello del 1949. Il numero di suini dal 43 per cento. Nel 1960 il consumo medio di grano in campagna è di un quinto inferiore rispetto al 1957. Il consumo di carne del 70 per cento. La gente ha fame. Il Comitato Centrale riconosce più tardi che il tasso di mortalità tra la popolazione rurale è in aumento in molte province. La popolazione del paese diminuisce nel 1960 di dieci milioni rispetto all'anno precedente. Il partito definirà poi la “menzogna più terribile” le affermazioni di chi chiedeva di migliorare rapidamente le condizioni di vita della popolazione con il "Grande Balzo in Avanti" e la creazione delle Comuni (Franssen 2007). 

La produzione di acciaio scadente farà si che gli attrezzi agricoli prodotti si rompano dopo il primo uso e le rotaie rimangano inutilizzate lungo le ferrovie. Le nuove imprese industriali mancano di personale tecnico e operai specializzati. La stessa produzione quantitativa dell'acciaio si rivela un boomerang. Aumenta nel 1958 e 1959 ma crolla negli anni successivi e solo cinque anni più tardi sarà di nuovo al livello del 1959. Il bilancio anche dal punto di vista puramente economico è piuttosto mortificante. Spreco di materie prime per produrre merci di cattiva qualità che rimangono inutilizzate, forte impatto ambientale, e ciò avviene in concomitanza di disastri naturali che portano alla carestia. 
Certo Mao con il Grande Balzo in Avanti ha presente marxianamente la necessità dello sviluppo delle forze produttive. Non ripropone certo il socialismo della miseria. Tutt'altro, egli vorrebbe portare la Cina al livello della Gran Bretagna in dieci anni. Purtroppo Mao pensa che cambiando il modo il produzione aumenteranno anche le forze produttive mentre per Marx è il contrario (Franssen 2007). Deng invertirà il discorso. Per lui i rapporti di produzione cambiano con lo sviluppo delle forze produttive e per questo ci vuole tempo.

Il Grande Balzo in Avanti (1958-1961) rappresenta tutto sommato una continuità con il volontarismo con cui fu creato, negli anni ’30 il boom sovietico ma con risultati non altrettanto entusiasmanti. Dopo la sua fine disastrosa si ritorna agli incentivi materiali e agli appezzamenti individuali sotto l'ala pragmatica del partito: Liu Shaoqui Presidente della Repubblica, Deng Xiaoping, Segretario Generale del Partito e Zhou Enlai Primo Ministro guidano il ritorno alla normalità (Díaz 2007). L'ala pragmatica ritornerà di nuovo solo dopo la parentesi della Rivoluzione Culturale (1966-1969). 

Il periodo 1966–1968 è caratterizzato da una dura recessione. L'agitazione tra le masse sostituisce lo sforzo per lo sviluppo economico. Tutto viene subordinato all’ideologia e l'economia politica come scienza è sostituita dalle citazioni del libretto rosso; spariscono le differenze tra propaganda politica e studi scientifici nelle scienze sociali e, in primo luogo, nell’economia. La pianificazione svanisce assieme ai rapporti monetari. Nelle aziende vengono sostituti i direttori, mandati magari a rieducarsi nelle campagne. Gli incentivi materiali vengono praticamente aboliti. Le relazioni di mercato di acquisto-vendita vengono annullate (Díaz 2007). Nel corso della lotta di fazione gli organi del PC cinese, della gioventù comunista, e dello lo Stato, sono stati praticamente decimati e la Cina piomba in un periodo di anarchia assoluta.

Nell'agricoltura i terreni coltivati privatamente passano dal 15 al 5%, ma il clima di anarchia è tale che di fatto i contadini ritornano in breve tempo a coltivare gli appezzamenti individuali che prima della collettivizzazione avevano avuto in proprietà. Un risultato paradossale, come lo è lo stimolo dell'industria rurale in quanto completamento delle attività agricole. Ma è comunque in questo periodo che si opta per un sistema politico decentrato e i governi locali iniziano ad avere un ruolo maggiore nella gestione dei piani di sviluppo, rompendo con la gestione monopolistica e centralistica della produzione. 

Da un punto di vista strettamente economico siamo però al disastro. La produzione industriale cala di quasi il 14 per cento nel 1967 e del 5 per cento nel 1968. L’agricoltura del 3 per cento. Rimangono a galla solo i settori della difesa e dell’industria spaziale. Nel 1964 la Cina fa esplodere la sua prima bomba atomica e nel 1970 mette in orbita il primo satellite. Il quarto Piano Quinquennale (1968-1972) rimette in riga l'economia con un tasso di accumulazione del 37 per cento del reddito nazionale, l’incremento annuale del PIL è attorno al 6%. L’industria pesante raggiunge il suo punto massimo con circa il 15% di crescita annuale. Nel periodo dal 1953 al 1957, l’industria pesante cresce del 25 per cento e quella leggera del 13 per cento. Nel 1975 gli incrementi sono dell’1 per cento e del 2 per cento. I piani quinquennali quarto e quinto cercano di stabilizzare lo sviluppo economico del paese ponendo fine all’irrazionalità economica degli anni della “Rivoluzione Culturale”. Nel cumulo di disastri provocato dalla “Rivoluzione culturale”, l'estrema sinistra occidentale ha visto nientemeno che l'alternativa al “socialismo reale”. Come ricorda Huang Hua Guang dell'Uffico Esteri del Partito: "In quel periodo anche l'eccessivo idealismo ha giocato un ruolo negativo, e sembrava che costruire il Socialismo non fosse poi così tanto difficile. Era diffusa l'idea, anche tra alcuni dirigenti ad alto livello, che si potesse giungere facilmente anche al comunismo. Di conseguenza abbiamo introdotto delle politiche troppo radicali, anche volte a promuovere ed accelerare la crescita, ma che hanno prodotto l'effetto contrario, come il Grande Balzo in Avanti e la Rivoluzione Culturale" (Huang 2010)

Il paese si è trasformato nel periodo precedente alla riforma passando da paese quasi esclusivamente agricolo a paese con un’ampia base industriale. Ma i livelli di consumo di contadini e lavoratori sono stati trascurati al fine di massimizzare il surplus economico, che è stato poi concentrato negli investimenti dell'industria pesante. Tra il 1952 e il 1975, la crescita industriale è in media 11 per cento l'anno. All'inizio la produzione industriale rappresenta per il 20 per cento del PIL, e alla fine, il 45 per cento. Tuttavia, la natura altamente intensiva degli investimenti industriale ha limitato l'espansione della classe operaia urbana e la corrispondente riduzione del peso dei contadini. Tra il 1952 e il 1975, la componente non agricola della forza lavoro è aumentata solo dal 16 al 23 per cento. La produttività del lavoro era aumentata fortemente nel primo piano quinquennale dell'8,7% l'anno per poi aumentare del 2,5% nel terzo ed infine solo dell'1,3% tra il 1970 e il 1975 (Franssen 2009).


Una parte sempre più consistente del reddito nazionale è stata spesa per investimenti nell'industria pesante, passando dal 24 per cento a metà degli anni '50 al 33 per cento nei primi anni '70. Negli anni '50 il 78% della produzione industriale viene dalle grandi aziende statali del settore pesante, pari al 57% della produzione finale. Le risorse economiche destinate alla massiccia espansione industriale sono state estratte soprattutto dai contadini attraverso tasse piuttosto elevate e l’obbligo per le cooperative agricole di vendere obbligatoriamente a prezzi calmierati un quarto della produzione di cereali, il che assume le caratteristiche del prelievo forzoso. L'80% del fondo d’investimenti nei primi anni viene estratto dal settore agricolo. I salari reali dei lavoratori urbani che aumentano del 5,7% durante il primo piano quinquennale sono rimasti sostanzialmente congelati in termini di capacità per due decenni. Durante il quarto piano quinquennale calano in media dello 0,1% l'anno (Franssen 2009). 

La costruzione di un settore industriale pesante relativamente moderno durante l'era di Mao ha gettato però le basi per gli elevati tassi di crescita economica e il miglioramento generale del tenore di vita nell’era di Deng e dei suoi successori. Persino Hutton tratteggia un bilancio non completamente negativo di Mao, che aveva avuto anche grandi meriti. La crescita dell'era post-riforma s’innesta sui “preziosi doni” del periodo maoista: 
Il primo (dono) era che i risparmi dei contadini erano stati incanalati nell’investimento per le infrastrutture, l’istruzione e la grande industria. La produzione industriale era salita di oltre tredici volte e nel 1978 copriva il 46,8 per cento del reddito nazionale, contro il 12,6 per cento del 1949. Le dimensioni della rete ferroviaria erano più che raddoppiate. La percentuale di terra irrigata era passata dal 20 per cento del 1952 al 50 per cento del 1978. Inoltre, dopo una generazione d’investimenti nell’istruzione, l’alfabetizzazione maschile aveva raggiunto l’81 per cento e quella femminile il 45 per cento, nonostante la Rivoluzione Culturale. Il secondo dono stava nel reale impegno di Mao a favore del decentramento, poiché, come riconosceva lui per primo, una direzione centralizzata non aveva senso in una nazione delle dimensioni della Cina. Nel 1970 fu richiesto alle province di prendersi carico della maggior parte delle imprese di Stato, con il governo di Pechino a gestire solo l’8 per cento della produzione industriale. Già nel 1975 i governi locali e provinciali erano responsabili per circa il 60 per cento degli investimenti statali e per il grosso del piano quinquennale (Hutton 2007, pp. 73-74).

Quest’ultimo fattore si rivelerà un vantaggio quando si tratterà di passare al socialismo di mercato. Inoltre in questo periodo si sono avute grandi trasformazioni sociali:
Alle donne come agli uomini fu concesso il diritto al divorzio, e le ragazze presero posto accanto ai ragazzi nel nuovo sistema d’istruzione nazionale: come dichiarò Mao, «le donne reggono l’altra metà del cielo». La schietta popolarità della rivoluzione non fu offuscata nemmeno dell’intervento cinese a sostegno della Corea del Nord comunista, nonostante la guerra contro la coalizione guidata dagli americani costasse al paese terribili perdite. La storia cinese legittimava sia la redistribuzione della terra che la lotta contro l’accerchiamento straniero: l’impegno a fianco dei comunisti nordcoreani si rese ideologicamente e strategicamente necessario (Hutton 2007, p. 69).
La Cina aveva ha avuto una buona crescita economica dal 1952 al 1978 ma se ad esempio il PIL aumenta mediamente del 5,9% l’anno i consumi delle famiglie aumentano solo del 2,2%. Tra il 1957 e il 1978 i consumi privati nelle campagne aumentano dell'1,9 per abitante nelle campagne e del 2,6 nelle città (Franssen 2007). I consumi non erano un elemento di sostegno all’economia come nel presente quando aumentano di quattro-cinque volte tanto. Anche perché gli aumenti del PIL furono dovuti in parte considerevole all’aumento della popolazione; infatti, il PIL pro capite cresce solo di 1,8 volte con un aumento annuale del 3,9%. 

Occorre dire che il programma delle quattro modernizzazioni viene enunciato da Zhou Enlai nel 1964 ancora prima che da Deng. Le quattro modernizzazioni sono "agricoltura moderna, industria, difesa nazionale, scienza e tecnologia”. C’è chi ha sostenuto (Teiwes 1993 pp. 438,485) che in realtà sia stato lo stesso Mao a ideare questa strategia dopo il fallimento del Grande Balzo in Avanti. In occasione della sessione dell’Assemblea Nazionale del Popolo del 1975, quindi prima della morte di Mao, con il ritorno di Deng Xiaoping si riprende di nuovo il programma delle quattro modernizzazioni. Nel mentre con la caduta di Lin Piao nel 1971, diversi frunzionari licenziati durante la "Rivoluzione culturale" vengono reintrodotti nelle loro funzioni per espresso ordine di Mao. Tra questi, proprio Deng Xiaoping che non fu mai espulso dal PCC e tornò ad occupare posizioni di alta responsabilità dello Stato (Fernandes 1985).

L’economia cinese ha abbondanti lacune. Il reddito pro capite è di solo 210 dollari nel 1978. Il tasso di crescita fra il 1957 e il 1978 non ha mai superato il 4,3 per cento. L'80 per cento della produzione industriale è fornita dal settore statale. Si vive in una situazione di autarchia economica e tecnologica virtualmente senza commercio con l'estero e in mancanza di accesso alla tecnologia avanzata (Hutton 2007, pp. 73-74). Tra il 1958 e il 1978 la produzione di cereali è aumentata del 2,08% l'anno ovvero nella stessa percentuale dell'aumento della popolazione. Nel 1978 il rapporto tra gli abitanti della città e quelli della campagna è 4,9/1 come nel 1952 quando l'85% della manodopera era impiegata nell'agricoltura e così all'incirca rimane fino al 1978 per di più in condizioni di estrema povertà (Franssen 2009). 

Negli ultimi anni dell'era di Mao, le Comuni rurali sono diventate un serbatoio enorme di disoccupazione e sottoccupazione dissimulata. Il formale egualitarismo sta diventando una palla al piede e si stanno palesando i difetti che poi portarono il modello sovietico al crollo. Le condizioni della classe operaia nel nome dell'egualitarismo comunista peggiorano. Alla fine degli anni '70 la maggior parte delle imprese è deficitaria. L'occupazione garantita per la vita rappresenta un irrazionale ostacolo alla produttività del lavoro. L'industrializzazione degli anni '50 è stata portata avanti grazie alla tecnologia sovietica e ormai gli impianti industriali sono diventati obsoleti. Per rendere ottimali gli investimenti occorre chiudere alcune imprese, ristrutturane altre introducendo tecnologia per risparmiare manodopera. Ciò porta inevitabilmente ad eliminarne molta. Questa manodopera in eccesso può trovare impiego nelle piccole aziende ad alta intensità di lavoro e nell'autoccupazione in particolare nei servizi che sono sempre stati carenti nelle economie socialiste di tipo classico. 

Come riconosce un critico della strategia denghista, da un punto di vista della sinistra radicale occidentale, quale Maurice Meisner: “A soffrire, con la crescita del tasso di accumulazione per mantenere un elevato livello di sviluppo, erano i consumi e lo standard di vita popolare, senza un aumento della produttività, è improbabile che questi alti livelli di accumulazione e d’investimento avrebbero potuto essere più a lungo sostenuti senza impoverire ulteriormente la popolazione”[1].
Con gli ultimi anni dell'era di Mao, la strategia economica incontra crescenti ostacoli e contraddizioni, mentre sale il malcontento popolare. Con la fine della Rivoluzione culturale e il ritorno di Deng inizia l’epoca della riforma e in seguito il passaggio al socialismo di mercato.

[1] Maurice Meisner,The Deng Xiaoping Era: An Inquiry into the Fate of Chinese Socialism, 1978-1994 (1996) cit. in (Market 2006)“.

Bibliografia
Díaz Vázquez, Julio 2007. La Modernizzazione Economica in Cina: Un’altra Eresia. Proteo N° 3, 2007.
Graziosi, Marcello 2007. “Le vie inesplorate del ‘socialismo con caratteristiche cinesi’. La Cina e Il 17° Congresso Del Partito Comunista.” http://nuke.ossin.org/Default729d.html?tabid=672.
Huang Hua Guang 2010. Intervista. L'Ernesto. 1/2010. 16/05/2010
Hutton, Will 2007. Il Drago Dai Piedi D’argilla. La Cina e l’Occidente Nel XXI Secolo. Fazi editore.
Fernandes, Luís 1985. China – O socialismo que nao houve, Principios, N° 10, Aprile 1985.
Franssen, Peter 2007. “Le développement du socialisme en Chine”, Etudes Marxistes (78) (November 19). 
Franssen, Peter 2009. Chine: la quête d’un modèle de développement, 05 Ottobre 2009.
Justin Yifu Lin 2010. Demystifying the Chinese Economy, The World Bank, 19 Agosto/2010Mao 1992: Mao Tse-Tung , La situazione attuale e i nostri compiti (25 dicembre 1947)
Mao 1953: Mao Zhedong, Commento scritto dal compagno Mao Tse-tung su un documento della conferenza nazionale sul lavoro economico e finanziario tenutasi nell’estate del 1953, 1953
Polo, Higinio. 2006. “Appunti Sulla Cina.” Resistenze, Apparso Originariamente in Rebellion.

Chi siamo

Debunkers dei miti sulla Cina. Avversari della teoria del China Collapse e del Social Volcano, nemici dei China Bashers.