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Non indignari, non admirari, sed intelligeri

Spinoza


Il blog si legge come un testo compiuto sulla Cina. Insomma un libro. Il libro dunque tratterà del "pericolo giallo". Un "giallo" in cui l'assassino non è il maggiordomo ma il liberale. Peggio il maggiordomo liberale. Più precisamente il maggiordomo liberale che è in voi. Uccidetelo!!!Alla fine il vero assassino (a fin di bene) sarete voi. Questo sarà l'unico giallo in cui l'assassino è il lettore. A meno che non abbiate un alibi...ça va sans dire.

giovedì 15 marzo 2012

2.2.4: Dalle olimpiadi alle olimpiadi

2. Ancora una primavera. Tienanmen e dintorni 

2.2 Dopo Tienanmen


Il fumo della Guerra Fredda non si è ancora disperso. Gli USA hanno lanciato il segnale di una nuova Guerra Fredda. Tranne gli USA e i loro seguaci, nessuno pensa che questo segnale possa illuminare il futuro del mondo. Il 23 aprile, un altro piano rivolto contro la Cina è stato sconfitto. La “Bozza di risoluzione sulla situazione dei diritti umani in Cina”, lanciata dagli USA e dall’Unione Europea, è abortita. Notizie giunte da Ginevra ancora una volta mostrano che giustizia e verità trionfano sui complotti della politica di potenza. Considerare i diritti umani come uno strumento politico è sempre stato ritenuto conveniente dagli USA: essi continueranno a farlo. Il metodo bigotto e arrogante degli USA potrà soltanto danneggiare i loro stessi interessi. Un buon modo per contrastare gli USA è, primo avvertirli cortesemente, secondo fargli compagnia. Essere silenti e ritirati non è di aiuto alla comprensione e al giudizio degli USA verso le grandi tendenze mondiali. Alla fine, desidero adottare una metafora che amo per concludere le mie parole: sappiamo che un leone è più forte di un domatore, ma anche il domatore lo sa. Il problema è, che un leone non lo sa affatto. Se un leone si risvegliasse, mentre un domatore è ancora immerso nel proprio ruolo, quale sarebbe il risultato ?
(Song Qiang et al. 1996)[1].

Una delle più grandi delusioni subite dai cinesi fu la mancata assegnazione delle Olimpiadi del 2000. "Sono due anni che Pechino si sta preparando alle Olimpiadi con quella frenesia che un tempo non lontano si sfogava soltanto nelle grandi campagne ideologiche di mobilitazione di massa" scriveva Renata Pisu descrivendo il fervore della capitale cinese che così continua:
Ma se Pechino non dovesse essere prescelta? Questa eventualità è stata contemplata, sembra che polizia e esercito siano in stato di allarme, pronti a intervenire la notte del 23 settembre se Pechino sarà bocciata: perché in questo caso, dopo tanta attesa e tante speranze, potrebbe scoppiare una rabbia popolare immensa, tumulti di una folla ingannata ancora una volta da un regime che ha puntato tutte le sue carte per far dimenticare piazza Tienanmen e riguadagnare rispettabilità, su questi giochi olimpici del 2000, l' anno del Drago, un anno emblematico per la Cina e la sua 'grandeur'. Seppellito il comunismo, l'ideologia emergente in Cina è il nazionalismo che lo sport, come è ben noto, infiamma, come è già successo a Pechino il 19 maggio del 1985 quando la nazionale di calcio perse contro quella di Hong Kong e la città visse due giorni di violenza e caos (Pisu 1993).
La Pisu sintetizza brillantemente tutti i luoghi comuni con cui gli ex maoisti guardano alla Cina. il popolo è inevitabilmente strumentalizzati, il nazionalismo e lo sport al posto del comunismo come come armi di distrazione e le masse inevitabilmente strumentalizzate. Le Olimpiadi non furono assegnate a Pechino bensì a Sidney, ossia, secondo i cinesi, alla sperduta periferia dell’impero americano. Non ci furono insurrezioni ma la delusione fu tangibile. "Se ci fosse stata ancora l’URSS molti pensavano essa avrebbe influito decisivamente per l’assegnazione della olimpiadi alla Cina. Ora nel nuovo sistema unipolare seguito al collasso sovietico le macchinazioni americane avevano avuto successo. Infatti erano stati soprattutto gli americani ad opporsi con la solita motivazione dei diritti umani. Probabilmente mai, nella storia recente della Cina, l’orgoglio e la presunzione di centralità cinese era stata umiliata così profondamente” (Cammelli 2008).

La bocciatura della Cina dopo essere entrata nella selezione finale fornì il carburante al risentimento antioccidentale. Finivano in questo modo le illusioni sull’Occidente. Queste erano state la cifra della Cina negli anni ’80. La totale mancanza d’informazioni sull’Occidente derivata dalla chiusura era stata colmata dalle fantasie. L’Europa è continente della cultura, l’America, la terra dell’oro e il Giappone di allora era ancora quello del miracolo economico. Gli ancora pochi stranieri era percepiti come appartenenti ad un altro mondo di confortabile ricchezza mentre i cinesi di Hong Kong e Taiwan “erano visti dai più come i servitori privilegiati di questi ricchi stranieri”(Cheek 2007, pp.81–82). 

Molti cinesi istruiti avevano compreso negli anni '80 che la propaganda dell’epoca maoista sull’Occidente come fonte di ogni male era esagerata ed erano portati anzi a pensare l’opposto di ciò che avevano sempre sentito dire. Questo sebbene molti studenti stranieri che studiavano all’epoca in Cina li mettessero in guardia. Pecora descrive l'atteggiamento dei cinesi durante i giorni di Tienanmen:
Particolarmente amati dagli studenti e dai giovani operai che controllano il traffico, visto che la polizia o solidarizzava con i dimostranti o si eclissava dagli incroci stradali, erano i pochi stranieri che si avventuravano in automobile nel centro. Per chi in Cina ci abitava, era una gioia constatare che il senso di diffidenza verso i forestieri che ha sempre contraddistinto gli abitanti del Paese di Mezzo, ma che aveva già cominciato a sciogliersi come neve al sole grazie alla politica di apertura praticata negli anni più recenti, aveva subito un ulteriore duro colpo grazie alla «ordinanza numero due» di attuazione della legge marziale firmata dal sindaco di Pechino [...] Il modo in cui la gente se li raffigurava, e probabilmente ancora se li immagina nelle campagne meno battute dai viaggiatori d'ol­tremare, era di un tipo allampanato, i capelli fulvi e arruffati, la barba ispida e incolta e facile a manifestazioni esteriori di entusiasmo o di collera. Un po' il contrario, insomma, di quello che sono in media i cinesi di razza Han, ossia il 93% dell'intera popolazione: non longilinei, i capelli nerissimi e lisci, quasi senza barba e restii a manifestare troppo aperta­mente gli stati d'animo interiori. Un misto di timore e di senso di superiorità ha caratterizzato fin dalla notte dei tempi l'ap­proccio dei cinesi verso quelli che, già alcuni secoli prima di Cristo, durante la dinastia degli Zhou orientali, venivano chia­mati «i barbari».(Tienanamen Papers 2001, p 104.)
Questo amore per lo straniero svanì d’un tratto quando parecchi studenti universitari andarono a studiare all’estero e soprattutto in America. Decine di migliaia di studenti cinesi nelle città dell’Occidente opulento tiravano avanti con mezzi scarsi e lavori in nero. “Il sogno occidentale appassì, contribuendo all'ascesa del nazionalismo popolare degli anni Novanta, che trasse la maggiore spinta proprio dal­la classe media, il ceto più in sintonia con le esperienze estere di quegli studenti (Cheek 2007, 81–82)”. Insomma fu proprio nei ceti medi che si elaborò una risposta “all'alterigia americana ed europea in rapporto ai fatti di piaz­za Tiananmen, l'esperienza del razzismo vissuta dagli studenti cinesi in Occidente e la nascente fiducia in se stessa dell'emergente classe media (Cheek 2007, p.82)”.

Un fenomeno analogo è avvenuto tra gli intellettuali che sostenevano il movimento studentesco nel 1989. Il Global Times in un articolo sugli intellettuali che avevano appoggiato il movimento studentesco negli anni 80 intervista Ding Yifan drll’Istituto di Sviluppo Mondiale presso il Consiglio di Stato, che aveva idealisticamente creduto che i modelli occidentali potessero offrire soluzioni a tutti i tipi di problemi. Ma oggi Ding ride quando pensa all'ingenuità del libro che pubblicò negli anni '80 Lo sviluppo della sociologia, un libro sul pensiero occidentale che ha curato due decenni fa. Come insegnante alla fine del 1980, Ding come molti altri aveva provato imbarazzo verso l'arretratezza globale della Cina che attribuiva agli errori dell"ideologia nazionale". Oggi Ding è conosciuto per avere scritto un libro a sostegno del patriottismo cinese: Paradossi dell'egemonia americana. Egli sapeva che il movimento studentesco non avrebbe cambiato la Cina nonostante il clima filoccidentale degli anni '80. Liu Jiangyong, che è professore all’Istituto di Studi Internazionali dell’Università Tsinghua, ritiene che la speranza degli anni '90 fosse che l'Occidente aiutasse la Cina nello sviluppo economico, e che fosse un'età di transizione quando ancora il controverso socialismo di mercato non aveva dato i suoi frutti. Shen Dingli, professore all’Università Fudan ritiene che ancora i benefici economici della nuova politica non si fossero fatti sentire del tutto. Jin Canrong, direttore della Scuola di Studi Internazionali dell’Università Renmin, crede che il socialismo di mercato non fosse ancora finalizzato per cui rimaneva l'incertezza.

Scontri a Seul per il passaggio della torcia olimpica

Zhang Yiwu, professore di letteratura all’Università di Pechino dice che la gente era meno ottimista verso il futuro di quanto non lo sia oggi. Xiao Gongqin, il maggiore portavoce del nazionalismo culturale e professore di storia all’Università Normale di Shanghai, ha scritto nel suo libro Thoughts Differentiation among Modern Chinese Intellectuals and Its Political Influence.che fu la reazione all’estremismo fallimentare della rivoluzione culturale e gli anni '80 furono una sorta di illuminismo intellettuale sun ispirazione dell'Occidente, Molto popolari erano le discussioni sugli "ismi": esistenzialismo, umanitarismo, liberalismo, capitalismo e Marxismo. Per Zhang Yiwu, autore dell'Immagine della Nuova Cina,.negli anni '90 lo sviluppo economico non era più uno slogan ma aveva migliorato davvero il livello di vita. Zhang aveva studiato molti teorici francesi ma il crollo dell'Unione Sovietica e dei paesi dell'Est lo colpì al punto da non considerare più il modello occidentale l'unica strada da percorrere. "Dopo essere entrati nel 21 ° secolo, la Cina ha vissuto cambiamenti drastici ogni anno", ha detto Zhang Liping. Quando ha visitato gli Stati Uniti come visiting scholar alla fine del 1990, fu sorpreso dai numerosi veicoli parcheggiati lungo le strade, salla varietà di frutta e dalla tecnologia avanzata.Ma quando tornò in Cina due anni dopo, fu stupito ancor di più dai rapidi cambiamenti della Cina. Ha trovato la Cina che aveva quasi tutto della vita quotidiana degli Stati Uniti."In passato, il cinese voleva sapere di più sugli Stati Uniti, ma ora gli americani vogliono sapere di più sulla Cina", dice Zhang Liping. "Quando ha visitato gli Stati Uniti ancora nel 2005, ha trovato molti seminari che parlano della crescita della Cina".(Xie Ying and Lin Jiasi 2009).
La cultura di massa da una parte e l’esperienza diretta dell’Occidente dei primi studenti che andavano a studiare all’estero unita all’onnipresente coscienza del crollo dell’URSS determinarono il rafforzamento dell’identità cinese e la diffidenza se non l’astio nei confronti dell’Occidente. La maggior parte dei cinesi ci dice Cammelli non ha mai incontrato uno straniero ma è venuta in contatto tramite la televisione con la cultura di massa occidentale (sit-com hollywoodiane, sceneggiati storici taiwanesi) ecc. Ed è paradossale che questo occidente visto alla televisione non ha fatto altro che rafforzare l’identità nazionale cinese pur tra gente appartenente a strati sociali diversi come cittadini delle opulente città della costa e contadini delle più remote località: “È tuttavia sorprendente che genti così diverse mantengano un'identità comune. Ciò si spiega in parte con il condiviso contrasto tra la propria esperienza e quella occidentale, così come questa viene rappresentata dall'ormai onnipresente televisione. Ironicamente, la comparsa sulla televisione cinese di una moderata varietà di programmi occidentali d'intrattenimento commerciale ha rafforzato l'identità nazionale” (Cammelli 2008).

Boicottare Carrefout!!!
La reazione contro i boicottaggio delle olimpiadi del 2008 è stata durissima da parte del popolo cinese. In molte città cinesi si sono svolti cortei che sollecitavano il boicottaggio dei prodotti francesi in risposta alle manifestazioni di Parigi contro il passaggio dell fiaccola olimpica: “A Pechino i dimostranti hanno cercato addirittura di assaltare un supermercato Carrefour ed hanno assediato una scuola francese e l’ambasciata di Francia. Sono reazioni che sembrano paradossali ai nostri occhi e che la stampa estera spesso legge come gesti manovrati dall’intelligence di Pechino (Pelaggi 2008)”.

Aggressione contro l'atleta paraplegica cinese Jin Jing da parte di un estremista tibetano 
Nella stessa Francia c’è chi ha definito il boicottaggio dei giochi una aggressione insultante e ingiustificata contro il popolo cinese. Il deputato socialista francese (poi del Front de Gauche) Jean-Luc Mélenchon ha detto di sentire puzza di razzismo e di sentire “l’eco dello spregio dei coloni che hanno imposto ai loro tempi, armi alla mano, l’obbligo per i cinesi di fare il commercio dell’oppio” (Mélenchon 2008).

Per la Cina i Giochi Olimpici hanno una valenza politica di grande portata che li riscatta da un secolo di umiliazione e di colonialismo: “Il loro successo non è solo una questione di prestigio nazionale, ma è la dimostrazione che il «Paese di mezzo» è ritornato al centro del mondo. In un colpo solo la leadership cinese vuole lavare l’onta di quello che i cinesi chiamano «Il secolo dell’umiliazione nazionale»”, mostrare al mondo le realizzazioni economiche conseguite nell’ultimo trentennio” in continuità con la tradizione millenaria del paese (Tuor 2008)”.

In Cina le aziende francesi hanno dovuto correre ai ripari. I magazzini Carrefour hanno fatto indossare ai commessi una maglietta con scritte di sostegno ai giochi olimpici. Mentre il paese è dominato da istanze contraddittorie da un lato il violento attacco internazionale e dall’altro l’altrettanta violenta reazione anti-occidentale delle folle cinesi. Cammelli ci dice che “quello che sta avvenendo nelle città cinesi e nelle città europee e americane dove vivono grandi comunità di studenti cinesi è un potente sostegno al governo cinese come non avvenne nemmeno durante i giorni del bombardamento dell’ambasciata di Belgrado”(Cammelli 2008).

Dopo di che è davvero difficile parlare del governo di Pechino come regime debole. Cammelli sfida i sostenitori della teoria della debolezza cinese: “Siano i sostenitori della debolezza della Cina a spiegare da dove giungono le loro informazioni e quali siano le loro fonti. Davanti ai nostri occhi – al rientro dalla Cina – scorrono immagini di decine di manifestazioni dal sapore antico: Boicottare Carrefour, Sostenere Pechino, sostenere i giochi olimpici, Lunga vita alla Cina” (Cammelli 2008).

Anche la banalizzazione degli schieramenti all’interno del PCC con l’attribuzione della facile etichetta di “conservatore” è poco significativa per coloro che si richiamano al patriottismo. Giustamente osserva Cammelli che ciò che viene etichettato in Occidente come neoconservativismo, nazionalismo, destra per le basi programmatiche di difesa dell’unità nazionale presenta in realtà “considerazioni così critiche dal punto di vista sociale che da questa costola del pensiero cinese si tende a fare risalire il formarsi della nuova sinistra sociale cinese (Cammelli 2008)”.

Sta di fatto che l’opinione dell’Occidente su una Cina completamente omologata sui miti occidentali è completamente estranea alla realtà. La Cina in questo senso ha deluso moltissimo l’Occidente. La Cina non ha creato gli slums come in India con grande scorno di missionari cristiani e di una sinistra malintenzionata, non si è sfasciata per la gioia dei sostenitori del Tibet libero, non hanno prevalso gli oligarchi per la felicità degli americani, non è diventata un bordello come Bangkog. La Cina già da tempo si apprestava a dire NO!:
Mentre la stampa occidentale di quegli anni (anni 90 ndt) indugiava in ritratti della Cina tra l’improbabile e il fantasioso (ricerca del denaro e cinismo, ideologia finita e unico valore il portafoglio pieno), mentre le riviste di moda scrutavano con occhio apparentemente saputo l’evolversi della femminilità cinese, il finire della moralità rivoluzionaria e il dilagare di civetteria e cinismo, le notti brave di Pechino e Shanghai… mentre le rubriche televisive si riempivano di piccanti notizie sulle disincantate ragazzine di Pechino e lo spettro ormai vicino di Pechino e Shanghai nuove Bangkok, la Cina stava preparando una svolta ideologica che avrebbe segnato il decennio successivo e le cui conseguenze – lungi dall’essersi manifestate pienamente – sono il grande interrogativo del futuro. Il crollo russo spianò la strada al compattarsi di correnti che già negli anni precedenti avevano acquisito una certa vitalità: la critica all’occidente divenne aggressiva, sembrò talora acquisire caratteri nazionalistici, ospitò al proprio interno un più complesso schieramento sociale che si coagulò intorno alla comune convinzione che l’ingresso della Cina nella modernità non sarebbe avvenuto a rimorchio dell’Occidente e delle sue idee: era giunto il momento per la Cina di dire “No!” (Cammelli 2008).
La sorpresa per chi si era cullato sull’idea del desiderio di omologazione dei cinesi fu totale: “Il sorgere di un nazionalismo così forte, ovvero il palesarsi di una ostilità tanto decisa nei confronti dell’Occidente sia in ambito popolare che in quello accademico, colse di sorpresa molti importanti osservatori: unito alla contemporanea pubblicazione in cinese di importanti contributi internazionali contribuì a tracciare nuovi contorni ideologici e culturali (Cammelli 2008)”.

[1] Citato in (Cammelli 2008).

Bibliografia
Cammelli, Stefano. 2008. “Debolezza Della Cina e Problema Tibetano.” Polonews. http://www.polonews.info/articoli/Saggi%20critici/20080505.pdf.
Cheek, Timothy. 2007. Vivere Le Riforme. La Cina Dal 1989. EDT.
Mélenchon, Jean-Luc. 2008. “Je Ne Suis Pas D’accord Avec Le Boycott Des Jeux De Pekin Et La Propagande Anti Chinoise.” http://www.jean-luc-melenchon.fr/.
Pelaggi, Stefano. 2008. “Cina - I Media Internazionali e Il Caso Tibet.” http://www.geopolitica.info/asia/cina_tibetmedia.htm.
(Pisu 1993) 
Song Qiang, Zhang Zangzang, Qiao Ben, Gu Qingsheng, Tang Zhengyu. 1996. Zhongguo Keyi Shuo Bu. Beijing: Zhonghua gongshang lianhe chubanshe.
Tuor, Alfonso. 2008. “Cina: Il Ritorno Al Centro Del Mondo.” Corriere Del Ticino.
Xie Ying, and Lin Jiasi. 2009. “Evolution of Chinese Intellectuals’ Thought over Two Decades.” Global Times. http://www.globaltimes.cn/special/2009-05/433564_5.html.

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