Benvenuti

Non indignari, non admirari, sed intelligeri

Spinoza


Il blog si legge come un testo compiuto sulla Cina. Insomma un libro. Il libro dunque tratterà del "pericolo giallo". Un "giallo" in cui l'assassino non è il maggiordomo ma il liberale. Peggio il maggiordomo liberale. Più precisamente il maggiordomo liberale che è in voi. Uccidetelo!!!Alla fine il vero assassino (a fin di bene) sarete voi. Questo sarà l'unico giallo in cui l'assassino è il lettore. A meno che non abbiate un alibi...ça va sans dire.

mercoledì 14 marzo 2012

2.2.1: Cosa è successo in URSS?

2. Ancora una primavera. Tienanmen e dintorni 
2.2 Dopo Tienanmen



Ciò che in Cina portò ad un radicale cambiamento nei confronti dell’Occidente fu l’osservazione di ciò che USA e Occidente stavano facendo all’URSS. Una grande potenza concorrente ridotta in brandelli e osservarono ciò che avveniva a Mosca e le promesse non mantenute dell’Occidente:


Quello che vide fu al tempo stesso terribile e scontato: terribile perché la distruzione dell’URSS venne attuata – secondo i cinesi – rapidamente e senza dare in cambio nulla; scontato perché quello che si vide confermò un antico principio della politica estera cinese: il disordine interno (neiluan) provoca calamità esterne (waihuan,): senza uno stato forte all’interno le frontiere sono indifendibili. La lezione che i cinesi trassero dalla vicenda dell’URSS e di come riuscì a scomparire in meno di due anni spostò indietro l’orologio delle relazioni internazionali di almeno venti anni. Interrogati, molti cinesi risposero che non fu la Cina a cambiare, ma l’Occidente a gettare la maschera: nelle vicende dell’URSS i cinesi compresero cosa volesse dire, per l’America, l’espressione «diritti umani» (Cammelli 2008).
Occorre capire ciò che avvenne nella Russia smembrata. Assieme alla perdita dei mercati dell’Est Europa uno dei fattori principali del collasso dell’economia russa fu l’arretramento da un’economia di 280 milioni di persone a una di 150 milioni, sotto la guida del Fondo Monetario Internazionale la Russia divenne esportatore di materie prime ed energia i cui prezzi sui manufatti erano in caduta da più di cento anni, portando l’economia al crollo e a un vicolo cieco (Lessons 1996).

Secondo le Nazioni Unite il rapido passaggio dal sistema pianificato al libero mercato comportò “un elevato, drammatico, costo umano”. Tra il 1990 e il 2002 il PIL procapite dei paesi dell’Est Europa è diminuito del 10% mentre tra i paesi dello stesso livello economico è aumentato del 40% ad eccezione di Polonia e Slovenia. In Polonia però dall'inizio del 1989 alla metà del 1992, secondo le statistiche della Banca Mondiale e del F.M.I., la produzione industriale sarebbe calata del 45%, i prezzi saliti di 40 volte ed i salari reali quasi dimezzati. Il PIL procapite dei paesi dell’Europa orientale diventa inferiore di un quarto rispetto all’America latina. Nell’ex URSS nei primi anni ’90 il PIL scende del 33%. All’inizio del 1992 Gaidat preannuncia un calo del 20% ma il momento peggiore deve ancora venire. L’industria leggera diminuisce del 15.30% nei solo primi diciannove giorni di gennaio. Contemporaneamente la distribuzione della carne, dei cereali e del latte calò più di un terzo. Solo tra il ’93 e il ’96 la Russia registra un calo del 47%. Una grande potenza industriale è stata annientata. “Il PIL della Russia (144 milioni di abitanti) è inferiore a quello dei Paesi Bassi (16 milioni di abitanti). L’ex Unione Sovietica è regredita di un secolo. Ai tempi della Rivoluzione socialista, nel 1917, il PIL rappresentava il 10% quello degli USA. Nel 1989, considerando che intanto l’Unione Sovietica era stata grandemente danneggiata nella II Guerra Mondiale, toccava il 45% degli USA. Oggi meno del 7% (Vandepitte 2005)”.

L’utilizzo dell’energia e delle materie prime per l’export, con la crescita dei prezzi a livello mondiale sono sottratte all’uso interno. Il prezzo del combustibile aumenta di tre volte più che i prezzi dell’industria alimentare e otto volte più di quella leggera. Questo è il fattore chiave del crollo senza pari dell’industria manifatturiera russa. La crescita del prezzo dell’energia e degli altri prezzi industriali e la conseguente caduta dello standard di vita porta al crollo dell’85% dell’industria leggera dal 1990 al 1995 assieme ad una catastrofica crisi dell’agricoltura russa che porta nel 1995 al peggiore raccolto degli ultimi 20 anni. La politica dei prezzi favorisce energia e metalli, i settori che a livello globale seguono un forte declino dei prezzi e richiedono maggiori livelli d'investimento per unità di prodotto, rispetto alle spese della produzione di consumo e dell’agricoltura (Lessons 1996).

La Russia diviene sotto gli auspici del FMI una delle piazze meno attrattive per gli investimenti stranieri. Ciò portò a una situazione umiliante di un governo diventato il fantoccio del FMI le cui condizioni per ulteriori prestiti erano la continuazione del corso economico che aveva prodotto la situazione precedente.

Yevgeny Bazhanov direttore dell’Istituto di Studi Internazionali Contemporanei di Mosca sostiene che “i funzionari russi della vecchia generazione diranno che il sistema politico cinese è eccellente “. L’opinione comune in Russia è che le riforme degli anni ’90 abbiano portato a risultati principalmente negativi e che la leadership cinese avesse ragione a non seguire i passi di Gorbaciov alla fine degli anni ’80 (Babich 2006). Del resto Gorbaciov e Eltsin risultano i due leader russi più impopolari del Novecento.

Igor Rumyantsev rettore del Land Improvement Institute di Mosca ricorda che quando visitò la Cina alla fine degli anni ’80 molti ammiravano la democratizzazione dell’URSS sotto Gorbaciov. Si ritiene che le stesse dimostrazioni di piazza Tiananmen fossero ispirate alla perestroika de leader sovietico. Rolf Berthold, ultimo ambasciatore della RDT che ha vissuto da vicino quegli avvenimenti e che si trovava a Pechino all'epoca dei fatti Tienanmen rileva che: “Fortunatamente, la Cina non ha conosciuto il dramma che ho dovuto vivere nel mio paese (Cannaerts 2004)”, L’acuta crisi economica nel 1990-91 e il collasso dell’URSS hanno contribuito non poco al raffreddamento dell’entusiasmo dei cinesi per i quali “l’Unità della madrepatria è uno dei punti centrali del loro sentimento nazionale (Babich 2006)”. Il crollo dell’URSS fu largamente diretto dagli USA ed ebbe come conseguenza il caos economico, la guerra civile e il precipitoso declino della speranza di vita della popolazione.

Il giornalista inglese Keith Sinclair, infatti, condusse un’inchiesta su Tienanman anni dopo i fatti. La maggior parte dei cinesi appoggiò l’operato del governo per proteggere lo sviluppo economico e la stabilità sociale. La decisione di reprimere la rivolta era approvata perché, questa era la ragione portata dagli intervistati, per colpa di pochi non si può mandare a gambe all’aria ciò che è stato costruito dalla maggioranza. Molto presente secondo Sinclair il timore di finire come l’Unione Sovietica (Sinclair 2001). Già come finì in Unione Sovietica? In Russia il livello di vita calò del 50% solo nel 1992. Lontano dalla società dei consumi tanto agognata i beni di consumo collassarono più velocemente delle altre parti dell’economia. L’Unicef riporta che alla fine del 1995 il 34% della popolazione cade sotto il livello minimo di sussistenza per gli uomini tra i 20-39 anni in Russia, Ucraina e Stati Baltici, mentre la mortalità crescente dovuta a malattie cardiache, digestive e infezioni ha assunto dimensioni spaventose “senza equivalenti in grandezza in tempi di pace (Lessons 1996)”. Un decimo degli abitanti è sottoalimentato, In Russia; la tubercolosi si sta nuovamente espandendo come nel terzo mondo; i casi di sifilide sono aumentati di 40 volte dal ‘90 al ’98.

Secondo un recente studio della rivista medica Lancet ci furono nell’est un milione di morti. Gli analisti dell’Università di Oxford hanno riscontrato una aumento del 12,8 per cento della mortalità negli anni ’90 soprattutto tra i maschi in età lavorativa legato al parallelo aumento della disoccupazione (+ 56%) per effetto delle terapie neoliberiste. I particolare Russia, Kazakhstan, Lituania, Lettonia ed Estonia un aumenti della disoccupazione pari al 300 per cento (Dakli 2009). Queste cose erano ben conosciute già allora. Si dice infatti in un testo coevo: “ Nel 1993 il tasso di mortalità in Russia era sceso sotto il livello dei paesi a basso reddito. Il tasso di mortalità ora (1995 NdT) si posiziona al pari di paesi quali il Bangladesh, Nigeria, Sudan e il Togo, una atroce testimonianza dei terribili risultati del processo di riforma”. In effetti nei primi sei anni di terapia shock il numero dei morti ha superato il numero delle nascite (Lessons 1996)”. La speranza di vita dei maschi russi è scesa drammaticamente da 63 a 57 anni dal ’92 al ’94. In Ucraina è diminuita da 65 a 62 anni. In Polonia il numero dei suicidi è aumentato del 25% ma in alcuni paesi dell’ex URSS è raddoppiato. Dal 1992 il numero degli alcoolizzati è raddoppiato. I delitti in Bulgaria sono quadruplicati rispetto all’89; triplicati in Ungheria e nell’ex Cecoslovacchia. In Polonia la mortalità è cresciuta del 60%, in altri paesi fino al 250%. 150 milioni di abitanti dell’ex Unione Sovietica (come dire gli abitanti di Francia, Gran Bretagna, Paesi Bassi e scandinavi riuniti) vivono in povertà all’inizio degli anni ’90 e vivono con meno di quattro dollari al giorno mentre coloro che vivono con meno di un dollaro è aumentato di venti volte. In Bulgaria, Romania, Russia, Kazakistan, Kirghisistan, Ucraina, Turkmenistan, Uzbekistan e Moldavia il numero di poveri è salito dal 50 al 90% della popolazione. 

Secondo un recente studio dell’Unicef, un bambino su tre dei paesi dell’Est oggi vive in povertà; un milione e mezzo vive in orfanotrofi, in Russia un bambino su sette soffre di carenze alimentari croniche e la malnutrizione diveniva frequente tra gli allievi delle scuole primarie. In Russia il numero di bambini abbandonati è decuplicato, a fronte della forte diminuzione delle nascite. A Bucarest, capitale della Romania, centinaia di minori vivono in strada, 100 mila sono in stato di abbandono. E in questa situazione l’accoglienza dell’infanzia è stata smantellata. per la prima volta dopo mezzo secolo, riappare l’analfabetismo. In Russia su 100 gravidanze ci sono 60 aborti. In conseguenza 6 milioni di donne sono sterili. Per molte donne è stata una vera catastrofe; molte, che speravano in un lavoro e una vita migliore, sono cadute nella rete della criminalità organizzata; ogni anno mezzo milione di donne della regione sono letteralmente ‘esportate’ nell’Europa occidentale (Dakli 2009) (Vandepitte 2005). Addirittura le Nazioni Unite stimano che, nei primi 5 anni dopo il crollo dei regimi socialisti, i morti dovuti a nuove affezioni (facilmente curabili) e a morti violente nelle numerose guerre civili sia stati due milioni (Vandepitte 2005).

Molti pensano che si stesse meglio sotto il comunismo 

Sono sempre le Nazioni Unite a dire “Prima degli anni ‘90 i servizi sociali nei paesi dell’Europa centrale e orientale e dei paesi della Cei erano notevolmente buoni. Il lavoro a tempo continuato era garantito per la vita. Anche se il salario era basso era stabile e sicuro. Molti beni di consumo e servizi di base erano sussidiari e la fornitura era regolare. Erano sufficienti alimentazione, vestiario e sussistenza. L’accesso all’istruzione e alla sanità era gratuito. La pensione era assicurata e le persone potevano usufruire di molte altre forme di protezione sociale. […] oggi non sono garantite una normale educazione, una vita sana e un’alimentazione sufficiente. Il tasso di mortalità aumenta, nuove epidemie potenzialmente distruttive minacciano la sopravvivenza e vi è un crescente stato di allarme (Vandepitte 2005)”.

Mentre in Cina aumentavano i livelli di vita in Russia aumentavano i livelli di morte. Molti economisti occidentali si sono applicati allo studio delle morti per le carestie durante la collettivizzazione in URSS e in Cina. In particolare le cifre diventano stratosferiche quando viene introdotto in questi “morti” i bambini mai nati. Ossia si sa che nei periodi di crisi come guerre e carestie e turbolenze varie, la donne evitano gravidanze indesiderate. Questi bambini mai nati vengono puntualmente contati tra le vittime delle carestie. Molti hanno notato come gli stessi economisti o demografi siano restii ad applicare gli stessi metodi quando si parla di economie capitaliste. In Russia se facciamo il confronto tra il 1994 e il 1990 la mortalità tra le persone adulte escludendo bambini e anziani è cresciuta dal 48,8 al 84,1 per mille, è cresciuta la mortalità infantile e il tasso di natalità è calato sotto il tasso di mortalità. Come ricorda Utsa Patnaik: “Ma nessuno di questi eminenti economisti, esperti e altri che ci avevano assordato con le loro stime ‘dei morti per fame’ durante la collettivizzazione sovietica e cinese hanno cercato di applicare lo stesso metodo ai dati della Russia attuale (Patnaik 1999)”. 

In Ucraina gli effetti furono peggiori del cosiddetto Holodomor, il preteso sterminio per fame inventato ad Harward. Il primo gennaio del 1987 la popolazione dell’Ucraina era di 50.994.000 abitanti. Nel 1991 era diventata più di 52 millioni. Per semplicità ipotizzeremo che la popolazione aumentasse “naturalmente” di un milione ogni quattro anni. Al primo gennaio del 2003 doveva essere come minimo 56 milioni. Le statistiche ufficiali dicevano che la popolazione era di 48 milioni. Ebbene di questi 7 milioni erano emigrati all’estero in cerca di lavoro. Insomma la popolazione residente era di 41 milioni. Si pensa che di questo passo entro il 2050 la popolazione ucraina si sarà estinta (Pihorovich 2006). In Russia invece era diminuita dal ‘92 al ‘97 di 5,7 milioni, nonostante l’arrivo di 3,7 milioni di persone dai paesi vicini. Le Nazioni Unite stimano che, se la tendenza non si invertirà, la popolazione degli ex paesi dell’Est entro il 2050 diminuirà del 20%: da 307 a 250 milioni (Vandepitte 2005).



I responsabili di quelle terapie shock che hanno portato ad un milione di morti hanno nomi e cognomi. I consiglieri erano occidentali Jeffrey Sachs o Anders Aslund in primo luogo. I responsabili locali per la Russia, dove il disastro è stato peggiore, sono i vari Boris Eltsin, Egor Gaidar o Anatoly Chubais che hanno applicato “in modo brutale, senza preparazione, senza esperimenti-pilota, senza nessun tipo di paracadute sociale possibile, le privatizzazioni dell'intero sistema produttivo (Dakli 2009)”.

Il crollo dell’economia è totale: le infrastrutture per la produzione, la tecnologia, la scienza, il trasporto del riscaldamento e le fognature furono disintegrate. Il PIL cadde di più dell’80% tra il 1991 e il 1997 (Why China 2005).

Nonostante i danni fatti gli ideologi del nel neoliberismo non demordono. Chomsky rileva come il corrispondente del New York Times dalla Polonia, Stephen Engelberg con un articolo dal tittolo emblematico "I dinosauri dell'industria mettono in pericolo il progresso economico della Polonia" metta in guardaia dal ritorno degli aiuti governativi per soddisfare le esigenze primarie della popolazione.

Il contrasto non potrebbe essere maggiore con ciò che avveniva simultaneamente in Cina dove c’era stato un aumento generale il livello di vita. “In termini procapite, c’è stato un impressionante crescita dei livelli di vita evidenziati dall’aumento di tre volte nella media dei consumi di carne e uova tra il 1978 e il 1991, circa il raddoppio dello spazio abitativo nelle aree rurali nello stesso periodo, e per il fatto che i prodotti di consumo basilari, i televisori erano posseduti in media da una ogni due famiglie rurali e virtualmente da ogni famiglia in città nel 1991”. Nel 1993, l’83% delle famiglie cittadine aveva una lavatrice, e, a Shanghai, il 98% aveva un frigorifero, il 92% la Tv a colori e il 45% il videoregistratore (Bowles e Xiao-yuan Dong 1994). Infatti furono soprattutto le masse contadine da sempre le più povere, che avevano avuto un vero balzo in avanti nel loro livello di vita, ad osteggiare gli studenti di Tienanmen.

L’Economist sentenziò che le performance della Cina in 14 anni hanno portato “a uno dei maggiori miglioramenti del benessere umano in ogni posto e in ogni tempo [….] Nel 1994 l’economia cinese era almeno quattro volte maggiore che nel 1978”. Il risultato è stato una sconvolgente crescita dei livelli di vita. La produzione di grano cresce di un terzo in tre anni, quella di cotone quasi triplicata, la produzione di petrolio più che raddoppiata, la produzione di frutta cresciuta della metà. Il reddito nelle campagne crebbe in modo ancora più spettacolare.- tre volte in otto anni. Tra il 1978 e il 1991 del consumo di grano saliva mediamente del 20%; il consumo di pesce di due volte, il consumo di carne di maiale due volte e mezzo: il consumo di uova di tre volte, il consumo di uova e di pollame di quattro volte (China Survey 1992).

E’ indubbio che se non ci fosse stato un tale aumento del benessere, la Cina avrebbe molto probabilmente seguito le sorti degli altri paesi socialisti. Tra l’altro sotto la “geniale” guida del FMI la produttività russa crollò del 22% nel solo 1992. Un collasso economico senza precedenti in tempo di pace. La Russia vide l’effetto Cina invertito. Mentre la Cina vedeva crescere le proprie esportazioni, la Russia vide i tanti ambiti dollari delle proprie esportazioni crollare da 63 miliardi a 35 miliardi di dollari ridottasi ad esportare petrolio e materie prime come un qualsiasi paese africano (Lessons 1996). Gli investimenti stranieri raggiungevano sempre maggiormente la Cina mentre non raggiungevano la Russia dove al contrario fuggivano all’estero i capitali raccimolati illegalmente dagli oligarchi. 

Nel 2005 in base al PPP vigente allora aveva superato i paesi dell’ex-URSS come reddito procapite[1]. Le repubbliche dell’ex –URSS avevano perso il 57% del PIL, e se avessero invece tenuto il ritmo della Cina il livello di vita sarebbe quattro volte maggiore (China y su socialismo de mercado en primera fase hacia el Socialismo 05 de abril de 2005). Nel 1988 il PIL della Cina era il doppio di quello della Russia e nel 1998 era l’opposto (Jabbour 2008). 
Il crollo dell’URSS e come l’Occidente approfittasse delle altrui debolezze fu letto immediatamente come metafora di cosa sarebbe successo alla Cina. L’aspirazione di generazioni di cinesi che si erano scrollati di dosso il colonialismo per tornare ad essere un paese potente e rispettato lo vedevano riproposto in quanto stava facendo l’Occidente e come si comporto con l’Unione Sovietica che “anticipò a molti ragazzi cinesi cosa sarebbe successo se in Tienanmen avessero vinto. L’URSS apparve come un gigante che aveva creduto con incredibile ingenuità alle offerte occidentali, fino a illudersi che democrazia e trasparenza fossero le strade da percorrere per giungere alla modernità. E ancora: lo smembramento dell’URSS non era ancora terminato e già ne cominciò un secondo: quello della Jugoslavia. “I diritti umani – sosterrà un libretto famosissimo […] sono l’arma dell’Occidente per distruggere i propri avversari. Ascoltare l’Occidente nella questione dei diritti umani è la premessa perché nessuno più al mondo abbia diritti umani (Cammelli 2008)”.

L’infatuazione dell’Occidente nata dagli anni ’80, quando si sottolineava l’arretratezza della Cina nei confronti dell’Occidente, era finita. I giovani cinesi si erano vaccinati contro l’occidentalismo. Cammelli afferma che nei giorni della caduta di Gorbaciov, del pressoché contemporaneo inizio della guerra in Jugoslavia e della Guerra del Golfo forte delusione nei confronti dell’Occidente. “Una delusione verso l’Occidente maturata nel peggiore dei modi: cresciuta nell’infatuazione infranta, nel sogno spezzato, nella prova dell’inganno perpetrato. L’uccisione dell’URSS e poi il suo smembramento – che molti intellettuali cinesi attribuirono all’agire dell’Occidente fu la riprova in Cina che non esisteva alcuna contrapposizione tra libertà e autoritarismo, tra diritti umani e compito morale dello stato. Non esisteva Occidente libero da una parte e stati dittatoriali da riformare dall’altra: nessuno scontro ideologico, nessuna battaglia di principi (Cammelli 2008)”. 
Cammelli giustamente scrive che ciò che videro i cinesi furono le analogie con l’agire delle potenze coloniali. La fine dell’URSS aveva confermato “le analisi del partito: la vocazione all’omicidio delle democrazie occidentali nei confronti delle altre nazioni. Gli USA avevano usato la democrazia e i diritti umani – ecco dove si chiude il cerchio, ecco le accuse all’Europa della Commissione e all’amministrazione americana – per dividere, per spezzare un rivale che ne aveva contrastato con successo il potere”. Per i cinesi non era una novità. Gli occidentali avevano usato la stessa tattica per cercare di assoggettare la Cina nell’epoca coloniale. I diritti umani e la democrazia sono i loro cavalli di Troia, “L’Occidente respinse queste accuse: tra l’azione degli stati coloniali negli anni venti e la fine del comunismo le differenze sono troppe perché si possano fare paragoni. Il fatto è che queste analogie, giuste o sbagliate che siano, le videro i cinesi (Cammelli 2008)”.

Come sostengono alcuni autori l’imperialismo ha puntato alla “disintegrazione di tutti gli stati che non sono di importanza strategica per gli stati più forti”. Ne sono esempi la disintegrazione della Jugoslavia, la secessione della Cecoslovacchia e la “deflagrazione dell’URSS”. Mentre non sono riusciti a finalizzare questo processo nel caso della Cina, che è sopravvissuta grazie al suo sviluppo economico (Vasapollo et al. 2004). I tentativi di smembrare la Cina come si era fatto con l’Unione Sovietica furono continui. Leslie Gelb scriveva il 13 novembre del 1991 sul New York Times circa il piano di separare le zone industriali costiere dal resto del paese. Cita, un rapporto dell’allora Segretario di Stato Howard Baker. Gelb scrive che le provincie del sud e Hong Kong assieme con Taiwan avrebbero domandato l’autodeterminazione (McInerney 1996). Ancora nel 1993 il Giappone aveva previsto la formazione di undici repubbliche sulle ceneri dell Repubblica Popolare e il think thank del Pentagono riunì una task force e la maggioranza dei 13 membri previde la disintegrazione della RPC (Hutton 2007, 105). Scrive Kissinger proprio a proposito delle preoccupazioni cinesi legate ai fatti di Tienanmen.

Per due secoli il problema travolgente della politica interna della Cina è stato il mantenimento dell’unità nazionale. Nella percezione cinese, dalle guerre dell'oppio del 1840, gli stranieri hanno sistematicamente alimentato la divisione della Cina per spogliare il paese. Al mio primo incontro con il Primo Ministro Chou En-Lai, nel mio viaggio segreto in Cina del 1971, ha espresso - con mia grande sorpresa - la sua convinzione che il Giappone, gli Stati Uniti e Unione Sovietica avevano come loro scopo ultimo la divisione della Cina (Kissinger 1989).
Il risultato che ne trassero i cinesi e con essi il Partito era che si dovesse fare l’opposto di quanto gli occidentali desiderassero. Rafforzamento del ruolo dirigente del Partito e del potere centrale contro la disgregazione. In questo senso il dibattito interno sulla tragedia dell’URSS e il suo disgregarsi “confermarono – agli occhi dei cinesi – di quale abbraccio mortale erano capaci gli Stati Uniti e le altre potenze occidentali. Venne individuata una necessità primaria: rinforzare la Cina. Nessuna potenza occidentale, nessuna battaglia sui diritti umani sarebbe mai riuscita a distruggere la Cina se il paese fosse stato più forte e più stabile al suo interno. La parola d’ordine divenne così rinforzare il centro sulle periferie, lo stato sulle amministrazioni locali, il potere del partito su ogni altra forma di rappresentanza (Cammelli 2008)”.

I cinesi hanno ben poco da imparare dalle riforme radicali degli anni ’90 in Russia. Lo dicono gli stessi russi. “La shock therapy Russian-style avrebbe un effetto letale sulla Cina“ dice Elena Pivovarosa dell’Istituto di studi del lontano oriente dell’Accademia delle Scienze della Russia. La diffusa percezione dei russi di quegli anni come di un periodo di disordini e umiliazione nazionale portò piuttosto all'idealizzazione del moderno Partito Comunista Cinese come una forza politica responsabile. “I cinesi avevano ragione su tutto, e noi avremmo dovuto imparare da loro” dice oggi il governatore di Nizhny Novgorod, Valery Shantsev (Babich 2006).
“Io spero che Dio ci dia la stessa stabilità politica di cui godono i cinesi “ dice Leonid Ivashov ex portavoce del Ministero della difesa russo. “ La strategia di portare la Russia all’interno della comunità della nazioni occidentali è fallita, e invece noi dovremmo tentare di fare della Russia una parte del secondo polo globale che si sta formando attorno alla Cina. Ricordiamoci che nell’anno 2019 la Cina può raggiungere economicamente gli Stati Uniti” (Babich 2006) .
Giudizi non dissimili ci sono in altri paesi dell’Est. La maggioranza di Russi, Bielorussi e Ucraini vorrebbe ricostruire l’Unione Sovietica. Il 76% dei tedeschi dell’Est pensa che il socialismo sia “una buona idea, che è stata mal applicata”; solo un terzo si dice soddisfatto del funzionando della democrazia. Secondo un’inchiesta del 1999, il 64% dei rumeni preferiva la vita ai tempi di Ceausescu. Il 67% dei russi ha un’opinione positiva di Lenin; contro il 15% che ha una opinione negativa (Vandepitte 2005). La popolarità di Stalin è forte persino tra i giovani, addirittura ed è considerato assieme ad Alexander Nevskij come uno dei tre personaggi del millennio. Comunque in Cina si usa far vedere ai quadri del Partito ciò che succede quando si distrugge il socialismo. Infatti un film sull’affossamento dell’Unione Sovietica da parte di Eltsin viene proiettato nelle scuole di Partito (Hopeful sign 2006).




[1] La stessa India che negli anni settanta aveva il medesimo PIL procapite della Cina, ora è tre volte più povera.

Bibliografia

Babich, Dmitry. 2006. “A Tale of Two Reforms: Learning from China’s Transformation”. Russia Profile.
Bowles, Paul, and Xiao-yuan Dong. 1994. “Current Successes and Future Challenges in China’s Economic Reform.” New Left Review (I/208) (November).
Cammelli, Stefano. 2008. “Debolezza Della Cina e Problema Tibetano.” Polonews. http://www.polonews.info/articoli/Saggi%20critici/20080505.pdf.
Cannaerts, Annemie. 2004. “Nella Fase Iniziale Del Socialismo”. Resistnze. http://www.resistenze.org/sito/te/po/ci/poci4a19.htm.
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Hutton, Will. 2007. Il Drago Dai Piedi D’argilla. La Cina e l’Occidente Nel XXI Secolo. Fazi editore.
Jabbour, Elias. 2008. “A Defesa Da Humanidade No Modelo Da China.” Avante! http://daliedaqui.blogspot.com/2008/02/defesa-da-humanidade-no-modelo-da-china.html.
Kissinger, Henry. 1989. “The Caricature of Deng as a Tyrant Is Unfair.” Washington Post. http://www.naomiklein.org/shock-doctrine/resources/part4/chapter9/caricature-deng-tyrant-unfair.
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McInerney, Andy. 1996. “Chuna’s Tienanmen Square: History Carifies What Happened in 1989.” Workers World.
Patnaik, Utsa. 1999. “Experimenting with Market Socialism.” Frontline 16 (21): 8–16.
Pihorovich, V. D. 2006. “О Причинах и Последствиях Голода 1932-33 Гг. На Украине.” http://www.rkrp-rpk.ru/index.php?action=articles&func=one&id=141.
Sinclair, Kurt. 2001. Culture Shock! China: A Guide to Customs & Etiquette. London: Graphic Arts Center Publishing Company.
Vandepitte, Marc. 2005. “La Dura Realtà a 15 Anni Dalla Caduta Del Muro. Come è Stata Smantellata l’Europa dell’Est.” Solid Net - Resistenze. http://www.resistenze.org/sito/os/ep/osep5a28.htm.
Vasapollo, L., M. Casadio, J. Petras, and H. Veltmeyer. 2004. Competizione Globale. Jaca Book.
Why China. 2005. “Why China Is Not Capitalist.” Workers Vanguard (85010).


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