Benvenuti

Non indignari, non admirari, sed intelligeri

Spinoza


Il blog si legge come un testo compiuto sulla Cina. Insomma un libro. Il libro dunque tratterà del "pericolo giallo". Un "giallo" in cui l'assassino non è il maggiordomo ma il liberale. Peggio il maggiordomo liberale. Più precisamente il maggiordomo liberale che è in voi. Uccidetelo!!!Alla fine il vero assassino (a fin di bene) sarete voi. Questo sarà l'unico giallo in cui l'assassino è il lettore. A meno che non abbiate un alibi...ça va sans dire.

mercoledì 7 marzo 2012

2.1.10: Il "pack journalism" e il peso del giornalismo passivo

2. Ancora una primavera. Tienanmen e dintorni 

2.1 Il mito del massacro di Tienanmen





Padroni e capi azienda fanno pressione su redattori e giornalisti per imbastire le notizie, usualmente afferrando strettamente il portafoglio. Le storie che richiedono una significativa ricerca originale sono costose; cosa ci si guadagna? Perdere molto tempo su un articolo fa assomigliare un reporter a un lavoratore improduttivo. Peggio, riferendo un argomento controverso puoi compromettere la tua carriera, e i buoni lavori giornalistici non sono molti ne frequenti. Osare sfidare il rischio? Il grande reporter investigativo Gary Webb fece nel 1996, con una acclamata serie sul collegamento tra il commercio della droga, CIA e Contras. Ma sotto pressione, il suo editore al San Jose Mercury News soppresse la serie, e Webb venne degradato in un ufficio distante dalla famiglia, che presto abbandonò. La sua carriera non è mai più ripresa e egli si è suicidato questo mese. Scrittore avvertito. La Stampa Passiva aspetta articoli che siano elaborati per lei, un regalo accuratamente avvolto. La stampa passiva ama i fogli informativi, copertura di gruppo, photo-ops, fotografie memorabili di pseudo eventi, e illustrazioni che possono essere incorporate nella trasmissione in video delle notizie. La Stampa Passiva ama i gruppi no-profit che danno i loro articoli investigativi scioccanti pieni di fatti e cifre- e possibilmente immagini che possono essere incorporate nei notiziari […] La Stampa Passiva è specialmente abbagliata dalle celebrità [...].Celebrità che passano dal magico mondo dello spettacolo sono notizie in sé; una singola star cinematografica dalle idee ostinate avrà maggior peso di diplomatici, scrittori, studiosi, e scienziati. Potenti politicanti sono un’altra razza di celebrità, allevati e rispettati dalla Stampa Passiva […] la Stampa Passiva detesta toccare il potere: non esige domande aggressive alle conferenze stampa, o imbarazzanti articoli di controllo. Ma principalmente la Stampa passiva crede che il suo lavoro coincida con la divulgazione dei fatti. [ …] Questi fatti possono non essere veri, e nessuno nell’organizzazione delle notizie può saperlo, ma non è importante; fino ai consumatori di notizie raccogliere abbastanza informazioni da tutte le fonti per decidere cosa gli serve. Informare il pubblico è una cosa, spiegare la verità reale è qualcosa di diverso 

(Elliott 2004).
Forze Boxer a Tianjin
Prima di vedere quale fu l'atteggiamento della stampa sui fatti di Tienanmen facciamo un balzo indietro che ci riporta alla rivolta dei boxers. Il 5 luglio del 1900, New York Times, già allora molto influente, riporta in prima pagina il titolo: “Tutti gli stranieri di Pechino sono morti”. E qualche giorno dopo “Tutti gli stranieri massacrati dopo un’ultima eroica resistenza: hanno sparato prima alle donne”.

Come sempre l’intervento imperialista e preceduto dal cannoneggiamento dei giornali e in agosto arriva a Pechino la prima forza multinazionale composta da otto nazioni tra cui l’Italia. “Fu una sorpresa per i soldati scoprire che, contrariamente a quanto scriveva il NYT, “solamente” settanta delle centinaia di stranieri rifugiatisi nelle ambasciate erano morti. Rileggendo questa vicenda oggi, non si può non pensare alle analogie con i fatti recenti che hanno visto i netizen cinesi contrapporsi ai media occidentali, ad esempio quando, nella primavera del 2008, diversi siti web e quotidiani europei e statunitensi ripresero delle foto di poliziotti nepalesi che reprimevano delle manifestazioni tibetane a Kathmandu e le fecero passare come testimonianze dirette della repressione cinese in Tibet” (Franceschini 2010).

Come vedremo molti si sono letteralmente inventati i fatti a proposito degli avvenimenti di Piazza Tienanamen proprio come agli inizi del secolo scorso. Un grande giornalista italiano Luigi Barzini, corrispondente che coprì la rivolta dei Boxer al fianco del contingente dei Bersaglieri, seguì la guerra sino-giapponese del 1905 e partecipò alla Pechino-Parigi del 1908, scrivendo al direttore del Corriere della Sera, Albertini durante la rivolta dei Boxer, lamentava che:

Il principe Scipione Borghese (sin.) con il giornalista
Luigi Barzini (des.) al loro arrivo a Berlino,
durante il raid Pechino-Parigi.
Un nugolo di corrispondenti è, come me, piombato qua a cose finite, assolutamente finite. Io credevo che tutto fosse possibile meno che creare degli avvenimenti e invece ecco che i giornali s’ingegnano a dimostrare che mi ero sbagliato in modo imperdonabile. La guerra, finita qui con la presa di Pechino, è continuata per mesi sulle colonne dei giornali. Ogni marcia diventava una battaglia, Boxer di qua, Boxer di là, migliaia di soldati cinesi in giro, resistenze accanite, assalti brillanti etc. E poi notizie assurde, falsità di ogni genere, fantasie romanzesche. Lei mi scriveva Telegrafate avvenimenti [non analisi sulla cultura e sulla realtà cinese] e aveva ragione perbacco; da tutte le parti notizie fioccavano in Europa e io facevo la figura dell’imbecille (Franceschini 2010).
Negli anni Ottanta invece fiorivano gli scoop. Quello più clamoroso è sta la presunta morte di Deng:
Si ripete una situazione analoga a quella del gennaio-febbraio 1982 quando "la fabbrica delle voci", specializzata nel costruire favole all'insegna dell'in­stabilità nella direzione politica del paese, indusse un cele­bre corrispondente del «Times», il defunto David Bonavia, a trasmettere uno scoop inesistente: "Deng è stato estromes­so da un incruento colpo di stato militare", titolarono il quotidiano di Londra e la «Far Eastern Economie Review», seguiti dal codazzo di gran parte della stampa inter­nazionale. Era quello il periodo preparatorio del dodicesi­mo congresso del partito che doveva storicamente adottare la Riforma, eleggere a pieno titolo Hu Yaobang segretario generale e approvare il documento di rifiuto del modello di comunismo sovietico. La corrente di tendenza conservatri­ce trovava nello stesso periodo una certa connivenza da parte del Cremlino di Breznev, e costruire la favola di Deng spacciato poteva servire un largo ventaglio di inte­ressi, dalla destra americana ai nazionalisti di Taiwan, da­gli stalinisti di Mosca ai nostalgici del maoismo. [...] Deng ricom­parve a mezzogiorno del 18 febbraio, avendo invitato a co­lazione il principe Sihanouk: «Guardi come mi hanno ri­dotto le pallottole degli attentatori!» - disse passandosi una mano sulle varie parti del corpo e facendo una mezza pi­roetta fra uno scoppio di risate. Non risero il povero David Bonavia, quei corrispondenti e diplomatici stranieri a Pe­chino incapaci di analisi precise e di resistenza alla trappo­la dello scoop (Fiore 1989, pp.162-163)
Come vedremo il ruolo dei media nei fatti di Tienanmen fu assai poco ligio all'imperativo di tenere separate le opinioni dai fatti.

Ma torniamo ai giorni nostri. E’ stato nientemeno che Jay Mathews che era il capo ufficio di Pechino del conservatore Washington Post, ovvero il giornale del caso Watergate a capeggiare l’ondata revisionista su Tienanmen con un articolo scritto per la Columbia Journalism Review dal titolo rivelatore The Myth of Tiananmen and the Price of a Passive Press nel 1998. Mathews accusa i giornalisti occidentali di essere stati scarsamente accurati e di avere creato il mito del massacro di Piazza Tienanmen:
Nel corso degli ultimi dieci anni, molti giornalisti e redattori hanno accettato una mitica versione della calda, sanguinosa notte (del 4 giugno) […] Il problema è questo: fino a che può essere determinato dalle testimonianze disponibili, nessuno morì quella notte in piazza Tienanmen. Poca gente può essere stata uccisa da spari casuali nelle strade vicino alla piazza, ma tutti i resoconti dei testimoni oculari dicono che agli studenti che rimanevano nella piazza all’arrivo delle truppe fu permesso di andarsene pacificamente. Centinaia di gente morì. Per la maggior parte lavoratori e passanti, morirono quella notte, ma in posti differenti e in altre circostanze. La maggior parte delle centinaia di giornalisti stranieri quella notte, incluso me, erano in altre parti della città o furono sgombrati dalla piazza sicché non potevano essere testimoni del capitolo finale della storia degli studenti. Coloro che tentarono di rimanere vicino redassero un drammatico resoconto che, in alcuni casi, rafforzò il mito del massacro studentesco. Per esempio, il corrispondete della CBS Richard Roth racconta di essere stato arrestato e sloggiato dalla piazza e riferisce di “potenti scoppi di armi automatiche, furiosi spari per un minuto e mezzo lunghi come un incubo”. Black e Munro citano un testimone oculare cinese che dice che gli spari dei commando dell’esercito avevano ucciso lo studente che parlava dall’altoparlante in cima al monumento. Il repoter della BBC dai piani alti del Beijing Hotel disse di avere visto soldati sparare agli studenti al centro della piazza. Ma come molti giornalisti che tentarono di vedere l’azione dal relativamente sicuro punto sopraelevato possono attestare, il centro della piazza non è visibile dall’hotel (Mathews 1998).

Che nessuno sia morto a piazza Tienanmen ormai è accertato come un fatto empirico anche se come rileva Mathews l’episodio è sancito nel mito. E’ indubbio che fosse una minoranza a seguire le direttive date dalla “comandante” degli studenti Chai Ling di darsi alla guerriglia urbana. Tant’è vero che tutti i manifestanti abbandonarono piazza Tienanmen nonostante le sollecitazioni contrarie. Ma il mito dice che i morti furono decine di migliaia. Scrive Mathews stigmatizzando il giornalismo passivo: ”Quando un giornalista prudente e ben informato come Tim Russert, capo dell’ufficio di Washington della NBC può cadere preda della più febbricitante versione della favola, le più tristi conseguenze della pigrizia giornalistica diventano chiare“. Russert parla di “decine di migliaia” di morti a Piazza Tienanmen. In realtà ciò che successo è ormai conosciuto. Quando Clinton visitò la piazza nel 1998, sia il Washington Post che il New York Times spiegarono che lì non ci fu nessun morto nel 1989, “ma questa era una breve spiegazione alla fine di lunghi articoli. Dubito che essi abbiano fatto molto per uccidere il mito (Mathews 1998)”. E il mito infatti non è morto. Recentemente Ma Lik, presidente del DAB, il partito pro-Pechino di Hong Kong, ha suscitato un vespaio per le sue dichiarazioni su Tienanmen. Egli ha affermato: “Io non ho mai detto che nessuno fu ucciso, ma che non ci fu un massacro […] Un massacro significa che il Partito Comunista intenzionalmente ha ucciso gente mitragliandoli indiscriminatamente (Ma Lik 2007)”. La stesa levata di scudi quando Ayo Chan Yi-ngok presidente dell'Unione degli Studenti di Hong Kong (in generale piuttosto ostile al governo cinese) ha dichiarato che le manifestazioni si sarebbero concluse pacificamente se gli studenti si fossero comportati in modo razionale (England 2009). Nell’edizione del 2001 della Encyclopedia of the World per esempio, si afferma che le truppe dell’EPL entrarono in Piazza Tiananmen e spararono alla folla che dormiva. Nel 2002, ex-diplomatico Richard Solomon dell’American East Asia and Pacific Affairs disse nel programma dell’MHz Network China Forum, di avere visto sulla CNN i soldati cinesi sparare sugli studenti in Piazza Tiananmen. Queste immagini non sono mai esistite (Jones 2009). La verità è che spesso le immagini non sono interpretate di per se stesse ma attraverso un filtro per cui noi ci vediamo ciò in cui fermamente crediamo. Lo rivela pienamente un altro caso. Gregory Chow, un economista liberale allievo di Friedman, sostiene di avere imputato, durante un colloquio, al segretario del Partito Jiang Zemin di avere ordinato ai carri armati a schiacciare (nel senso letterale del termine) i dimostranti nella Piazza Tienanmen. Davanti alla richiesta di portare le prove Chow confessò di non averle e di avere creduto alla propaganda. Scrive, infatti, Chow:
Io stesso sono stato tratto in inganno dagli annunci delle uccisioni di studenti da parte dei carri armati in Piazza Tienanmen. Un amico di Hong Kong mi consegnò i filmati delle scene di Pechino durante i fatti di Tienanmen. Le aveva registrate durante una trasmissione in TV. Dopo aver visionato i filmati per ore, ero sicuro dell’uccisione degli studenti in Piazza Tienanmen. Successivamente, riferii questa notizia al Presidente Jiang Zemin, in occasione del nostro incontro avvenuto nell’agosto del 1989. Quando il Presidente Jiang mi chiese di fornirgli le prove di quanto sostenevo, tornai a casa per rivedere i filmati. Mi resi conto che l’uccisione degli studenti sulla piazza si poteva evincere solo dagli annunci, ma non ne esisteva conferma alcuna nelle immagini. Molte persone avevano visto alla televisione l’assassinio e l’uccisione di semplici passanti, di studenti e militari lungo Changan Street, dove i cittadini che tentavano di impedire l’accesso a Piazza Tienanmen ai carri armati si erano scontrati con i militari, ma l’uccisione di studenti da parte dei carri armati era fondata solo sugli annunci fatti a voce. Un documentario televisivo della PBS mostrò più tardi che gli studenti erano stati abbastanza furbi da ritirarsi da piazza Tienanmen mentre i carri armati procedevano lentamente per disperdere la folla (Chow 2007, 91-92).
Ma vediamo come questa vicenda è raccontata dagli “specialisti di Diritti Umani” George Black e Robin Munro[1], ambedue schietti critici e il secondo si può dire fortemente prevenuto contro il governo cinese: “Non ci fu nessun massacro in Piazza Tienanmen nella notte del 3 giugno”. L’entrata dell’esercito per liberare la piazza dagli studenti va tenuta separata dagli attacchi dell’esercito dall’entrata in Pechino fino a Tienanmen dopo la proclamazione della legge marzialeCertamente nelle vie di accesso occidentali, tra il Chang'an Boulevard e la Fuxingmen Avenue ci furono centinaia di morti quando l’Esercito Popolare di Liberazione si trovò bloccato l’accesso alla piazza.
Insistere sulla distinzione non è spaccare un capello in quattro. […] Molti della stampa erano nei luoghi dove realmente si moriva nella Pechino occidentale, molte miglia più in là, ed essi hanno riportato vivamente e crudamente ciò che avevano visto. Coloro che tentarono di rimanere nella piazza furono arrestati e non videro l’assalto finale dell’Esercito. Altri erano fermati dai blocchi stradali. Altri ancora lavoravano nei loro hotel per completare i resoconti per i media per zone con diversi fusi orari. Ma la maggior parte dei reporter che rimasero nei pressi della piazza dopo l’una di notte, quando la prima unità dell’esercito arrivò là, abbandonarono in fretta la piazza in preda ad un legittimo timore per la loro incolumità (Black e Munro 1993, 234-236).
Scrive l’ex diplomatico australiano Gregory Clark [2]
I resoconti dei testimoni oculari che dicevano che non c’era stato nessun massacro furono convenzionalmente ignorati. I resoconti della sfacciata propaganda anti-Pechino sono stati accettati incondizionatamente. Fortunatamente oggi noi abbiamo una fonte della cui sobria imparzialità non si può dubitare, cioè i rapporti declassificati dell’Ambasciata USA a Pechino al tempo. La conferma che non ci fu un massacro nella piazza, che quasi tutti gli studenti, che avevano dimostrato per due settimane, avevano lasciato la piazza con calma nelle prime ore del 4 Giugno, e che i reali incidenti furono causati dal panico innescato dalla folla che aveva attaccato le truppe, inizialmente disarmate, dirette alla piazza il 3 di giugno. Nel percorso un ancora non definito numero di soldati, studenti e civili furono uccisi e molti veicoli militari bruciati […] Ma non fu un deliberato massacro di studenti innocenti. Curiosamente, la foto che molti media usano per illustrare il presunto massacro degli studenti mostra una fila di veicoli dell’esercito, con le truppe chiuse dentro, in un lungo viale che chiaramente non è parte della piazza Tienanmen. Difatti, il materiale dell’ambasciata USA parla di truppe che infine entrano nella piazza dopo che qualche studente attacca e uccide un soldato all’entrata[3].(Clark 2004).
Il “pack journalism” è definito dal Merriam-Webster Online Dictionary come giornalismo praticato da reporter in gruppo ed è caratterizzato dall’uniformità della copertura delle notizie e mancanza di pensiero originale e di iniziativa (Pack journalism 2008). Il pack journalism si potrebbe dire produce, vista l’assonanza, “pacchi” sotto ogni punto di vista. Ciò ci induce in una riflessione su come sono presentati i fatti nella stampa occidentale dove prevale il sensazionalismo. Al grande pubblico viene servita una verità ufficiale di comodo che prevale nel mainstream mentre le verità sconvenienti sono appannaggio di poche persone bene informate che se le devono andare a cercare.

Il mito di Tienanmen si configura come una manipolazione mediatica che è un incrocio tra il cormorano della Guerra del Golfo e la strage di Timisoara in Romania. Come si sa il cormorano divenne quasi un simbolo di quella guerra. Un reporter ammise di aver girato altre scene di "cormorani neri" con animali prelevati da uno zoo e imbevuti ad hoc di petrolio. Il massacro di Timisoara, nel dicembre del 1989, fu mostrato in continuazione dalle televisioni, e finì sulle pagine dei maggiori quotidiani. Le notizie parlavano di 4.632 morti. Le immagini delle fosse comuni suscitarono indignazione. La verità venne a galla in seguito. I morti provenivano da un cimitero dei poveri: i corpi apparivano mutilati ma ciò non era dovuto alla tortura bensì all’autopsia. L’evento mediatico sostituì la realtà, l’emozione fu tale che l’evento è tuttora creduto. Non dissimile è il mito di Tienanmen. I giornalisti occidentali hanno fornito resoconti pieni zeppi di parole, ma le prove fotografiche e video a carico sono assai carenti. Ad esempio, il giornalista sino-australiano Wei Ling Chua spiega come la BBC ha prodotto la percezione di un "massacro" nel 1989 attraverso il potere delle parole - senza presentare alcun filmato di persone morte (Chua 2014).
John Miles ritratta sul "massacro di 
Tienanmen"e rilancia su il "massacro 
di Pechino"
Nel frattempo ha preso piede la battaglia del giornalismo di inchiesta contro la stampa passiva e a distanza di 20 anni molti hanno ritrattato. Scrive John Miles che testimoni oculari “avevano detto che migliaia di soldati si erano riversati in piazza, sparando durante la loro avanzata. Decine di migliaia di studenti e lavoratori erano accovacciati al centro della piazza”.' Verso mezzogiorno il 4 giugno, in mezzo a notizie di vittime diffuse, ho scritto in un altro articolo che “molte delle morti sono avvenute in Piazza Tienanmen, non solo da colpi di fucile, ma anche schiacciati dai carri armati, che hanno abbattuto inesorabilmente qualsiasi ostacolo sul loro cammino”.  Relazioni da parte di altri giornalisti stranieri hanno fornito un'immagine simile. “Morte a Tiananmen; testimoni descrivono il devastante assalto”, diceva un titolo del Washington Post il 5 giugno. […] Non c’è stato nessun massacro a Tienanamen… Il governo cinese fu veloce nello sfruttare la debolezza dei nostri reportage (Miles 2009).

Documenti declassificati dai quali si evince che 
l'Ambasciata americana era a conoscenza di 
come si erano svolti effettivamente i fatti 
Miles aggiunge che però c’è stato un massacro di Pechino il che ovviamente cambia molto perché un conto è dire che le truppe hanno infierito contro manifestanti pacifici e disarmati, un altro conto è invece dire che hanno represso una sommossa violenta. Il giorno prima dell’entrata a Pechino di soldati armati, parecchi soldati disarmati furono uccisi. Nessun civile fu ucciso in questo periodo. In poche parole ci fu una battaglia e non un massacro. Clark scrive che basta andare su internet e leggere i rapporti dell’Ambasciata americana a Pechino per rendersi conto che si è trattato di una mini guerra civile scoppiata quando i manifestanti cercarono di fermare i soldati disarmati che volevano sgombrare gli studenti che avevano manifestato in Piazza per settimane (Clark 2006).

Richard Roth, chiamato in causa da Mathews, scrive che da anni gli studiosi - e molti giornalisti –hanno descritto il massacro a Pechino, la 'strage di Pechino' o la 'repressione' in Tiananmen, ma non una 'strage di piazza Tiananmen.'. 'Massacro di Tiananmen' è una frase ancora molto usata, ma tende ad essere utilizzata meno di un tempo. “Le testimonianze oculari, i rapporti declassificati dei governi occidentali, e gli storici sostengono che ci fu un breve periodo di negoziato tra l'esercito e alcuni studenti che ormai erano rimasti in pochi dato che la maggior parte aveva abbandonato prima la piazza. E poco prima che i soldati sparassero raffiche di mitra contro gli altoparlanti gli studenti avevano abbandonato la piazza… Più tardi, essendo chiamato a rapporto in diretta da Dan Rather, io ho cercato di sforzarmi per evitare di usare la parola 'strage'. Ho fatto riferimento ad un 'assalto' e un 'attacco'. Ho riferito quello che ho visto, ho detto che non avevo visto cadaveri. Certo, non ho mai tentato di contraddire un collega in onda, ho semplicemente raccontato la mia storia, perché ho creduto che fosse vera (Roth 2009)”.


Roth descrive la parabola dei "credenti" (come Chai Ling è una cristiana rinata" così potremmo chiamare costoro i "credenti rinati" del massacro). Fallita l'operazione "strage di Tienanmen" si passa all'operazione "strage di Pechino". La strage si compì nelle strade che portano alla piazza. Ma anche in questo caso sono i rapporti già noti dell'ambasciata americana che raccontano una storia ben diversa. Il governo ha mandato truppe disarmate per liberare la piazza. quando queste sono state bloccate e sbeffeggiate ha inviato truppe armate che sono state bloccate a loro volta. i mezzi di trasporto truppe che avevano l'ordine di non sparare sono stati assaliti, incendiati, e corpi dei soldati bruciati e vilipesi. Le vittime sono state pesanti da entrambi i lati. l'unico morto all'ingresso della piazza fu un militare ucciso dagli studenti (Clark 2011).

La BBC ha riportato la notizia di uccisioni di massa di studenti e carri armati che schiacciavano persone che dormivano nelle tende di Piazza Tienanmen (Rimarrebbe qualcuno a dormire in una tenda con blindati, carri armati e soldati armati che vengono verso di loro?) (Heavenly Peace 2002). Questa tesi del “giornalismo passivo” è stata contraddetta dal video documentario della Hinton.

Jay Mathews ripercorre l'inizio del mito. Un giornale di Hong Kong riportava una lunga storia di un presunto studente contestatore. Egli ha affermato che era in piazza, quando le truppe sono arrivate con le mitragliatrici per falciare gli studenti a centinaia. Distribuito in tutto il mondo, l'articolo diventava la prova definitiva che il servizio della BBC sul massacro era veritiero. Ma il presunto studente non è mai stato individuato, e per buoni motivi: l'articolo è stato quasi certamente una operazione di "black information" organizzati dall'intelligence inglese nel corso degli anni.

Gli inglesi hanno iniziato queste operazioni negli anni della guerra fredda con la creazione di un International Research Department nell'ambito del Foreign Office il cui compito era quello di fornire gray and black information di propaganda con l'uso da "fonti non attribuite". Secondo un ricercatore australiano in argomento, Adam Henry, la "propaganda nera" era costituita dal "posizionamento strategico di menzogne ​​e false voci", mentre la "propaganda grigia" era "la produzione di parte, ma non fittizia, di informazioni non attribuibili". Secondo Henry, questo dipartimento ha svolto un ruolo chiave nel contribuire a giustificare o minimizzare un massacro veramente terribile del dopoguerra in Asia, vale a dire l'abbattimento di forse un milione o mezzo milione di comunisti indonesiani nel 1965. Il suo Forum World Features è stato attivo anche nel piazzare articoli apparentemente imparziali che approvano la versione Saigon della guerra del Vietnam. Ironia della sorte, dopo aver coperto vere e proprie stragi di regimi filo-occidentali in Asia, questo organismo sembra essersi distinto nell'inventare un falso massacro da parte del regime cinese (Clark 2011).

Tra le varie descrizioni di pseudo-testimoni oculari “stragisti” ve ne è una di un trotzkista australiano, ma il discorso è così impersonale e privo di dettagli e sembra che in realtà riferisca per sentito dire. D’altra parte perché lui rimase illeso se massacrano chiunque? Gli studenti nelle tende non cercarono di scappare sentendo gli spari e il rumore dei carri armati? Quale era il punto da cui guardava? Egli sostiene che alcuni lavoratori e studenti rimasero sulla piazza e furono massacrati dalle truppe: “C’erano morti e feriti sdraiati nella piazza. Poi arrivarono i blindati e passarono sopra di loro, e li hanno schiacciati. E poi i soldati presero questi bulldozer, e raccolsero tutti i corpi e le tende, e misero in una pila e bruciarono tutti e tutto. Alcuni, sono convinto, erano ancora vivi quando bruciarono, sebbene non abbia prove di ciò naturalmente e queste persone sono ufficialmente classificate come disperse, non morte (Jolly 1989)”.

Questo “testimone” conferma poi che i soldati disarmati avevano cercato di liberare la piazza. Quando alle cinque del mattino le truppe mossero verso la piazza era per la maggior parte disarmate e solo alcuni erano armati. Egli ci informa che alcuni studenti percepivano se stessi come terroristi, volevano assassinare Li Peng e Deng Xiaping e si erano procurati delle armi. La città era zona di battaglia. C’erano camion e blindati bruciati. Gli insorti avevano fatto barricate con bus a cui diedero fuoco. Siccome c’erano molti edifici in costruzione avevano preso mattoni da lanciare contro i soldati e qualcuno aveva anche armi [4]. Dopo il supposto massacro, secondo il trotzkista, la Cina cade sotto la “cortina di bambu”. Il linguaggio riprende l’espressione cult della guerra fredda e del maccartismo.

Nel 1990 il governo cinese ha pubblicato un libro sugli avvenimenti in cui si dice: “Durante l'intera operazione non una sola persona è stata uccisa. Le accuse che 'Piazza Tiananmen è stato immersa in un bagno di sangue' e 'migliaia di persone sono state uccise in piazza sono pure voci di corridoio (Editorial Board 1990)”.  Gli studenti lasciarono la piazza in modo ordinato. Verso le cinque del mattino le truppe hanno liberato il corridoio a sudest della piazza per permettere agli studenti di ritirarsi senza ostacoli, continua la versione ufficiale. I pochi studenti che rifiutarono di evacuare furono forzati a farlo dalla polizia (Chang 2005)”. A vent’anni di distanza tutti ormai ammettono che ciò che diceva il governo di Pechino era vero e ciò che riportavano molti giornali occidentali era falso ed in gran parte completamente inventato.

MacFarquhar, parlando dei colpi esplosi verso gli altoparlanti dai soldati in Piazza, scrive: "Sono state, a quanto pare, queste esplosioni di arma da fuoco, chw sono state visto rimbalzare fuori della parte superiore del monumento. che ha attivato le voci successive, diffuse dai mass media di Hong Kong e altrove che isoldati avessero massacrato a sangue freddo file di studenti seduti tranquillamente alla base del monumento. Wu'er Kaixi. che aveva ha lasciato la piazza poco dopo la mezzanotte, avrebbe poi affermare che 200 studenti sono stati uccisi in questo primo assalto alla mattina". (MacFarquhar 1997, p. 460)

Il New York Times diede il 12 giungo, una versione dei fatti presa dalla stampa di Kong Kong che riferiva voci provenienti da studenti pechinesi, che parlavano del massacro nella piazza. Questa divenne la versione ufficiale. Curiosamente la circostanza fu smentita dal corrispondente del giornale newyokese Kristoff il giorno dopo, ma l’articolo fu sepolto in una pagina interna. La testimonia di Kristoff degli scontri tra cittadini e polizia fuori dalla piazza ebbe un importante premio della stampa ma probabilmente egli lo meritava soprattutto per avere contestato le tesi della stampa passiva, rileva Clark (Clark 2008a). Lo stesso Kristoff ribadirà alcuni mesi dopo sul Sundauy Times: "In base alle mie osservazioni nelle strade, né la versione ufficiale né molte delle versioni straniere sono del tutto corrette. Non c’è stato alcun massacro in piazza Tienanmen, ad esempio, anche se ci sono stati una quantità di uccisioni altrove”(Griswold 2011).

Scrive Kristof:

C'era un testimone un supposto oculare da piazza Tiananmen che purtroppo veniva riportato nel Times, e il momento in cui ho visto il mio cuore sprofondare perché sapevo che tutto era stato inventato. Ero stato proprio lì e non aveva visto le cose in questo "testimone" ha sostenuto, così ho scritto una confutazione. Allo stesso modo, molte persone hanno affermato che molte migliaia di persone erano state massacrate, forse decine di migliaia, e che Tiananmen era inondata dal sangue. Ho scritto un pezzo controverso che stima tra i 400-800 le persone sono state uccise quella notte, e fino a dieci volte più numerosi feriti, e io ho sistematicamente ridimensionato le esagerazioni. La Hong Kong Journalists Association ha approvato una risoluzione di condanna su di me, e al Partito Comunista per un po' è piaciuto ciò che scrivevo. (Kristof 2009).
Sebbene si sappia che nessuno abbia aperto il fuoco sui dimostranti a Tienanmen la stampa e cronisti poco scrupolosi hanno riferito cose del tutto incredibili come in Children of the Dragon a cura della Human Rights in China dove si rifeiriscono voci sui soldati che sparano su ambulanze improvvisate e anche su un’ambulanza vera e continuano a sparare sui feriti a piazza Tienanmen (Chang 2005).

Chai Ling, la sanguinaria, sebbene concordi allo stesso tempo con la versione governativa che gli studenti siano usciti pacificamente dalla piazza, affermò singhiozzando, che i blindati stritolarono gli studenti che erano nelle tende. Cosa negata da tutti gli altri che erano sulla piazza e anche dal filmato di Gordon e Hinton. Il racconto fatto da Wu'er Kaixi è drammatico, "non posso dire in questo momento esattamente quante persone sono state uccise. Ma posso dirvi che il numero di morti in Piazza Tienanmen è almeno di un migliaio. Per quanto riguarda il numero totale di morti durante la sanguinosa repressione, li stimo, senza esagerare, a circa 10.000. Si tratta di una stima moderata (Chang 2005)". Mentre Wuer Kaixi[5], raccontava un sacco di balle dopo essersi messo al sicuro, veniva fuori la versione standard del massacro che poi risultò completamente inventata. Wu'er Kaixi riferiva di “circa duecento studenti abbattuti da un assalto prima dell’alba, ma come fu rivelato dopo, lui per salvarsi si era rifugiato su un furgone parecchie ore prima (Black e Munro 1993, pp. 234-246)”. Ma Albert Chang di Stanford in una analisi sugli avvenimenti afferma: “Anche se testimoni oculari come Chai Ling e Wu'er Kaixi possono avventurarsi in ipotesi sul numero di morti causati dell’incidente di Piazza Tiananmen, le loro stime sono in ultima analisi inaffidabili" (Chang 2005). Occorre però precisare che Wuer Kaixi, non era un testimone oculare, ed era stato allontanato dal “quartier generale” degli studenti sulla piazza.

Scrive Troy Parfitt: "Nel fare ricerche per il mio libro, Perché la Cina non dominerà mai il mondo, ho intervistato la giornalista e autrice di Red China Blues, Jan Wong, chiedendole cosa aveva visto dal balcone della sua stanza presso l'Hotel Beijing. Ha parlato di gente che è stata colpita alla schiena mentre scendeva Changan Jie (4 giugno), e l'uomo del tank, e il rumore degli spari provenienti dalla piazza (3 e 4 giugno), ma non ha fatto menzione di studenti uccisi o di un massacro. Questo pomeriggio, in una intervista alla CBC (Canadian Broadcasting Corporation), la signora Wong ha detto che crede che 3.000 persone siano state uccise in piazza; è arrivata a questo numero annotando il numero degli spari uditi e degli intervalli tra di loro. Incongruamente, forse, ha anche affermato che "guardato tutta la notte come il massacro si è sviluppato" e ha visto i corpi che sono stati rimossi dalla piazza. Che non vi sia alcuna prova che qualcuno sia stato ucciso nella piazza stessa è stato riportato dal New York Times, dal Washington Post, e dal Guardian, ma non è bastato a frenare in un mito ordito da falsi testimoni oculari e perpetuato dai cronisti indolenti (Parfitt 2011).

Secondo Albert Chang ci sono molteplici fattori che in un tipo di avvenimento come quello di Tienanmen contribuiscono all’esagerazione dei dati di fatto in particolare del numero delle vittime e della pretesa brutalità dell’avversario da parte dei manifestanti. Innanzitutto l’esagerazione razionale dei fatti che porta le presunte vittime di fatti traumatizzanti ad esagerare la brutalità dell’avversario sottolineandone l’immoralità. Questo nell’intento di portare sostegno al movimento di protesta e dei suoi ideali. Queste esagerazioni hanno un loro modo specifico di diffusione che sono le “voci di corridio”, i “rumors” che diventano autentiche leggende metropolitane. Viene riportata l’esperienza dell’accademico Su Fubing al tempo studente a Tianjin che sostiene che l’unica fonte di informazioni erano gli altoparlanti messi in piazza e nelle università dai manifestanti. Sebbene Su sostenga di non conoscere una sola persona che sia morta e nemmeno i suoi conoscenti ne conoscono, subito trapelò la voce di decine di migliaia di morti. Le notizie provenivano in modo caotico e senza controlli ed erano tutte a favore del movimento e contro il governo. Dingxin Zhao nel libro The power of Tienanamen sostiene che quando parte l’opinione pubblica si è schierata a favore del movimento e contro il governo si è anche rivolta a canali non ufficiali. La quasi totalità di queste voci si è rivelata infondata oppure frutto di fabbricazioni deliberate che venivano trasmesse indipendentemente dal loro valore di verità. Zhao continua "i partecipanti attivi in un movimento sociale di solito credono a ciò per cui stanno lottando. Pertanto, la fabbricazione di voci non può essere considerata come immorale in se stessa fino a quando i partecipanti ritengono che questo aumenterà le possibilità di ottenere i benefici collettivi per i quali si battono”. Un altro fattore di distorsione prosegue Chang è quello non intenzionale. Quando si chiede a un testimone oculare di stimare il numero dei morti, gli si chiede una missione impossibile. Egli potrà essere testimone di eventi isolati che raramente compongono un quadro complessivo. Se si è assistito ad un vento traumatizzante si tenderà a sopravvalutare il numero dei morti. Queste stime vengono di solito citate come fonti di prima mano in maniera del tutto discutibile. Dingxin Zhao riferisce delle voci esagerate che erano nell’aria subito dopo la repressione del tipo "Oltre ventimila civili sono morti nel massacro." Questo tipo di distorsione dei fatti può essere parzialmente attribuito a esagerazioni non intenzionali derivanti da una reale incertezza (Chang 2005).

Le prime notizie nei media occidentali su soldati che sparano sulla folla sono delle 23.39 (10.39), Le vittime crescono dai 13 (alle 13,30) ai trenta (15.27) (Turmoil 1992, p.144). Alle 15.30 secondo un dispaccio EDT le truppe aprono il fuoco nella piazza, una persona colpita nella schiena, un’altra alla testa. Numerosi i feriti da armi da fuoco e bastonate. Un’ora più tardi la notizia viene ripresa dall’Associated Press che la copia ma viene inclusa anche la storia delle trattative tra i soldati e gli studenti attorno al Monumento degli Eroi. Alle 20.32 (9.30) si cita un medico cinese che stima in 500 i morti (Turmoil 1992, p.144). Il Los Amgeles Times pone le vittime a 100 e forse più. Vi è un falso report che dice che studenti sono stati uccisi vicino alla Dea della democrazia, che viene attribuito ad un reporter americano a cui lo avrebbe riferito un testimone cinese (Turmoil 1992, p.147) .

Alcuni “testimoni oculari” tra cui Chai Ling e uno studente di Qinghua (di cui da notizia il Wenhui Pao Daily di Hong Kong) alludono al rogo dei corpi in Piazza. Uno studente di Beida che scrutava la piazza da un edificio a sud, avrebbe visto le fiamme con un fumo denso e nero, che suggerisce l’utilizzo di benzina. Voci di roghi provengono da varie fonti. Uno studente di Qinghua appollaiato su un albero a sud avrebbe visto i soldati con sacchi di plastica che coprivamo i cadaveri con teli. Ma egli sostiene che non venissero bruciati. Secondo Brook un volantino degli studenti di Beida riferì che i buldozer dell’esercito avevano accatastato i corpi e li avevano bruciati. Già Brook obbietta che la combustione di un corpo impiega parecchie ore soprattutto se poi sono migliaia ci vogliono varie ore di fuoco alto che inevitabilmente lasciano segni pressoché indelebili sulla pavimentazione oltreché un odore molto forte oltre ad alte nubi di fumo. Inoltre le fiamme sarebbero state visibili dall’Hotel Beijng che dista in linea d’aria 800 metri, sulla cui terrazza erano assiepati i corrispondenti della stampa (Chang 2005). Si sa comunque che le tende degli studenti furono accatastate ai limiti della  piazza e poi bruciate dall'esercito. Fiamme alte e persistenti furono invece notate nelle vie di accesso alla piazza dovute ai mezzi corazzati incendiati dai rivoltosi. La CBS il 4 giugno dice che truppe e carri arnati hanno ripreso la piazza e la battaglia è essenzialmente persa con centinaia sono morti. Va in onda inoltre un drammatico audio in cui si sentono gli spari prima che il cellulare di Richard Roth smetta di funzionare e questi venga tenuto prigioniero per qualche ora (Turmoil 1992) 145. Ma lo stesso Roth ricorda: “Ero tenuto prigioniero dalle truppe dell'esercito cinese sul portico a sud della Grande Sala del Popolo quando questa sventagliata di armi da fuoco si è verificata. Potevo sentirla, ma non riuscivo a vedere la piazza. Quaranta minuti più tardi, assieme a Derek Williams siamo stati caricati su un paio di jeep dell'esercito che ha attraverso la piazza, per quasi tutta la sua lunghezza, e nella Città Proibita. C’erano centinaia di soldati in piazza, molti erano seduti a gambe incrociate sul marciapiede, alcuni pulivano i detriti. C’erano alcuni carri armati e mezzi blindati. Ma non abbiamo visto nessun corpo, feriti, ambulanze e personale medico - in breve, niente che suggerisse, e tanto meno dimostrasse, che una 'strage' fosse recentemente avvenuta in questo posto (Roth 2009). Brook riferisce di voci che nel Palazzo della Cultura dei Lavoratori sarebbe stati torturati e poi fucilati duemila studenti mentre un’altra fonte riferisce che gli studenti sarebbero stati sgozzati dai soldati. Naturalmente la cosa è del tutto incredibile. “Una testimonianza ampiamente raccontata (dai media) è quella di un testimone oculare, presumibilmente uno studente della Qinghua University, che parla di studenti sul monumento falciati a bruciapelo da una fila di mitragliatrici alle quattro del mattino. I sopravvissuti erano poi stati inseguiti l’un dopo l’altro attraverso la piazza da carri armati e schiacciati, o bastonati a morte dalla fanteria. Ma era pura invenzione (Black e Munro 1993, 234 - 246)”.

Le esagerazioni sugli studenti morti avevano almeno due ragioni. Le espressioni di oltraggio da parte delle fonti cinesi e la suscettibilità delle fonti giornalistiche che non erano rimaste sulla scena fino alla fine. C’erano una dozzina di occidentali che rimasero fino alla fine sulla piazza ma solo una tra le otto agenzie di notizie monitorate dal Joan Shorenstein Barone Center aveva un reporter (Associated Press) (Turmoil 1992)

Mathews scrive: “Le opinioni e le analisi degli eventi specifici del 4 giugno fatte dagli studenti cinesi all’interno degli Stati Uniti erano esagerate. Fox Butterfield, riporta per il New York Times da Boston, le storie di studenti cinesi che parlavano del massacro al Monumento nel quale mille studenti erano stati uccisi con armi da fuoco e baionette e poi bruciati. Ma le fonti non erano sulla scena degli eventi”. Una questione sono le testimonianze interessate da parte del governo o degli studenti presenti fatte con nome e cognome (che con la sola eccezione di Chai Ling confermano la versione governativa), un’altra cosa sono le testimonianze anonime in gran parte inventate, fatte da gente che non è sul luogo degli eventi, e altra cosa ancora sono le testimonianze personali di giornalisti (Roth, Earnshaw) che ci mettono la faccia.

Questo tragico episodio è l'ennesimo esempio di manipolazione mediatica delle notizie. Le telecamere di mezzo mondo erano presenti a Pechino, e hanno mostrato una manifestazione pacifica che si protrasse per varie settimane. Il governo ha cercato di disperdere la folla con il metodo altrettanto pacifico di persuasione, poi con l'invio delle forze di polizia disarmate. Infine, esasperato, ha mandato l’esercito, ma i manifestanti hanno scelto di istigare la violenza. Nessuno è stato ucciso in piazza Tiananmen, i fori dei proiettili che a detta ai giornalisti avevano crivellato la statua al centro della piazza, sembravano essere improvvisamente scomparsi quando si sono visti gli operai ripulire il giorno successivo.  Nessuno studente fu arrestato nella piazza e nessun tentativo fu fatto per impedirne l’uscita. L’affermazione del governo cinese che l’Esercito è entrato a Pechino per liberare la piazza dai manifestanti dapprima mandando reparti disarmati appare corretta e l’asserzione che il governo intendeva usare unicamente la violenza contro gli studenti fino al loro cedimento non è corretta[6]. Infatti, i dirigenti nonostante l’indubbio discredito portato dall’occupazione protrattasi almeno per tre settimane, al governo nei confronti dei personaggi stranieri che erano in visita a Pechino[7], cercarono di dialogare con gli studenti. Quando infine arrivarono le truppe armate decine di bus e veicoli militari vengono dati alle fiamme e attaccati con bottiglie molotov. L'idea che gli studenti disarmati si erano riuniti per manifestare pacificamente e sono stati immediatamente abbattuti a centinaia dall’EPL è una menzogna. I manifestanti si sono comportati in maniera violenta e per nulla pacifica ben prima che le forze armate sparassero sulla folla. Filmati mostrano chiaramente dimostranti lanciare bottiglie molotov al primo blindato per il trasporto truppe giunto nei pressi di Tienanmen. Ci sono masse di prove video (alcune soppresse dopo una prima proiezione), più articoli che appaiono sui giornali occidentali o di Hong Kong nei primi giorni che dimostrano il comportamento violento della folla. Le truppe, dopo aver subito pesanti perdite e spinte al di là della pazienza, sono state costrette a sparare in aria per aprirsi la strada. Combattimenti corpo a corpo sono scoppiati e si sono diffusioni nelle strade di strade che conducono alla piazza, dove sono state uccise molte persone. Le truppe poco preparate ad affrontare simili sommosse prese dal panico, nota Clark, aprirono il fuoco contro i dimostranti. Durante il contro-attacco, alcuni rivoltosi sono stati uccisi, alcuni passanti sono stati colpiti da pallottole vaganti e alcuni feriti o uccisi dagli stessi rivoltosi armati. Ciò fu il risultato dei disordini e non di un deliberato massacro (Clark 2008a).
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[1] Robin Munro è stato responsabile di Amnesty International ed ora del China Labour Bouletin i cui legami con i movimenti della destra anticomunista come il NED sono palesi. Egli era anche uno dei pochi occidentali presenti in Piazza Tienanmen la notte del 4 giugno.
[2] Clark venne prima minacciato di espulsione e poi formalmente rimproverato dal Ministero degli Esteri cinese ai tempi della Rivoluzione Culturale.
[3] Questo fatto è confermato dal documentario della Hinton
[4] Tra i soldati ci furono 300 morti come tra i dimostranti secondo il governo. Renata Pisu, Lutto proibito  per Tienanmen, 04 giugno 1994.  
[5] Wu'er Kaixi è un uiguro che significativamente non va in esilio nei paesi turcofoni ma a Taiwan. Dove viene eletto deputato per il partito nazionalista (Kuomintang).
[6] The Tiananmen Papers contengono le trascrizioni delle riunioni ad alto livello avvenute tra aprile e giugno e pubblicate dalla rivista vicina alla Cia Public Affairs dove si legge: “Molte indagini hanno stabilito che nell’intero processo di sgombero della piazza, le truppe della legge marziale non hanno ucciso una sola persona e nessuno è mai stato schiacciato da un carro armato (Tiananmen Papers 2002)”.
[7] Quando Mikhail Gorbachev arriva a Pechino per il primo summit Sino-Sovietico dal 1959, il governo deve cancellare i piani di accoglierlo a Tiananmen Square. La sua scorta è bloccata da manifestanti in quasi tutte le strade di Pechino.


Bibliografia

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Turmoil, 1992. Turmoil at Tiananmen. A Study of U:S: Press Coverage of the Beijing Spring of 1989


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