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Non indignari, non admirari, sed intelligeri

Spinoza


Il blog si legge come un testo compiuto sulla Cina. Insomma un libro. Il libro dunque tratterà del "pericolo giallo". Un "giallo" in cui l'assassino non è il maggiordomo ma il liberale. Peggio il maggiordomo liberale. Più precisamente il maggiordomo liberale che è in voi. Uccidetelo!!!Alla fine il vero assassino (a fin di bene) sarete voi. Questo sarà l'unico giallo in cui l'assassino è il lettore. A meno che non abbiate un alibi...ça va sans dire.

martedì 6 marzo 2012

2.1.4: Dalla legge marziale allo scontro finale

2. Ancora una primavera. Tienanmen e dintorni 

2.1 Il mito del massacro di Tienanmen



Non ho dimenticato il vol­to severo di quel "colonnello superiore" che quella sera al­l'ambasciata d'Italia, al pranzo in onore del capo di Stato Maggiore, disse con voce tagliente, in perfetto inglese: «Our patience will not be limitless» (La nostra pazienza non sarà illimitata).
(Fiore 1989, p. 215)

La sera del 19 le truppe dell’Esercito Popolare di Liberazione entrano dalla periferia di Pechino, e la mattina dopo Li Peng e il presidente Yang Shangkun proclamano la legge marziale. Zhao Ziyang che vota contro la legge marziale è costretto a dimettersi. L'atteggiamento di Zhao che si rifiuta anche di partecipare alla riunione congiunta di governo, esercito e Partito è ritenuto una sorta di frazionismo dai dirigenti che fino ad allora lo avevano sostenuto: Deng e Yang Shangkun.

Il 20 maggio entra in vigore la legge marziale nei cinque distretti urbani di Pechino. In città affluiscono venti­due divisioni. "Il 20 maggio Yang Shangkun promulgò il primo di una lunga serie di ordini simili, in cui intimava ai soldati di non rivolgere le armi sui civili inermi anche se provocati" (Tienanmen Papers 2001, p.275). 

Yang Shangkun, si basava sulla falsa supposizione che il solo arrivo delle truppe in città avrebbe ridotto a più miti consigli gli studenti (Tienanmen Papers 2001, p.290). I soldati devono attenersi ai "tre principi della chiarezza": riconoscibilità delle unità, riconoscibilità delle targhe dei veicoli e riconoscibilità dei gradi degli ufficiali e poi:
"... mantenere il controllo assoluto delle armi limitandone il ricorso al minimo. In linea con la nostra missione di proteg­gere la popolazione, dobbiamo essere determinati ma flessibili nell'eseguire questi ordini. Il ricorso all'esercito per imporre la legge marziale è motivo di grandi scontri politici. Il nostro Partito e la patria socialista stanno vivendo ore cruciali. Le truppe non devono esitare o indugiare: devono portare a termine questa storica missione con riso­lutezza. Ma le masse sono plagiate da malintenzionati che vengono a loro volta nascosti da esse. Essendo difficile distinguere gli elementi buoni dagli altri, non è facile riuscire a individuare la verità dalla fal­sità. Strategicamente parlando, dobbiamo attuare il nostro compito di far rispettare la legge marziale e allo stesso tempo proteggere la cittadinanza, impegnandoci a restare il più possibile equilibrati tra le esigenze della missione e della politica. Pertanto, se dovesse capitare che le truppe subiscano percosse o maltrattamenti fino alla morte da parte delle masse oscurantiste, o se dovessero subire l'attacco di ele­menti fuorilegge con spranghe, mattoni o bombe molotov, esse devono mantenere il controllo e difendersi senza usare le armi. I manganelli saranno le loro armi di autodifesa e le truppe non devono aprire il fuoco contro le masse. Le trasgressioni verranno pronta­mente punite. I comandanti di reggimento o di grado superiore si occupino dell'organizzazione di squadre antisommossa armate di manganelli e sfollagente (Tienanmen Papers 2001, pp. 292-93 ).
La direttiva inoltre fa appello allo spirito rivoluzionario e collettivista dell'esercito. 
Il movimento studentesco prende le contromisure diffondendo voci calunniose sui dirigenti del Partito: "Durante i primi due giorni, quando era più dura la minaccia dell'esercito, squadre di propaganda percorrevano le strade di Beijing per invitare la gente a venire fuori e attendere l'esercito a un angolo di strada nelle vicinanze. Per rafforzare l'invito, gli studenti spargevano la voce, probabilmente falsa, che Deng e Li Peng avevano dichiarato che valeva la pena di uccidere 20.000 persone per sopprimere il movimento, se ciò avesse assicurato la pace e l'ordine in Cina per 20 anni" (Niming 1993).
La gente della città affronta l'arrivo dell’esercito popolare disarmato con barricate e con sporadici episodi di violenza. I pneumatici dei camion vengono sgonfiati o tagliati. Scrive Fiore: "Qualche ufficiale tra i più zelanti è venuto a diverbio con i passanti, sono volati insulti e i militari si sono presi anche qualche schiaffo, ma non hanno usato le armi. I primi obiettivi presidiati dalle truppe dopo le residenze di Zhong Nanhai, sono stati il ministero della Radiotelevisione" (Fiore 1989, p. 139). Nemmeno nel nostro Sessantotto si era osato tanto. Un ufficiale intervistato alla televisione dichiara: "Molti di noi sono stati insultati, qualcuno è stato an­che picchiato e noi non abbiamo reagito, perché l'esercito è fatto dai figli del popolo" (Fiore 1989, p. 177) “I soldati hanno ricevuto l'ordine di non sparare sui civili, anche se provocati. Essi sono stati bloccati - senza raggiungere i manifestanti in piazza Tiananmen e incapaci di ritirarsi dalla città - per quasi tre giorni” (Memory S.d.). Secondo i Tienanamen Papers i soldati risposero alle domande dei manifestanti dicendo "che avevano ricevuto disposizioni di ripristinare l'ordine ma di non aprire il fuoco contro i cittadini. In generale, studenti e cittadini sembravano aver legato con soldati e ufficiali" (Tienanmen Papers 2001, p. 306). Il 22 maggio ad una riunione del vertice del Partito il massimo esperto di sicurezza del PCC Qiao Shi afferma: “Allo stato attuale,  dovremo da un lato utilizzare le truppe come deterrente, e dall'altro trovare occasione adatta per liberare la piazza.... Il motivo per cui lo abbiamo procrastinato (fino ad ora) è che noi ... stiamo cercando di evitare spargimenti di sangue."(MacFarquhar 1997, p. 453).
Rivoltosi fermano le truppe disarmate che cercano di ristabilire l'ordine
dopo 50 giorni di caos. In Occidente non è mai successo che manifestanti
occupassero per un così lungo tempo i posti nevralgici del paese.
Ma già cominciano a farsi strada voci infondate e la completa falsificazione dei fatti. Sia l’Associated Press che ABC pubblicano e mettono in onda servizi secondo cui il 20 maggio la polizia ha bastonato i dimostranti in Piazza Tiananmen, circostanza che si rivela falsa. Il corrispondente dell’ABC James Walker riporta in diretta, attraverso un telefono, all’inizio di uno show televisivo “adesso la piazza è un campo di battaglia. La polizia bastona gli studenti, insanguinando i loro volti” (Turmoil 1992). Tra le voci messe in giro in quel periodo anche quella secondo cui Shanghai e dieci province si erano dichiarate indipendenti dal governo. Oppure che eminenti personalità del governo e dello stato si erano opposte alla legge marziale o ancora che centinaia di migliaia d'operai avevano mandato un ultimatum del governo per il ritiro della legge marziale. Si diffondevano dagli altoparlanti i notiziari della "Voice of America", mai come allora ascoltata dagli studenti. Un portavoce parla anche della morte di due scioperanti della fame, notizia che si rivelerà falsa. Nei volantini si parlava sia di scontri tra militari e civili sia di rapporti amichevoli. Inizia l'erezione di barricate all'università e posti di blocco ai principali incroci della città. Il traffico è nel caos. I vigili hanno abbandonato il campo e Fiore rileva che sulla pensilina dei vigili c'erano dei cameramen protetti dagli studenti.

Il caos compromette anche le attività produttive: 

Andiamo a controllare le novità dell'Hotel Shangri-la, dove è arrivato il mio amico Francesco Spinelli, della Prudential-Bache Securities di New York, venuto per una serie di incontri con i dirigenti della Bank of China fissata un mese fa e non disdetta nonostante la legge marziale. Spi­nelli è preoccupato perché si tratta - dice - della missione più infruttuosa di tutta la sua carriera. I telefoni della Ban­ca di Cina non rispondono alle sue chiamate, cosi come quelli della CITIC, la compagnia cinese di investimenti esteri. In più ha avuto la sfortuna di essere alloggiato allo Shangri-la, all'estrema periferia ovest, la parte più agitata di Pechino: da qui al centro ci sono sedici chilometri per percorrere i quali abbiamo impiegato un'ora esatta. E l'ae­roporto, dal quale egli vorrebbe subito partire con qualun­que linea per qualsiasi destinazione, dista 35 chilometri e nessun autista di taxi ha il coraggio di accompagnarcelo. Spinelli si è messo in un bel pasticcio e il fatto che sia venuto a visitarlo rientrando fra poco in città non riesce a calmare le sue apprensioni. Restiamo in contatto, gli dico, e domat­tina vieni con un taxi in ufficio dal quale ti accompagnerò all'aeroporto (Fiore 1989, p. 152).
Nella «Lettera alla cittadinanza di Pechino» del Comando della legge marziale del 21 maggio; pubbli­cata il giorno seguente dal Quotidiano del Popolo, dal Quo­tidiano dell'Esercito di liberazione (Jiefangjun bao) e dal Quotidiano di Pechino (Beijing ribao) si dice è un esercito del popolo a cui è stata affidato il compito di ripristinare l'ordine nella capitale e non si contrappone agli studenti patriottici ma ha incontrato una certa resistenza. Essi "Hanno mantenuto il massimo dell'autocontrollo per la delicatezza della situazione e le masse hanno dimostrato la loro collaborazione in diversi modi. La capitale è attualmente in una situazione caotica, le comunicazioni sono interrotte e alcuni beni cominciano a scarseggiare. Lo stato della sicurezza potrebbe peggiorare e tra la cittadinanza comincia a serpeggiare una certa preoccupazione. I soldati incaricati di imporre la legge marziale devono espletare fino in fondo il loro com­pito, facendo rispettare le direttive del governo. È nostro dovere attuare misure risolute per fermare quell'esigua minoranza di elementi criminali che compiono saccheggi, atti di vandalismo e incendi. Confi­diamo nella comprensione delle masse di studenti patriottici e cittadini comuni, sperando nel loro sostegno e collaborazione" (Tienanmen Papers 2001, p. 307). questa lettera stemperò le tensioni tra soldati e popolazione. 

Le truppe PLA e polizia sono fermate e assediate nel bel mezzo di una strada 
a Pechino la notte del 3 giugno. Come si vede le truppe sono spesso disarmate
Jiang Zemin prertecipa a varie riunioni in cui è in discussione la reazione della popolazione alla legge marziale. Le preoccupazioni riguardano il fatto che il Partito non sia in grado di riprendere in mano la situazione nemmeno con la legge marziale cosa che avrebbe portato il caos nell'intero paese. I segnali provenienti dal centro inoltre sono ambigui e alimentano il clima di incer­tezza si va dal «contenimento» alla "tolleranza» all'«appoggio», fino alla «legge marziale». A Shanghai si vede negativamente il fatto che con la legge marziale si è tagliato ogni canale di dialogo. (Tienanmen Papers 2001, pp. 295-96).

Il 21 maggio in Piazza si vota per dichiarare la vittoria e sgomberare la piazza, ma, i nuovi arrivati ormai determinanti, decidono di continuare lo sciopero. I rappresentanti delle associazioni stu­dentesche autonome si erano riuniti per decidere sul da farsi: il dibattito è stato particolarmente acceso sulla questione se lasciare o meno piazza Tienanmen. Ci sarebbero stati trentadue voti a favore del ritiro, quattordici contro e due astenuti. I rappresentanti degli studenti decidono di abbandonare la piazza. La sera del 20 maggio però in piazza arrivarono molte persone. Nuova riunione presieduta da Wang Dan, e revoca della decisione precedente. A questo punto Wang Dan che gioca un ruolo piuttosto ambiguo, afferma che «gli studenti non si ritireranno mai; ogni scuola deve serrare le fila». (Tienanmen Papers 2001, pp.306-7). Il governo ritira le sue truppe il 22 maggio. A questo punto altri gruppi di studenti, molti dei quali venuti al di fuori da Pechino, occupano la piazza e sfidano l’autorità dei leader dello sciopero della fame. Dopo il 13 maggio gli scioperanti della fame hanno un quartier generale che ormai è autonomo dalla prima coalizione di organizzazioni indipendenti dei campus e dal comitato per coordinare il dialogo con il governo. Molte volte il 14, il 17 e finalmente il 27 maggio gli scioperanti della fame rifiutano le proposte dei leader dei gruppi basati sui campus (inclusi Wang Dan e Wuer Kaixi) di negoziare con il governo e ritornare ai campus (Turmoil 1992, p.138). Cai Jingqing, uno dei leaders, sostiene che il popolo degli scioperanti della fame aveva preso il sopravvento: “La maggior parte erano poco equilibrati, disinformati e molto meno flessibili (di noi) verso il compromesso" (Turmoil 1992, p.138).



La situazione si fa via via sempre più caotica. Compaiono le prime barricate, già il 21 maggio, che sono un'aperta sfida alla legge marziale:

Quando riusciamo a svoltare sul viale che porta alla guest-house di stato, cominciamo a cadere in preda al panico. Anche questo viale è inondato da un fiume di folla ed a ogni crocicchio l'ingorgo è aumentato dai posti di blocco e da quelle che cominciano ad apparire come le pri­me barricate. Le divisioni corazzate sono accampate a po­chi chilometri e il loro arrivo potrebbe essere imminente, perché — se l'operazione si farà — essa verrà verosimilmente compiuta di notte. I posti di blocco, in questa zona, sono formati da autobus messi di traverso, lasciando soltanto un varco per le camionette che trasportano i gruppi verso la piazza. Le sentinelle di guardia fermano le macchine con targa cinese, controllano i documenti, fanno scendere i conducenti ordinando loro di aprire i portabagagli, per­ché temono che le forze dell'ordine mandino camuffati i loro informatori. Una volta accertata la nazionalità della macchina, fanno di tutto per aprirmi il passaggio, che è tuttavia impresa drammatica: le automobili cinesi che mi precedono sono bloccate, la folla spinge da ogni parte e non c'è spazio per la manovra, per una via d'uscita lunga non più di cento metri perché al prossimo bivio la storia si ripeterà (Fiore 1989, pp. 153-154).

Il ritratto di Mao imbrattato
Il 22 maggio tre giovani, subito bloc­cati dalla pattuglia del servizio d'ordine, hanno lanciato un barattolo di vernice inchiostro e uova imbrattando il grande ritratto di Mao, esposto in pubblico a Pe­chino sotto le mura della Città Proibita, sotto la tribuna dalla quale egli proclamò la fondazione della Repubblica Popolare il 1° ottobre 1949. Gli studenti della sorveglianza li hanno consegnati alla polizia. Si tratta della profanazione di un simbolo nazionale.


Il 24 maggio i primi incidenti reali :"Un gruppo di giovani, appostato sul cavalcavia nella strada ferrata che conduce al quartiere del mercato ortofruttico­lo, ha attaccato la colonna con pietre e mattoni. I soldati si sono fermati, restando per un po' al chiuso dietro i ten­doni abbassati, e poi quando la gragnola di sassi è cessa­ta sono scesi a parlamentare. L'equivoco è continuato an­cora per qualche minuto fra spintoni e ingiurie prima che fosse ristabilita la calma. Dodici contusi e due feriti alla testa nel lancio delle pietre: questo è il bilancio della "bat­taglia di Fengtai" (Fiore 1989, pp. 181-182). Da notare che un esercito chiamato per far rispettare la legge marziale viene attaccato con dei feriti si mette a parlamentare con i black block locali. Cose dell'altro mondo, verrebbe da dire.


Il 26 maggio la piazza è semivuota: "La rappresentanza studentesca pechinese è tornata quasi tutta nelle proprie università, meno quelli che sono ancora all'ospedale per i postumi dello sciopero della fame. Le poche decine di mi­gliaia di presenti - e poche decine di migliaia che farebbero massa a New York, Madrid o Roma, a Tien An Men sono proprio poche - sono studenti venuti da altre città e da al­tre università, viaggiando gratis sui treni, per i quali adesso c'è la minaccia del foglio di via obbligatorio [...] La dirigenza degli studenti è stanca, malata e divisa: dei leaders importanti oggi a Tien An Men non c'era nessuno e la direzione del si­stema informativo degli altoparlanti era tutta sulle spalle e nella voce rauca della piccola Chai Ling. E da oggi, circo­lando per la città, si è tornati a rispettare i semafori. Sono ricomparse le macchine con le targhe dei militari che erano sparite da molti giorni. Secondo qualche osservatore non ci sarebbe nemmeno più bisogno di far entrare le truppe" (Fiore 1989, pp. 181-182-212). Secondo quando scrive Minzhu Han, vicino agli studenti, il movimento "appariva essere sprofondato nel suo fondo. Il numero di studenti nella Piazza cominciava a diminuire. Quelli che rimanevano non sembravano avere una chiara leadership: Chai Ling, stanca e demoralizzata dalle difficoltà di tenere il Movimento unito, si dimise. La Piazza era degenerata in una baraccopoli, disseminata di spazzatura e pervasa dal tanfo dei rifiuti e dai traboccanti water portatili... Tienanmen, una volta un magnete che attirava enormi masse, era diventata solo un campeggio incustodito di poco conto per i cittadini, molti dei quali consideravano la battaglia per la democrazia persa (Minzhu Han1990).
Sebbene la Piazza si stia svuotando si assiste alla militarizzazione del movimento che cerca di imporre la propria legge a Pechino:

All'incrocio con la via della stazione ho incontrato un gruppo di giova­ni che stavano innalzando un posto di blocco con le tran­senne metalliche che delimitano le corsie dei ciclisti. Al bi­vio della Dongdan un'altra squadra armeggia con le ban­carelle tirate fuori dal vicino mercato coperto. All'altezza del vecchio Hotel Pechino mi fanno passare dopo aver identificato la targa della macchina. Tien An Men è semivuota, con il solito bivacco di alcu­ne migliaia di studenti in quello che adesso sembra un ac­campamento di naufraghi superstiti di un ammutina­mento avviato all'insuccesso. Il fumo che si alza non è di automezzi incendiati ma dei venditori ambulanti che of­frono brochettes di maiale e montone alla brace. Sul lato est del viale, in direzione di Tientsin, sul cavalcavia del se­condo anello periferico, ho incontrato due posti di blocco fatti con bidoni della nettezza urbana e una barricata eretta con gli autobus messi di traverso. Sono sceso sotto il viadotto dove le squadre che si danno il cambio trovano rifugio per qualche ora di sonno. La scena è identica a quella che ho visto sotto il ponte dell'Osservatorio di Matteo Ricci, una mescolanza da corte dei miracoli, di mercatini liberi e di tanta angoscia. Tale è il panorama di queste allucinanti notti che fanno da fondale all'ultimo atto della tragedia. I moti sono cominciati il 21 aprile e dovrebbero termina­re, secondo l'annuncio del movimento studentesco, dopo­domani 30 maggio: in tutto 40 giorni che non hanno scon­volto il mondo ma che al mondo hanno dato un'impressio­nante immagine della Cina (Fiore 1989, pp. 216-217).

Il 27 maggio, una settimana prima della repressione, la dirigenza ha votato all'unanimità di chiedere agli studenti di ritirarsi dalla piazza e continuare la protesta di nuovo nei loro campus. Tuttavia Chai Ling ha cambiato idea, pubblicamente, e quindi usando la sua posizione di leader eletto dai manifestanti annulla la decisione di lasciare Tiananmen, che porta poi alla sanguinosa repressione. Chai Ling ha concluso che la politica è un mezzo per i leader di indirizzare la storia a proprio modo e, come leader, si stava esercitando nella sua prerogativa di cambiare opinione e il corso della protesta (LaMoshi 2003). Dopo il 27 maggio sono gli stessi giornalisti che temono che la dinamica della radicalizzazione porti ad un violento clima di crisi (Turmoil 1992, 13) 

I primi leader non sono riusciti a convincere tutti gli studenti a lasciare la piazza. Molti studenti di Pechino in effetti hanno lasciato la piazza che era comunque nuovamente riempita da nuovi arrivi. Alcuni studenti hanno cominciato a lamentarsi apertamente della leadership e Mike Chinoy della CNN rileva anche come a partire dalla metà di maggio in poi numeri nella piazza cominciano a declinare rapidamente. Gli studenti si sono semplicemente annoiati e stufati. Egli accenna alla spaventosa situazione igienico-sanitaria come uno dei fattori del drastico declino. I numeri sono rimasti alti solo perché gli studenti provenienti da altre province sono in continuato arrivo (in numeri abbastanza grandi a volte), desiderosi di far parte dell"evento storico". Questi nuovi arrivati ​​non sono quindi desiderosi di vedere la fine dell'occupazione così improvvisamente, e costituiscono una grande forza che sfida l'annuncio Wu'er Kaixi di porre fine all'occupazione. Chai Ling che abbiamo visto inizialmente votare per concludere l'occupazione, diventa il leader dei nuovi arrivati, che si erano radunati per formare la loro fazione di potere (Jones 2009)


Il 27 maggio, la Federazione degli Studenti Universitari provò con una trovata a dare una spinta al movimento - la costruzione di una Statua della Libertà in piazza Tiananmen. Sebbene si sia tentato di dare alla "Dea della Libertà e Democrazia" una natura socialista, in realtà era il simbolo della fascinazione occidentale. Un ex studente della scuola di cui è stata fatta la statua, era presente quando è stata portata in piazza. Tsao Hsingyuan poi ha scritto per il Los Angeles Times che la Federazione ha suggerito che la scultura fosse una replica della Statua della Libertà, come quella più piccola che era stata portata in processione a Shanghai due giorni prima la quale era una copia precisa della statua della libertà di New York. Ma siccome era troppo scopertamente filo-americana si suggerì che non poteva essere la copia di un'opera preesistente perché ciò era contrario ai principi degli artisti creativi.


Egli sostenne che il luogo in Piazza era stato scelto con cura. Questo è il grande asse, importante per il suo simbolismo, che si estende dall'ingresso principale della Città Proibita, con l'enorme ritratto di Mao Zedong, attraverso il monumento agli eroi del popolo, diventato ormai il quartier generale degli studenti. La statua doveva essere posta proprio di fronte al grande ritratto di Mao in modo che fosse lui a confrontarsi con lei. A questo punto c’è stato l’ingesso della la statua e l’arrivo della rock star taiwanese Hou Dejian (che si esibisce in piazza), portando ulteriormente gente dentro la piazza. Un movimento dice sempre qualcosa di sé nei simboli che crea e utilizza. Per molti cinesi quella non era altro che il simbolo di un paese oppressore dei popoli e nemico della Cina. 



In una intervista fatta da Albert Chang all’intellettuale cinese Huang Zhao Yu, “visiting Lecturer” alla Brown University questi conferma che la situazione fosse ormai fuori controllo: “Al di fuori della piazza la gente rubava nei negozi. Venditori ambulanti stavano approfittando della situazione, aumentando i prezzi in modo molto elevato. Le persone razionali sono sempre fortemente influenzate da quelle follemente emotive. I taxi non caricavano più le persone per dimostrare il loro sostegno per il movimento. Tutti i mezzi di trasporto si erano fermati. La gente non poteva andare al lavoro. La gente era preoccupata anche per l’andamento degli affari internazionali (riferendosi alla visita di Gorbaciov)" (Chang 2005).


Il ritratto che Xiaoping Li, che dagli USA coordinò l’invio di fax pro-democrazia in Cina, fa dei manifestanti e soprattutto dei loro leader è davvero sconfortante:
Dopo che il governo aveva fatto una concessione dopo l'altra alle richieste degli studenti, il 27 maggio 1989 una coalizione di leader degli studenti e di lavoratori ed intellettuali sostenitori concordò che gli studenti avrebbero lasciato Piazza Tienanmen il 30 maggio, in modo che potessero, come da lungo sosteneva il leader studentesco Wang Dang, continuare a portare avanti la democrazia delle associazioni di base nelle città universitarie (Xiaoping Li 2008).

E' l'ennesimo voto per l'abbandono della piazza che viene ignorato. Mike Chinoy della CNN pensa che gli studenti siano indisciplinati e disorganizzati, e molti siano attratti nella piazza principalmente dalle voci sugli eccitanti avvenimenti nel cuore della capitale cinese. Egli avverte che si poteva andare incontro ad un bagno di sangue come poi puntualmente avvenne:

Il mondo vedeva gli studenti come brillanti eroi. Il loro accampamento attrae turisti politicamente simpatizzanti e come al solito alcuni personaggi stravaganti. Un giorno un gruppo di ambientalisti occidentali annunciano l'intenzione di portare una nave di Greenpeace a Pechino. Il giorno dopo, ci sono canti dei monaci buddisti. Ma l'ordine e la disciplina sono saltati tra le lotte di potere e la spazzatura puzzolente. I miei sentimenti positivi circa il movimento cominciarono a cambiare. Essi avevano avuto un notevole successo, io sentivo, ma ora i duri continuano ad occupare la piazza, c’è il pericolo di farsi prendere la mano, screditare se stessi, deturpando i propri successi, e rischiare un potenziale bagno di sangue (Jones 2009)

Il Corriere della sera del 1° giugno 1989 riferisce dei “primi segnali di rigetto nei confronti dei giovani occupanti e della loro simbologia politica”, in particolare la "statua della libertà", eretta con materiali di fortuna al centro della piazza. Scrive infatti il corrispondente Renato Ferraro che ormai il popolo di Pechino ha smesso di portare cibo e coperte agli studenti accampati, tanto più che si rincorrono voci di denaro giunto da Hong Kong a sostegno della causa e in parte misteriosamente sparito. Ma la maggiore provocazione è la statua, scrive Ferraro, simbolo dell'America, di un paese straniero, che "irrita non solo il governo ma anche lo spirito nazionalista dei cittadini favorevoli alla democrazia. Questi ultimi osservano che le bravate degli ultrà possono favorire solo i falchi del regime e la repressione"[1]. Fiore ci narra la vicenda della nascita della statua della libertà in versione cinese: 

"Quan­do mi ha spiegato meglio l'iniziativa che allievi e maestri dell'Accademia intendevano realizzare, ho risposto che mi sembrava una sciocchezza. E ho sperato fino all'ulti­mo che i giovani dirigenti del movimento rifiutassero la proposta di questa riproduzione della newyorkese Statua della Libertà da issare sulla piazza Tien An Men. Gli al­lievi della scuola di scultura hanno speso diecimila yuan — quattro milioni di lire - per il materiale acquistato con fondi della colletta popolare a favore del movimento stu­dentesco: gesso, polvere di marmo e materia plastifican­te sono serviti a impastare una copia di "Miss Liberty" destinata a diventare la più famosa mai riprodotta al mondo.[...] L'operazione è terminata all'una e venti, quando avevo già discusso inutilmente e a lungo con 1 giovani sulla futilità del gesto. Portate acqua al muli­no di Li Peng, ho detto a Wuer Kaixi. Provocate i militari (che non aspettano altro. Prestate il fianco a un equivoco che altera il senso della protesta popolare. I giovani mi guardavano con sospetto. Uno ha detto: «E noi la mettia­mo Proprio di fronte al ritratto di Mao!». Poche ore dopo è venuta la risposta. Un fiero comunica­to del Comitato Centrale della federazione comunista di Pechino ha duramente condannato l'iniziativa: «Essi han­no eretto una statua fra il monumento agli Eroi del Popolo e il ritratto del presidente Mao, chiamandola prima statua c ella libertà e poi ribattezzandola statua alla "dea della democrazia", usando la libertà e la democrazia degli Stati Uniti come appoggio spirituale del loro movimento». Il comunicato aggiunge che «Tien An Men, la piazza degli Eroi del Popolo, è stata profanata con un gesto che è un insulto alla dignità nazionale cinese». Reazione prevedibile a una sfida inutile, che prova anche due aspetti molto gravi legati alla stessa natura del gesto quello che i falchi definiscono "inquinamento ideologico" della protesta e quello che a osservatori con la testa sul collo appare come una dimostrazione di scarsa maturità politica di base. Gli studenti possono aver ottenuto una trasmissione in più firmata da Alan Pessin, corrispondente della «Voce dell'America», che in queste settimane si è qualche volta distinto per l'eccessivo entusiasmo a favore del movimento, seguendo una linea di comprensibile simpatia, ma che gli organi cinesi condannano per diffusione di notizie non sempre esatte. Fra i collaboratori della VOA si è presenta­to anche Liu Binyan, lo scrittore giornalista amico perso­nale di Hu Yaobang, editorialista del «Quotidiano del Po­polo», espulso dal partito nel gennaio 1987, residente ora negli Stati Uniti. Si può capire come il polemico Liu Bi­nyan riconosca nella statua della libertà il simbolo della sua battaglia, ma porre lo stesso sigillo sul movimento po­polare cinese può essere operazione non solo pericolosa ma contraria agli interessi concreti del suo popolo. La sfida de­gli studenti al regime ha già assunto dimensioni politica­mente valide, che debbono però essere mantenute nei limi­ti del presente sistema e soprattutto non fornire la scusa fi­nale a un governo di falchi abituati a gestire il potere nella maniera che tutti conoscono (Fiore 1989, pp. 219-220).
Del resto che qualcosa cominci ad andare storto nel sostegno agli studenti lo ammettono anche alcuni di loro: “I cittadini di Tianijn erano in fila sulla strada per mostrare il loro sostegno, ma ho avuto modo di sentire alcuni commenti negativi dalla gente come "più c’è caos, meglio è" "una rivoluzione culturale è in arrivo" , "gli studenti sanno solo come stare in giro". La risposta da parte del governo locale di Tianjin è stata interessante, la polizia non si vedeva da nessuna parte” (Recollection 2009). Il primo giugno, inoltre, si erano svolte delle manifestazio­ni a sostegno del governo e della legge marziale che avevano raccolto migliaia di persone pur non essendo paragonabili con quelle degli studenti. Lo stesso giorno, il Quotidiano del Popolo,riportava c un appello di 40 direttori di imprese statali, che "che ammoniva che il calo della produzione avrebbe colpito sia il mercato nazionale, sia quello per l'esportazione, di importanza vitale per garanti­re quell'afflusso di valuta pregiata necessario a finanziare il processo di ammodernamento industriale. Si reclamava per­tanto, senza ragionamenti troppo sofisticati, la fine del «caos sociale» e il «ritorno alla normalità»" (Pecora 1989, p.21).

Entro la fine del mese è stato stimato che 2/3 degli studenti in piazza, che ora conta circa 20.000 persone, vengano per la maggior parte da fuori Pechino[2]. Altre organizzazioni come i gongzillan sembrava essere più in un processo di consolidamento che di una rapida crescita. La situazione a Pechino è completamente fuori controllo e ormai dalla piazza si invoca il “rovesciamento del governo”. Mentre la capacità di mobilitare la gente del movimento "pro-democrazia" è scesa drasticamente negli ultimi 10 giorni di maggio, il movimento rimanente è diventato più estremista e più organizzato. Oltre alla costruzione della statua, la leadership del movimento -“per gettare un po' di benzina sul fuoco” – inizia uno sciopero della fame di quattro intellettuali. Il più famoso, specie tra i giovani ,era Hou Dejian, un cantante pop di origine taiwanese, poi Liu Xiaobo, futuro premio Nobel, professore alla facoltà di magi­stero di Pechino, Gao Xin, direttore del settimanale Notizie teoriche e membro del partito comunista, e Zhou Duo, un alto dirigente della Stone Corpora­tion, la più grande impresa commerciale privata di Pechino. Sembra che lo sciopero della fame sia stato deciso quando tra il movimento ormai in calo di consensi si diffuse una voce riguardante contro manifestazione del Partito come quelle che si era svolte in periferia ma molto più grande e da svolgere in centro (Pecora 1989, p.24). Secondo Fiore si stava assistendo "alle ultime stanche repliche di uno spettacolo che ha esaurito i suoi motivi di richiamo. Aria di chiusura?" (Fiore 1989, p. 225).


Nonostante il movimento sia in crisi non mancano le dimostrazioni di forza: "Da una porta ad arco si accede al complesso cintato da un alto muro in cui ha sede il ministero della Sicurezza e dell'Ordine Pub­blico. E l'organo equivalente al KGB sovietico, quello che ai tempi della "Banda dei Quattro" era comandato dal diabolico Khang Sheng, conosciuto come "il Beria cinese". Stamattina sono passato in bicicletta davanti all'edificio, dove una folla di alcune centinaia di dimostranti stava ten­tando di forzare l'ingresso, a stento trattenuta da un cordo­ne di agenti. Qualcuno dei dimostranti aveva in mano una robusta canna di bambù, qualche altro urlava insulti agli agenti. Erano i compagni degli operai del "Sindacato Au­tonomo Unito", arrestati nella notte per aver formato un'organizzazione illegale, la stessa alla quale i sindacati di Hong Kong hanno inviato solidarietà e aiuto" (Fiore 1989, p. 240).



A questo punto molti degli osservatori e in testa i corrispondenti stranieri si dicono stupiti del ritardo con cui i dirigenti cinesi passino al contrattacco nel tentativo di mettere ordine: 

Non si capisce il ritardo dei falchi nel passare all'attacco. I discorsi di Li Peng e di Yang Shangkun durante il mee­ting del 19 maggio che adottò la legge marziale parlavano di imminente pericolo per le istituzioni dello stato. Il primo ministro aveva ripetutamente denunciato lo stato di anar­chia che regna a Pechino. Il presidente Yang Shangkun aveva detto di accettare la proposta di Li Peng per la legge marziale, affermando che i militari dovevano compiere il loro sacro dovere di difendere il governo legale della re­pubblica. Il segretario del partito di Pechino, Li Ximing, aveva descritto i disordini in città come la minaccia più grave accaduta nei 40 anni di vita della Cina popolare. Perché allora da tredici giorni lasciano continuare il caos? La ragione non può essere trovata nel fenomeno cinese del­la tolleranza umanitaria. La verità è che il vertice non è ancora completamente unito sulle direttive da seguire. Se so­no false le voci che dividono i militari in buoni e cattivi, è però vero che il ministro della Difesa, Qin Jiwei, considera­to una colomba, vuole impedire un bagno di sangue, evi­tando ogni ombra di colpo di stato militare, sinceramente convinto che l'Esercito è un'istituzione popolare e che con­tro il popolo non dev'essere impiegato.
I falchi sanno dei sinistri episodi accaduti la notte scorsa e stamattina in alcuni punti della città, di attacchi ad automez­zi militari e di tafferugli contro unità dislocate alla periferia. Una pattuglia in camionetta, all'incrocio del viale della Giustizia con Qien Men, è stata bloccata da una piccola folla inferocita che ha circondato i soldati detenendoli per un paio d'ore. Insultati e picchiati, i militari non hanno reagito e sono stati liberati quando un gruppo di studenti dalla vicina Tien An Men è accorso a sedare il tumulto. Sul viadotto dell'Osser­vatorio di Matteo Ricci, dove staziona in permanenza una squadra della polizia armata, un altro gruppo di scalmanati stava per gettare giù dal ponte un agente e solo l'arrivo di una macchina dei vigili lo ha salvato.
Che cosa aspettano, dunque, a intervenire?
Qualcosa di strano, o di inconfessabile, sta accadendo nel Palazzo. L'esitazione potrebbe essere motivata soltanto dalla noti­zia, ovviamente non confermata, che Deng Xiaoping è sta­to colpito da un infarto ed è ricoverato in gravi condizioni all'ospedale. La notizia è stata diffusa all'estero dalle agen­zie e ripresa stamattina dalla «Voce dell'America». Sol­tanto la scomparsa del Grande Vecchio lascerebbe il verti­ce senza una guida sicura, costituendo, in questo momen­to, una disgrazia nella disgrazia. Ho cercato di saperne di più, recandomi nel tardo pomeriggio al grande ricevimen­to offerto per la festa del 2 giugno dall'ambasciatore Solerà nei giardini dell'ambasciata d'Italia. Anche questo ricevi­mento è una conferma della "normalità nell'anormalità"(Fiore 1989, pp. 246-247).
[1] “La statua della Democrazia l'avevamo copiata da quella americana” riferisce inequivocabilmente Li Lu portavoce del movimento di Tienanmen intervistato da “l’Unità” al meeting di CL a Rimini dove gli studenti “rivoluzionari” sono stati frequenti ospiti più che dei loro adulatori di sinistra e aggiungeva: “Dopo la sconfitta del fascismo, ora all'ordine del giorno c'è il problema delle dittature comuniste, che sono una tragedia per l'umanità” (Cammino continuo 1989).
[2] Sembra che circa 200.000 studenti provenienti da fuori Pechino si diressero verso la capitale nel momento di maggior mobilitazione.

Bibliografia

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