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Non indignari, non admirari, sed intelligeri

Spinoza


Il blog si legge come un testo compiuto sulla Cina. Insomma un libro. Il libro dunque tratterà del "pericolo giallo". Un "giallo" in cui l'assassino non è il maggiordomo ma il liberale. Peggio il maggiordomo liberale. Più precisamente il maggiordomo liberale che è in voi. Uccidetelo!!!Alla fine il vero assassino (a fin di bene) sarete voi. Questo sarà l'unico giallo in cui l'assassino è il lettore. A meno che non abbiate un alibi...ça va sans dire.

lunedì 28 maggio 2012

5.6: Piano, mercato e controllo macroeconomico

5. La via del socialismo

Questo può sembrare singolare. Comunismo e commercio? Sembrano due cose assolutamente incompatibili, assurde, lontane! Ma se ci si riflette, dal punto di vista economico non sono più lontane l'una dall'altra di quanto lo sia il comunismo dalla piccola economia contadina, dall'agricoltura patriarcale. 
Lenin (Lenin 1921 e pp. 94-96).


L'economia del socialismo di mercato è dualistica fondandosi sulla pianificazione a corto, medio e lungo raggio che ha la valenza di orientamento, ma basandosi anche sulla produzione e l’interscambio di merci. Dunque il mercato è una caratteristica inscindibile del socialismo a questo livello di sviluppo delle forze produttive. Come sottolinea giustamente un economista cubano: “Uno sguardo retrospettivo all’esistenza del socialismo conosciuto renderebbe comprensibile che, al livello delle forze produttive attuali, la società è distante di poter inviare il mercato, insieme al telaio manuale, al museo della storia“ (Díaz 2007).

Secondo l'esperienza del capitalismo e socialismo nel periodo 1920-1980, il mercato ha dimostrato di essere un meccanismo superiore per lo sviluppo delle forze produttive. Il problema della trasformazione da un'economia pianificata a un'economia di mercato nei paesi socialisti si è posto sin dall'inizio. Con la NEP Lenin ha sostenuto che è bene per il socialismo conceda piccole libertà commerciali e libertà limitata ai capitalisti (Umpiérrez 2005 c).  Così in un paese distrutto dalla guerra mondiale prima e poi dalla guerra civile, Lenin ristabilisce il mercato con concessioni alle imprese straniere per ottenere tecnologia, il monopolio del commercio estero per controllare le importazioni e le esportazioni, relazioni intense coi paesi capitalisti per acquisire divisa forte e per acquistare tecnologia. Per Lenin senza tecnologia non c’è socialismo. Per Lenin il socialismo sono i soviet più l’elettrificazione a simboleggiare il potere politico del Partito del proletariato assieme allo sviluppo economico-tecnologico.

L’obiettivo strategico di fare sparire il mercato e il denaro è diventato per i marxisti sognanti e desideranti occidentali un compito immediato del socialismo. Eppure la caduta dei paesi dell’est apparentemente insegna tutt'altro. In URSS non erano rispettate le leggi del valore, dato che i prezzi venivano stabiliti non dal mercato ma dall’autorità centrale. Il valore per il marxismo è la quantità di lavoro socialmente necessario per produrre ricchezza. Per Marx il valore nella sua forma naturale, il valore della quantità di lavoro astratto contenuta in una merce, è carente di forma obiettiva che però acquisisce nel rapporto di scambio della merce nel mercato dove si manifesta sotto forma di denaro (Umpiérrez 2006). Il carattere obiettivo del valore lo decide, in altre parole, il mercato. Spesso l'ignoranza delle forme del valore è il motivo principale per cui molti nella sinistra hanno una concezione piuttosto stravagante del socialismo. Negare la forma mercantile della ricchezza e non permettere che sia il mercato a stabilire i prezzi è stato il principale difetto delle economie socialiste. Deng, infatti, sostiene che la Cina è un paese socialista la cui economia si fonda sulla teoria marxista del valore. Ossia in ultima analisi sul mercato.Tuwa afferma che Marx "Nel Capitale sottolineò che il concetto di valore rimane nella società comunista. Ad ogni modo, non possiamo utilizzare questo elemento di analisi per concludere che nel pensiero marxiano anche l’economia di mercato avrebbe continuato a rimanere valida. Se il concetto di valore rimarrà valido, dobbiamo comunque porci il problema se è possibile una sua sopravvivenza senza l’economia di mercato." (Tuwa 2002)

Scrive il marxista brasiliano Elias Jabbour che dobbiamo smettere di vedere il mercato come un "demone" da combattere, e poi dimenticare questo termine nel suo aspetto economico (in cui l'offerta e la domanda si incontrano) per apprezzarlo come una categoria storica, che ha un inizio e una fine, così come le classi, i metodi di produzione, ecc. Storicizzando la categoria ci rendiamo conto che il mercato - anche se è pienamente realizzato entro i confini del capitalismo ha una lunga storia. Il mercato come categoria storica non è affatto inerente al capitalismo. Da 4.000 anni o forse più il mercato ha dominato il mondo. Con eccellenti risultati per altro. Il mercato esisteva nel sistema antico dominato dalla proprietà schiavistica (almeno in Occidente), nel feudalesimo coi primi vagiti del capitalismo, nella splendida civiltà rinascimentale fino al capitalismo maturo e all’imperialismo. In una società dominata ancora dalla carenza delle merci vige ancora il gioco della domanda e dell'offerta (Jabbour 2005).
La pianificazione è stata considerata il principio base del marxismo e il nucleo stesso del socialismo. L’economia pianificata ha certamente svolto un ruolo centrale nello sviluppo dell’Unione Sovietica e anche nello sviluppo cinese permettendo ad un paese semi coloniale e semi feudale di diventare un sistema economico indipendente e completo. Se si mette l’accento sul piano si dimentica il ruolo di ripartizione delle risorse del mercato. La produzione di articoli di consumo in Russia era insufficiente e inoltre gli approvvigionamenti erano carenti. Su tale carenza in URSS era cresciuta una vera e propria mafia che ai tempi di Eltsin divenne la padrona del paese. Inoltre alcuni beni venivano comprati solo con la tessera: cotone, pane, carne. Certamente il mercato si è rivelato superiore all’economia rigidamente pianificata nello sviluppo delle forze produttive, o diciamo il mercato associato ad una pianificazione flessibile.

Deng dice che:"...l’economia pianificata non è l’equivalente del socialismo poiché vi è pianificazione anche sotto il capitalismo, e l’economia di mercato non è sinonimo di capitalismo in quanto vi è un mercato anche sotto il socialismo. Sia la pianificazione che i mercati sono strumenti economici. La natura fondamentale del socialismo sta nell’emancipazione e nello sviluppo delle forze produttive [...] I titoli e le borse valori sono buoni o cattivi?[...] Può il socialismo farne uso?” (Deng 1994, pp.11-12). Il mercato non è un modo di produzione ma, piuttosto, è una forma di organizzazione economica: "La proporzione della pianificazione delle forze di mercato non è la differenza essenziale tra socialismo e capitalismo...Le forze di pianificazione e di mercato sono entrambi mezzi per controllare l'attività economica."(Deng 1992)

Dall'altra parte dell'emisfero l'economista cubano Vascos Gonzales ribadisce sostanzialmente gli stessi concetti:
La pianificazione e il mercato costituiscono gli elementi propri del contenuto della direzione socialista dell'economia e quindi non si deve respingere nessuno di essi. La pianificazione e il mercato non sono opposte categorie che appartengano, ciascuna di essi separatamente, a diversi regimi socio-economici; non sono categorie economiche necessariamente antagoniste né necessariamente vincolate ad un particolare sistema sociale, ma sono meccanismi economici che possono essere utilizzati nella direzione dell'economia, tanto nel capitalismo come nel socialismo (Vascós 2004). 
I cinesi ritengono che l’economia di mercato sia una tappa obbligata di sviluppo dell’economia socialista. L’economia pianificata non è il socialismo, anche l’economia capitalista può avere un piano, soprattutto nei primi periodi di sviluppo, e spesso nei momenti di crisi ha subito un ampio intervento dello stato come nel New Deal rooseveltiano. L’economia di mercato non è il capitalismo. Il piano e il mercato sono mezzi di regolazione economica indispensabili nella tappa dello sviluppo dell’economia mercantile basata sulla grande produzione e la socializzazione.  L'economia di mercato socialista evita l'instabilità macro-economica del capitalismo, mentre sfrutta l'efficienza micro-economica del mercato.

In un modo di produzione capitalistico ad esempio il possesso da parte dello Stato di parte dei mezzi di produzione è una forma di proprietà capitalistica ma diversamente in uno stato socialista diventa una forma di proprietà socialista e quindi una tappa del passaggio al modo di produzione socialista. Ciò che conta è il modo di produzione o meglio il passaggio tra i modi di produzione. C'entra il modo di produzione e non tanto l'egualitarismo. Un modo di produzione può essere più egualitario ma meno avanzato di uno meno egualitario[1]. Come già ricordava Jabbour mercato e pianificazione sono costruzioni storiche e non determinano il modo di produzione.

L’esistenza della produzione mercantile nel periodo di transizione dal capitalismo al socialismo riflette la pluralità delle tipologie economiche, persino di quelle socialiste tra loro e al loro interno e regola, nel periodo in cui il socialismo domina solo in alcuni paesi, i rapporti tra i paesi socialisti e il resto del mondo. Lenin ha spiegato che nel periodo di transizione esistono vari tipi di economia che producono differenze sociali che si possono riflettere anche in differenti classi sociali. Esistono inoltre differenti relazioni di proprietà tra le classi sociali. I vari rapporti di proprietà di queste classi sociali con i mezzi di produzione si riflettono in un rapporto diverso dei processi di produzione, distribuzione, consumo e scambio. Scrive, infatti, Lenin:
La dittatura del proletariato in Russia, in confronto ai paesi avanzati, deve inevitabilmente distinguersi per certe sue particolarità, in conseguenza del carattere molto arretrato e piccolo-borghese del nostro paese. Ma le forze fondamentali – e le forme fondamentali dell'economia sociale – sono in Russia le stesse che in qualsiasi altro paese capitalistico, cosicché queste particolarità possono riferirsi soltanto a ciò che non è essenziale. Queste forme fondamentali dell'economia sociale sono: il capitalismo, la piccola produzione mercantile, il comunismo. Queste forze essenziali sono la borghesia, la piccola borghesia (specialmente i contadini), il proletariato. Teoricamente è fuori di dubbio che tra il capitalismo e il comunismo vi è un determinato periodo di transizione. Esso non può non racchiudere in sé i tratti o le particolarità di ambedue queste forme di economia sociale (Lenin 1919 b).
Indubbiamente l'esperienza sovietica è stata il più radicale tentativo di trasformazione socialista finora messo in campo a livello mondiale. Tuttavia questa esperienza insegna, come ricorda Stalin, che pur all'interno di un’economia rigidamente pianificata sussistono elementi mercantili, dunque non si può parlare di contrapposizione assoluta tra piano e mercato:
L'economia di mercato e l'economia pianificata sono generalmente concepite come due economie diametralmente opposte, tra le quali ci sono transizioni, come se ciascuna di esse non abbia assolutamente nulla a che fare con l'altra. Ma questo non è vero. In tutte le economie pianificate si è fatto uso dei rapporti monetari di mercato. Anche concependo che lo Stato, come ente pianificatore supremo, fosse l'unico acquirente e unico fornitore, si vedrebbe obbligato a stabilire l'interscambio di merci con le imprese di proprietà collettiva. Sarebbe costretto anche a fissare i prezzi di prodotti e servizi, come sarebbe egualmente obbligato a stabilire un tasso di interesse. Così le determinazioni commerciali fanno parte di economia pianificata. Pertanto, è provato che l'economia di mercato e l'economia pianificata non sono estremi di una contraddizione in opposizione assoluta, ma tra loro ci sono elementi di transizione (Umpiérrez 2005).
Dopo il 1949 in Cina ci si è riferiti al modello sovietico e in quel contesto ha anche giocato un ruolo positivo nella situazione di allora. In ogni caso si sbaglia quando si pensa che tutto in Cina fosse pianificato. Molti economisti tra i quali “Sachs e Woo ammettono che l’eredità maoista del decentramento è stata di aiuto. I cinesi governavano solo 1.200 beni di consumo, contro i 25 milioni dei piani sovietici. I cinesi a posteriori, si ritrovarono con un carico nettamente inferiore di problemi da districare." (Hutton 2007 p. 86).
Il calcolo razionale di milioni di prodotti è pressoché impossibile. I prodotti hanno a loro volta decine di componenti separati che li compongono per non parlare delle varietà del prodotto, i vari optional e via dicendo. Un piano più è dettagliato più è irrazionale non potendo prevedere la dinamica dell'offerta e della domanda. Quindi uno strumento il cui scopo sarebbe quello di razionalizzare l'economia si trasforma in quanto di più irrazionale si possa immaginare. Scrive Schweickart: "La produzione coinvolge le entrate e come le uscite, e poiché le entrate in una singola impresa sono le uscite di tante altre, quantità e qualità di queste entrate devono essere pianificate. Ma dal momento che le entrate non possono essere determinate fino a che non figurino le tecnologie, anche le tecnologie devono essere specificate. Per avere un piano massimamente coerente, tutte queste determinazioni devono essere effettuate dal centro, ma tali calcoli, interdipendenti come sono, sono troppo complicati anche per le nostre più sofisticate tecnologie informatiche. Star Wars, in confronto, è un gioco da ragazzi "(in Ollman 1998, p. 12).

Il sistema cinese rimaneva comunque ancora troppo centralizzato e pianificato e la ripartizione eccessivamente egualitaria ha mostrato seri limiti in un contesto più complesso, impedendo il pieno sviluppo delle forze produttive portando ad una scarsa innovazione tecnologica, rallentando di conseguenza il miglioramento delle condizioni di vita. Inoltre la pianificazione comportava l'estensione del 'mercato grigio' delle risorse tipico dell'economia pianificata a profitto dei manager aziendali o funzionari pubblici quando non addirittura di loschi figuri. I profitti illeciti irritavano la gente comune.

Lo stato socialista dovrebbe elaborare un piano scientifico unificato per tuta l'economia nazionale. Ma questo non può comunque comprendere tutto, dato che ci sono milioni di prodotti che diventano decine di milioni con le loro varianti. Umpierrez fa l'esempio dell'hardware con la quantità di viti e la loro varietà. In Cina ad esempio solo un centinaio di prodotti è sottoposto alla commissione statale per la pianificazione. Ma questi prodotti rappresentano più della metà del PIL. Dei prodotti contemplati dal piano la Commissione può calcolarne con una certa precisione solo alcune decine. Per il resto sono stime. E inoltre i calcoli di precisione non coprono tutte le varietà e specificità. Umpierrez conclude: “uno, il piano raggiunge solo un numero limitato di prodotti; due, tra i prodotti che nel piano sono calcolati accuratamente, la precisione non raggiunge il livello di specifiche e varianti; tre, per i prodotti rimanenti sono previsti solo calcoli di prova; quattro, più dettagliato e completo è il piano, più si generano ulteriori squilibri tra domanda e offerta“ (Umpiérrez 2005). 

Umberto Calamita pur all’interno di un articolo teso a dimostrare la natura capitalista della Cina sostiene che la pianificazione centralizzata, pur con tutte le modifiche e le limitazioni apportate che l'hanno trasformata in un piano d'insieme invece che particolareggiato, è rimasta a lungo uno degli elementi determinanti della politica del governo cinese post riforma. "La pianificazione centralizzata dal PCC ha così proposto uno sviluppo – con costi sociali ed economici diluiti in molti anni – teso alla creazione di città intermedie, dislocate anche e soprattutto nelle regioni occidentali e lungo le nuove arterie in costruzione. Queste piccole città dovrebbero ospitare gli espulsi dal ciclo lavorativo agricolo (ancora oggi ben il 60% della popolazione cinese vive nelle campagne), che dovrebbero trovare nuovo impiego soprattutto nel settore dei servizi, in piena espansione. È qui l’occasione di sviluppo e di investimento per i capitali, pubblici e privati." (Calamita b).

Vi sono in questo campo esempi molto importanti di intervento pianificato. La strategia è quella di utilizzare il know-how dovuto agli investimenti stranieri per poi non dipendere più dall’esterno per sviluppare le proprie tecnologie. Nel campo delle biotecnologie vengono investiti 8 milioni di dollari alla metà degli anni ’90 che diventano 48 milioni nel 1999 per poi quadruplicare nel 2005. Ciò è molto importante in quanto uno dei problemi maggiori è il miglioramento della resa agricola, data la scarsità di terreno fertile per potere soddisfare un numero maggiore di popolazione con costi abbordabili. Il cotone transgenico ha consentito di passare dal 1997 al 200 da 2.000 ettari coltivati a 700 mila incrementando anche l’export e riducendo i costi di produzione del 28%. Lo sviluppo della Cina si basa poi in gran parte sullo sviluppo pianificato delle infrastrutture da parte dello stato. Gli investimenti centralizzati in infrastrutture come gasdotti tra l’interno e la regione costiera, canali, dighe nell’area del fiume Yang-tze o ferrovie come la Qinghai-Lahsa, la diga delle tre Gole sono esempi di interventi pianificati.

La Banca mondiale calcola che dal 1978 al 1998 ben i due terzi del 9,4 per cento di crescita annua del PIL cinese siano stati dovuti semplicemente alla sempre maggiore meccanizzazione e disponibilità di infrastrutture. La percentuale di crescita che può essere attribuita a questo fattore è salita dal 63 per cento del primo decennio di riforme al 67 per cento del secondo, e ancora oggi il boom degli investimenti stranieri è un fenomeno relativamente secondario: i 60 miliardi di dollari investiti dall’estero nel 2004 rappresentano non più del 10 per cento del totale (Hutton 2007 p. 84).

La programmazione degli investimenti è fondamentale in Cina: “Il pezzo forte dello sviluppo economico è stata la capacità di mantenere gli investimenti a uno stupefacente livello del 35-40 per cento del PIL per venticinque anni, un tasso che non ha eguali nemmeno in Corea o in Giappone”(Hutton 2007 p. 84). L’economia mondiale ha conosciuto dopo il 1980 una crescita molto lenta all’incirca del 2%, mentre la Cina si è sviluppata a tassi di crescita superiori al 7,5%. La riforma della fine degli anni ’70 con la sua politica di apertura ha liberato le forze produttive che erano compresse durante l’economia pianificata. La Cina ha trovato la formula ideale per un accrescimento continuo formulando piani a medio e lungo termine per mantenere lo sviluppo nella stabilità.

In Cina il mercato fu sottomesso fin dall'epoca imperiale alla politica governativa e a una sorta di pianificazione per proteggere la popolazione da crisi e carestie:
Per quanto riguarda le oscillazioni cicliche dell'economia, il punto di forza dell'azione dei Qing consistette in un grande sviluppo e in un’organizzazione senza precedenti della tradizionale pratica del "granaio sempre pieno". I Qing fecero ricorso ai meccanismi di mercato per garantire all'enorme popolazione in continuo aumento della Cina cibo in quantità non inferiore e forse anche superiore a quella delle precedenti dinastie. Ma sicuramente ottennero risultati superiori nella protezione della popolazione dalle vicissitudini del mercato del grano attraverso un sistema di granai con cui l'amministrazione acquistava e metteva in riserva il grano quando la produzione era abbondante e i prezzi bassi per rivenderlo poi a prezzo politico nei periodi di scarsità quando il prezzo di mercato diventava troppo alto. Era poi compito degli alti funzionari coordinare gli smistamenti fra i vari granai locali in modo da garantire che tutti quanti fossero sempre pronti a intervenire efficacemente per ovviare a eccessive fluttuazioni cicliche nel prezzo del grano (Arrighi 2008 p. 364).
Jabbour si chiede se la capacità del governo cinese di rapido intervento sul territorio non abbia le proprie radici proprio sulla pressione dei contadini sul potere centrale dell'Impero per costruire argini, dighe e sistemi idraulici per contenere catastrofi naturali derivanti l'azione delle piogge monsoniche (Jabbour 2008 b). 
Quando l'economia socialista di mercato viene lanciata ufficialmente, all’inizio degli anni ’90, assume da subito rilievo proprio la stabilità macroeconomica, che abbiamo visto avere le sue radici nell'epoca Qing, assieme al mercato che deve svolgere un ruolo fondamentale nell’allocazione delle risorse e “lo stato perde il ruolo di pianificatore per assumere invece quello di intervento per assicurare la stabilità macroeconomica, e nella quale un mercato efficiente persegua “un’eguaglianza distributiva” e nel quale varie forme di imprese private possano operare in sintonia con la proprietà pubblica di parte delle risorse produttive“ (Bedon 1996).

Si è cercato di limitare il ruolo della pianificazione economica sviluppando e rafforzando la regolazione macroeconomica. La direzione della riforma del sistema di programmazione è di spostarsi dalla gestione diretta a quella indiretta. Lo stato ha abbandonato gradualmente la strategia che si basava su misure amministrative favorendo l’approccio economico e legislativo per indirizzare lo sviluppo. Il sistema di controllo macroeconomico agisce attraverso il controllo indiretto. Modifica i parametri macroeconomici per guidare il comportamento microeconomico realizzando l’obbiettivo della regolazione con l’adozione di mezzi economico-finanziari, legali, amministrativi e attraverso politiche fiscali, tassi d’interesse, quantità di moneta in circolazione, controllo dei prezzi, import-export e investimenti. Si guarda sia alla programmazione che al mercato come mezzi di regolazione economica. I programmi nazionali a medio e lungo termine devono formulare gli obiettivi, la strategia, i principi e le politiche di cinque-dieci anni di sviluppo dell’economia nazionale. Il programma annuale si basa fondamentalmente sulla proiezione di otto indicatori del tasso di crescita economica come obiettivi di macroregolazione: scala di investimento, entrate finanziarie e spesa, rifornimento di valuta, prezzi di mercato, tasso di occupazione, bilancia dei pagamenti internazionale e crescita demografica naturale.

Il soggetto degli investimenti prima della riforma era in maniera predominante il governo ora deve diventarlo l’impresa. Certo sono state abbandonate le imposizioni dall'alto alle aziende, ma questo era ormai diventata un intralcio allo sviluppo. Infatti, una forte pianificazione centralizzata comporta l’esistenza di una burocrazia statale esagerata quanto inefficiente se non addirittura controproducente. Per parlarci chiaro i dipendenti dell’apparato statale pur non essendo in diminuzione oggi sono molto più efficienti. Gli elementi necessari per ogni azienda sono i capitali, le tecniche e la gestione. I progetti di investimento devono essere decisi, indipendentemente, dalle imprese. Il governo deve solo approvare quei progetti che usano le finanze statali e sono di importanza capitale. La finanza statale investirà in beni pubblici e nei servizi, mentre l’investimento di impresa riguarderà le industrie ordinarie in concorrenza tra loro.

Lo stato non è però ridotto ad un centro di informazioni e di prognosi di sviluppo economico lasciando tutto alla regolazione dalla spontanea azione del mercato e l’assoluta indipendenza gestionale (pur nella loro autonomia di gestione) alle società statali. Il fatto che persista una pianificazione di indirizzo e un controllo macroeconomico centrale (che serve come indirizzo allo sviluppo) è un altro elemento che fa pendere la bilancia verso il socialismo piuttosto che verso il liberismo.
Wang Yu, dirigente comunista cinese in un interessante articolo per Political Affairs scrive: “Il settore pubblico dell’economia si è ulteriormente espanso e le riforme delle imprese di stato sono progredite costantemente […]Lo stato continua a sviluppare il suo meccanismo di macro-controllo; il governo sta modificando le sue funzioni (Wang 2004)“.

I cinesi cercano di rendere uniforme lo sviluppo economico senza sobbalzi né pericolosi arretramenti. Dall’inizio della riforma ci sono stati tre importanti interventi di aggiustamento indirizzati alle fluttuazioni economiche. C’è stata ad esempio la correzione su larga scala dal 1984-85 per l’inflazione risultante dagli eccessivi investimenti in assets fissi. La seconda avviene tra il 1990-91. La scarsità di prodotti ha causato fluttuazioni di mercato. La terza volta tra il 1997-98. Nel 1996 la Cina rallenta e nel 1997 l’Asia va incontro ad una crisi finanziaria e problemi dovuti ad un’insufficiente domanda investono l’economia cinese. Il rilascio di bond del tesoro a lungo termine, ha permesso un’attiva politica finanziaria di rilancio dell'economia attraverso il sostegno della domanda delle famiglie, così che la Cina ha mantenuto un rapido, sostenuto e regolare sviluppo. Lo sviluppo del mercato interno assieme ad un vasto programma di investimenti in infrastrutture nei settori dell'energia e dei trasporti, ha permesso di superare la crisi finanziaria asiatica e di combattere la deflazione. In questa come in altre occasioni il potere di controllo sull'economia è stato l'elemento determinante che ha permesso alla Cina di non conoscere la crisi mentre le tigri asiatiche smettevano di ruggire.

A partire dai primi anni del nuovo secolo fino alla crisi finanziaria internazionale del 2008-2009 la macro regolazione economica ha cominciato a prestare più attenzione al surriscaldamento dell’economia e ai rischi finanziari. Il controllo macroeconomico serve anche per regolare lo sviluppo dell’economia in modo da rallentarlo (dato che fino a ieri il problema era quello) e in modo da rendere stabile la crescita senza alti e bassi. Il deficit ha superato i 3000 miliardi durante tre anni consecutivi. Questa è una politica finanziaria moderata tesa a tagliare sul nascere l’inflazione e evitare la deflazione, a contrarre la domanda di investimenti e aumentare i consumi, tagliare i finanziamenti nei settori surriscaldati e sostenere quelli deboli nello sviluppo economico sociale. Si tende a controllare il deficit riducendo i debiti finanziari e l’emissione dei buoni del tesoro. Si controlla l’aumento troppo rapido del credito, evitando così squilibri nella crescita. La ragione principale che provoca il sovra riscaldamento è la scarsa efficacia degli investimenti. Con forti investimenti si mantiene una crescita economica molto elevata che implica un forte consumo, difficile dunque da mantenere per un paese che manca di risorse come la Cina. Si usano mezzi economici e amministrativi per raffreddare i settori sovra-riscaldati ed equilibrarli con gli altri. Dopo il 2003 la produzione manifatturiera è sovra-riscaldata mentre l’agricoltura e servizi sono meno attivi. Nel campo industriale l’approvvigionamento è eccessivo mentre che nei servizi la domanda è insufficiente e sono apparse contraddizioni tra prodotti insufficienti ed eccedentari. L’economia sovra-riscaldata produce un aumento rapido del prezzo delle materie prime sul mercato internazionale. La Cina proprio per il suo boom economico è diventata un consumatore e importatore di materie prime. Il controllo macroeconomico serve a regolare l’eccessivo investimento, chiedendo alle banche commerciali di controllare i crediti concessi nei settori dell'acciaio, cemento, alluminio elettrolitico, i prodotti chimici a base di carbone e nei beni immobili. Si è aumentato di 15 punti il capitale minimo per progetti nei settori del ferro e dell’acciaio, dell’alluminio elettrolitico, dei beni immobili (escluse le abitazioni a basso prezzo e funzionali) stabilendo gli standard di politica industriale basati sulla protezione dell’ambiente. L’innalzamento eccessivo degli investimenti in beni immobili viene ostacolato. Per i progetti di costruzioni che non rispondono alle esigenze della politica industriale del paese non viene accordato il diritto di utilizzare la terra. Dove l’utilizzo della terra ha violato le leggi e i regolamenti si procede al recupero della terre occupate e non utilizzate, reprimere chi viola la legge danneggiando l’ambiente. Questo controllo viene esercitato anche attraverso un’accurata gestione dei crediti e severi processi di verifica e ratifica. I crediti invece sono concessi a progetti che favoriscano l’equilibrio quali l’allargamento dei consumi e l’aumento degli occupati. Inoltre si devono incoraggiare i settori innovativi come le nuove aziende high-tech, chi adottano moderne tecnologie, e sostenendo lo sviluppo del terziario. Si rafforza il grado di sfruttamento e dunque di resa del carbone, dell’elettricità, del petrolio e dei trasporti, si equilibra l’offerta e la domanda di materie prime e si diminuisce la quantità di utilizzazione di elettricità, petrolio e carbone di aziende decotte.

Si adottano misure specifiche per incoraggiare la produzione cerealicola, compresa la sovvenzione diretta alla cultura dei cereali e all’acquisto di sementi di qualità per i contadini, il controllo dei prezzi dei mezzi di produzione agricola, la riduzione o l’esenzione dell’imposta agricola.
In questo modo, cioè attraverso il controllo macroeconomico si è arrestata l’erosione della superficie coltivate per la produzione di cereali durante cinque anni di seguito. L'economia cinese non ha risentito negativamente del controllo macroeconomico. Anzi, l’attuazione di politiche che incoraggiano i consumi hanno cambiato il modello economico di crescita che si basava su un eccessivo ricorso all’investimento e all’export. Guardando al succedersi dei vari aggiustamenti si può apprezzare la capacità del governo cinese di dirigere l’economia socialista di mercato con tecniche di macro-regolazione che sono in continuo miglioramento. L’obbiettivo è continuare l’aggiustamento strutturale e l’ottimizzazione degli obbiettivi di sviluppo ai differenti stadi.

Naturalmente i liberisti si lamentano dell'intervento dello stato nell'economia. Infatti, l'intervento statale è stato determinante: “durante la più recente fase di surriscaldamento. Giudicando dai segni recenti di raffreddamento economico, è arduo lesinare l'ammirazione per l'efficacia delle azioni di Pechino. Ciò nonostante, il fatto che Pechino ha usato mezzi amministrativi piuttosto che le misure pro-mercato per rallentare la sua economia, dimostra solo quanto lontano debba andare ancora la Cina prima che si trasformi in un'economia di mercato genuina" (Pei 2004).

Del resto anche l’accumulazione di ingenti capitali cinesi all’estero, per esempio in USA, ha a che fare con il controllo dell’economia. Alcuni dei sinofobi, per cui tutto ciò che fa la Cina è moralmente sbagliato se non criminale, non valutano che anche questo è un modo di programmare. I cinesi si dice finanziano i consumi americani. Mentre dovrebbero utilizzare questi capitali per aumentare il consumo interno. La cosa è un tantino superficiale. La crescita è già alta, nel 2007 è stata attorno al 13% cercare di aumentala ancora di più in un periodo di vacche grasse sarebbe assolutamente controproducente. Il consumo interno sta già volando e l’economia rischierebbe in certi frangenti di surriscaldarsi producendo inflazione. L’inflazione colpisce soprattutto le fasce deboli e a redditi fisso. Dunque gli investimenti all’interno avrebbero un effetto negativo proprio sulla popolazione che, si dice, si vorrebbe aiutare. Inoltre investimenti interni comportano maggiore dispendio di energia e inquinamento in un paese che sta faticosamente mettendosi in linea con gli standard mondiali di risparmio energetico e delle emissioni di CO2. Un altro effetto di un’economia surriscaldata è che facendo aumentare l’occupazione principalmente nell’industria richiamerebbe masse ancora maggiori nelle città con un inurbamento disordinato con ciò che esso comporta in fatto di degrado urbano, slum, criminalità, ghettizzazione. Infine un brusco aumento della domanda di energia comporta un aumento dei prezzi a livello internazionale e la conseguente importazione di inflazione.

I fatti di Tienanmen sono accaduti in un momento in cui l’inflazione era al 17%. Ciò ha richiamato alla mente dei cinesi la terribile iperinflazione del 1949[2]. Le riforme introdotte negli anni ’80 hanno portato lo straordinario sviluppo dell’economia ma anche il suo surriscaldamento: il sintomo è l’inflazione. Tanto che viene ristabilito parzialmente il controllo centralizzato dei prezzi assieme ad altre misure per raffreddare l’economia. I prezzi vengono stabilizzati ma ciò porta ad una caduta nello sviluppo economico specialmente nell’industria, con conseguenza dell’aumento delle perdite delle imprese statali, dei debiti industriali e un’accumulazione delle scorte che minaccia la destabilizzazione a livello macroeconomico. La politica degli investimenti assieme a manovre monetarie portano poi nel 1991 a una ripresa dell’economia.


In realtà i capitali all'estero vengono messi da parte proprio perché si ha la coscienza della volatilità dei capitali. In un’economia globalizzata oggi possono essere diretti in Cina domani chissà dove. I cinesi sono comunisti e nei confronti del “capitale” sono un tantino diffidenti. La Cina è soggetta anche lei alle leggi della globalizzazione e i capitali all’estero possono essere poi utilizzati per gli investimenti interni in periodi di magra o di crisi economica generale, come già è stato fatto nel corso degli anni ’90, e come è stato fatto anche dopo la crisi del 2008. Questo se si vuole che lo sviluppo sia sostenibile per un lungo periodo come la Cina ha programmato. Il capitale momentaneamente investito all’estero costituisce la garanzia della sostenibilità della crescita come vedremo a proposito della crisi finanziaria. Il tesoro messo da parte è ingente. Nel 1978 le riserve valutarie statali risultavano pari solo a tre miliardi di dollari mentre nel giugno 2008 le riserve della Cina hanno raggiunto i 1810 miliardi di dollari pari a circa il 50% del PIL, risorse di proprietà pubblica convertibili in ogni momento con facilità. Nel 2010 ha raggiunto quota 2450 miliardi di dollari, risultando equivalente al triplo delle riserve giapponesi (Preve 2010).

L’altro aspetto è che per i cinesi i capitali all’estero sono un modo per evitare pressioni indesiderate sullo yuan/RMB. Balnchard e Gavazzi del MIT calcolano che una sottovalutazione del renminbi del 30% concorra con un aumento dello 0,45% del PIL grazie all’addizionale dell’export (Hutton 2007 p.281). La rivalutazione incontrollata della moneta costituisce per i cinesi una vera iattura da evitare accuratamente e considerano le pressioni di Washington in tal senso come una vera manovra destabilizzante. La Cina sta puntando piuttosto su una rivalutazione controllata o meglio su una flessibilità più marcata rispetto al passato. Nel 1985 il segretario al tesoro americano James Baker concordò con Gran Bretagna, Francia, Germania, Giappone la rivalutazione delle loro monete nell’accordo del’Hotel Plaza. Nei sette anni che avevano preceduto l’accordo le esportazioni americane erano calate dello 0,7 annuo e negli undici anni che lo hanno seguito sono aumentate del 9,3 cioè un tasso più rapido di un terzo dell’aumento dal 1950 al 1971, le esportazioni di beni industriali raddoppiarono passando dal 21 al 42 del valore aggiunto (Hutton 2007 p.281). Per il Giappone fu la fine. Stepen Jen di Morgan Stanley ritiene che l’accordo del Plaza del 1985 costituisca uno dei maggiori errori politici compiuti dal Giappone. Il problema sta nel rischio di perdite da parte dello stato con la rivalutazione del renminbi sul dollaro ed è per questo che la Cina sta diversificando il proprio paniere di investimenti.

Se il controllo macroeconomico si è rivelato decisivo nei periodi di surriscaldamento dell'economia è stato altrettanto importante nei periodi di recessione dell'economia mondiale come nel 1997-98 e nella più recente crisi finanziaria iniziata nel 2008. Il presidente Hu Jintao ha detto nel 2008 davanti al Politburo al Partito Comunista Cinese che con l'indebolimento della domanda globale "il tradizionale vantaggio competitivo della Cina viene gradualmente indebolito". Egli ha dichiarato che la crisi è "un test per la capacità del partito di governare" (Chan 2008). Test ampiamente superato per altro crescendo nel 2009 di oltre '8% a fronte delle economie dei principali paesi occidentali in forte recessione.
Il piano di stimolo di 585 miliardi di dollari della Conferenza Centrale Economica di lavoro è stato indirizzato in diversi settori che sono essenziali per aumentare la domanda interna e il potere d'acquisto. Progetti di edilizia abitativa urbana e sussidi per famiglie a basso reddito, fondi per le cure mediche e istruzione. La Cina sta anche sostenendo l'acciaio, il settore automobilistico e delle telecomunicazioni attraverso la riduzione delle imposte e incoraggiando attraverso sovvenzioni l'innovazione, la ricerca e lo sviluppo.

La crisi sotto certi aspetti è stata per la Cina un’opportunità. Le importazioni di minerale di ferro sono aumentate e l'acciaio prodotto viene conservato per un utilizzo futuro. Quest'ultimo punto è notevole in quanto presenta per la Cina un vantaggio nei costi di produzione di base, con il calo dei prezzi delle materie prime e dei trasporti ha fatto sì che essa si costruisca le sue riserve a prezzi minimi.
Questo è investimento reale con denaro realmente disponibile. La Cina ha risparmiato nei momenti delle vacche grasse e ha potuto mettere le proprie risorse al lavoro per proprio conto. In questo modo la Cina non deve preoccuparsi di pagare un debito inesigibile al resto del mondo. Mentre tutti gli altri paesi stanno cercando disperatamente di formulare un piano di salvataggio alimentato con un aumento del debito nazionale, la Cina non ha questa preoccupazione e questa è il suo principale vantaggio.



L'investimento nel potere d'acquisto della popolazione e le prospettive di occupazione attraverso il miglioramento delle infrastrutture del paese fornendo agevolazioni fiscali e sovvenzioni pagherà molto di più che gettare denaro presso istituzioni finanziarie (Hughes 2008).

Il sistema di macrocontrollo, che sostituisce la vecchia pianificazione, opera attraverso leve macro-economiche di controllo indiretto che comprendono mezzi economici e amministrativi come il credito, le imposte, la politica fiscale e monetaria in sinergia con la pianificazione nazionale. Lo stato in questo modo dirige l’economia tutelando i beni pubblici e l’accumulazione di capitali pubblici, ha la proprietà delle infrastrutture e dei settori strategici disegnando le proporzioni settoriali e mantenendo l’equilibrio generale. Regola poi la distribuzione del reddito, armonizzando vantaggi materiali e giustizia sociale (González 2005), e delle risorse e coordina lo sviluppo economico-sociale delle regioni e fornisce i servizi pubblici di base. Lo stato interviene attraverso la costruzione di infrastrutture e con la leva fiscale privilegiando, per esempio, le regioni meno favorite dal naturale sviluppo economico ossia le ragioni interne e dell’ovest. E’ il caso della Diga delle Tre Gole, del gasdotto Xinjiang-Shangai, la ferrovia Qinghai-Tibet lunga 1.125 chilometri con l’80% del tragitto a 5.000 metri di altezza con aria rarefatta e permafrost ossia in terra con gelo permanente (Jabbour 2006). Dal 1998 al 2005 la Cina ha investito 800 miliardi di dollari in infrastrutture. Per fare un esempio di un paese del BRIC come il Brasile, ma con reddito pro capite più alto, ha investito nello stesso periodo solo il 2,2% dell’ammontare cinese. Il sistema fiscale è simile in tutte le imprese indipendentemente dalla loro proprietà ed è stata introdotta l’imposta di consumo. E’ stata rafforzata la funzione fiscale e amministrativa centrale a scapito dell’interferenza delle autorità locali. Il Sistema Tributario Nazionale riscuote i tributi fiscali in base ad una gamma razionale di imposte. Riguardo agli oneri indiretti si riduce la quota sulle entrate personali, mentre aumenta sulla partecipazione alle quote imprese e i tributi sui beni, servizi e commercio internazionale. Si è riformato il sistema bancario per sostenere progetti strategici, nel settore estero e nell'agricoltura (González 2005).

Abbiamo visto che elementi di pianificazione permangono accanto ad un incremento dei controlli macroeconomici che rafforzano il ruolo di indirizzo dello stato nell'economia. Al mercato invece si delega l’allocazione delle risorse e i prezzi che vengono stabiliti liberamente (tranne pochi casi). Il Piano imperativo si limita a cinque merci: legno da carpenteria, oro, sigarette, sale e gas naturale. Dal 1998 il 96% dei beni di consumo, il 97% dei prodotti agricoli e l’87% dei beni capitali hanno prezzi stabiliti dal mercato. 

L'adozione di un’economia di mercato matura è un continuo work in progress. Si vuole arrivare alla riforma del sistema tributario per realizzare la ripartizione dei diritti e dei poteri finanziari fra gli enti centrali e locali e istituire un sistema di pagamento per i trasferimenti. Si sta cercando di unificare il sistema tributario e anche l'imposta sul reddito delle zone rurali e urbane e delle imprese nazionali e straniere, il che in parte è già stato fatto. Viene promossa la trasformazione delle banche commerciali in società che sviluppano il mercato dei capitali. Si sta migliorando il sistema finanziario di controllo adeguando la normativa finanziaria. Il mercato sempre più determina del tasso di interesse. Si stanno sviluppando tutti gli elementi di mercato del capitale, della tecnologia e del lavoro, aprendo un varco nei blocchi regionali e nel monopolio delle industrie, stabilendo un sistema unificato, aperto, competitivo ed ordinato di mercato. Il meccanismo della concorrenza leale della sopravvivenza del più adatto dispiega la funzione di base del mercato nell'impiego delle risorse. Il sistema legale è in continuo perfezionamento adeguando la costituzione, le leggi civili, le leggi amministrative sugli affari, di leggi economiche, il diritto penale, le controversie procedurali. I successi della riforma vengono trasposti sotto forma di leggi. Il trasferimento nella legislazione delle norme economiche è parte integrante dell'obbiettivo di arrivare ad uno stato socialista di diritto. Il mercato favorisce i miglioramenti della produttività del lavoro alla competizione delle imprese statali tra di loro e con il capitale privato nazionale e straniero.

L’apertura al mondo esterno è fondamentale per incrementare il commercio estero. Nel 2005, il commercio estero ha raggiunto 14.219 trilioni di dollari, diventando il terzo nel mondo. Nel 2009 la Cina è diventata il principale paese esportatore del mondo superando la Germania. Dal 1979 al 2005, la quantità cumulativa di capitale straniero realmente utilizzato è di 809,1 miliardi di dollari in 470.000 programmi.
In un'economia che non è ancora molto sviluppata, sembra che l'operatore privato sia spesso più efficiente e produttivo di quello collettivo. Ma il socialismo richiede che l'operatore privato serva lo sviluppo socialista o, in altre parole, che il capitalismo sia messo al servizio della costruzione del socialismo (Lerouge 2007), come del resto sostiene Lenin. L'idea di base è che le stesse forze del mercato, la privatizzazione e gli investimenti diretti esteri guidati dal governo possano diventare componenti, assieme alla proprietà pubblica, della costruzione del socialismo attraverso la decentralizzazione. Riassumendo lo stato macrogestisce il mercato e il mercato regola le imprese (Sargis 2004).

Definire pertanto neoliberale l’azione del governo cinese è decisamente sciocco dato che il fine non è quello di liquidare le imprese di stato ma attraverso il mercato migliorarne l’efficienza e la competitività in modo che possano primeggiare nel complesso del sistema economico. La ristrutturazione delle aziende statali non è stato l’effetto di una schok therapy giacché lo stato ha avuto la capacità di creare più posti di lavoro di quelli che andava a sopprimere. Per di più la ristrutturazione è stata distribuita nell’arco di qualche decennio dunque è stata gradualista. Lo stato in questo modo è riuscito a creare grandi corporation in grado di produrre profitti a livello delle maggiori corporation mondiali e di sfidarle nella guerra commerciale inserendosi nel processo di globalizzazione sostenuto dal governo attraverso l’approfondimento dell’apertura verso l’esterno. Inoltre attraverso progetti in infrastrutture stimate in più di 300 miliardi di dollari all’anno (durante il periodo dell’attuale piano quinquennale) detta l’agenda dello sviluppo. I progetti hanno ricevuto ulteriori fondi con la politica di stimolo seguita alla crisi finanziaria internazionale (Jabbour 2005).

Occorre dire che quella che da una parte fa gridare al liberismo, oppure tra i più sofisticati al neo-keynesismo, è la caratteristica del socialismo di mercato per cui tutte le aziende anche statali sono in concorrenza tra di loro. Ma questa è appunto la caratteristica specifica del sistema che supera sia il socialismo di marca sovietica asfittico per la mancanza di un mercato sviluppato, sia il socialismo di mercato dell'est che aveva istituito semplicemente un’economia mista ma con concorrenza scarsa tra le imprese statali e conservava la proprietà statale anche su aziende non essenziali. Non si può parlare in realtà nemmeno di neo-keynesismo perché le aziende statali dei paesi capitalistici hanno gli stessi difetti di quelle socialiste. La scarsa concorrenza porta ad una scarsa rimuneratività delle aziende statali le quali essendo collocate spesso nei servizi al cittadino o alle imprese (elettricità, telefonia) offrono frequentemente servizi al disotto degli standard di mercato e costi eccessivi dovuti sostanzialmente alla scarsa efficienza. La mancanza di concorrenza in un paese quale la Cina dove si va allargando il potere dei lavoratori attraverso i Consigli potrebbe portare ad una sorta di corporativismo operaio per cui i lavoratori di un’azienda statale si alzano arbitrariamente gli stipendi che poi si andranno a riversare sul resto dei cittadini consumatori. Le aziende che raggiungono un alto grado di monopolio vengono a loro volta suddivise in modo da farsi concorrenza e rimanere sul mercato. Ciò comporta che tra le stesse aziende statali vi sia competizione per una maggiore efficienza e innovazione tecnologica contribuendo allo sviluppo delle forze produttive. Scrive, infatti, Arrighi:
….c'è un'altra caratteristica smithiana della transizione cinese all'economia di mercato che suggerisce cautela nell'identificarla con una transizione al capitalismo tout court. Si tratta dell'attivo incoraggiamento della concorrenza da parte del governo non solo fra i capitali provenienti dall'estero, ma fra tutti i capitali, stranieri o cinesi, privati o pubblici che siano. Anzi, dalle riforme è venuto un segnale assai più forte in direzione dell'aumento della concorrenza per mezzo della rottura dei monopoli nazionali e dell'eliminazione delle barriere che in direzione della privatizzazione. Il risultato è stata una condizione di perenne sovraccumulazione di capitale accompagnata da una pressione al ribasso sui saggi di profitto, che spesso è stata dipinta come la "giungla capitalistica cinese", ma che in realtà assomiglia assai più a un mondo di capitalisti à la Smith costretti dall'inarrestabile concorrenza a muoversi in direzione dell'interesse nazionale (Arrighi 2008).

Mantenendosi in tal modo la proprietà statale sui punti di comando dell'economia si può, attraverso l'intervento diretto dello stato, rendere lo sviluppo economico duraturo senza l'anarchia capitalista che porta a ricorrenti crisi economiche.

Inoltre le aziende statali non sono mantenute dai contribuenti e dai cittadini con maggiorazioni del costo dei servizi ma al contrario contribuiscono attraverso gli utili alle finanze statali. Questo consente allo stato sia di investire nelle zone sottosviluppate ad esempio in infrastrutture ma anche in aziende produttive, sia di sperimentare forme di autogestione che non vadano a scapito dell'efficienza e non sconfinino nel corporativismo con la formazione di un’aristocrazia operaia.

Quindi il passaggio dall’economia di mercato non può essere saltato, è una tappa necessaria e i cinesi sostengono che non ci sono contraddizioni fondamentali tra economia socialista e di mercato. Anzi ritengono che questa sia un superamento creativo dei vecchi canoni del marxismo: “Combinare economia socialista e di mercato è un’innovazione e una rottura con la teoria marxista dell’economia socialista” che poi vuol dire “aderire al fondamentale principio socialista che assicura una posizione dominante alla proprietà pubblica e a un sistema di distribuzione che funzioni in sinergia “. Questo ha poi come scopo di “eliminare lo sfruttamento e la polarizzazione e raggiungere finalmente una comune prosperità. Questa definizione aumenta la comprensione del socialismo da parte dei popoli. Definendo ciò come il compito fondamentale e l’essenza del socialismo, si mette in luce l’importanza di liberare e sviluppare le forze produttive” conclude Wang Yu (Wang Yu 2004).

In effetti, ci sarebbe bisogno di “aumentare la comprensione del socialismo” non solo in Asia dove, vedi la vittoria dei comunisti in Nepal o l’adozione da parte di quasi tutti i paesi socialisti della zona del socialismo di mercato, forse è già stato compreso, ma anche in Occidente.
I cinesi ritengono comunque di avere sottovalutato nel 1949 un fatto grave e cioè che il socialismo in quanto società diversa da tutte le altre basate sullo sfruttamento ha bisogno di un lungo periodo di tempo per affermarsi. Quindi ritengono che la prima fase di sviluppo del socialismo durerà molto a lungo in particolare in una realtà proveniente da una società semi-feudale e semi-coloniale molto in ritardo rispetto ai principali paesi capitalisti per quanto riguarda lo sviluppo delle forse produttive. La Cina del 1949, un’economia “naturale” essenzialmente basata sull’agricoltura, doveva trasformarsi in un’economia di mercato per poi trasformarsi in un’evoluta economia socialista che forse impiegherà un secolo ad affermarsi.

Per tutta questa fase molte contraddizioni permarranno Nell’Ottobre del 2005 in una risoluzione dell’Ufficio Politico del Partito Comunista Cinese si può leggere:
Bisogna assolutamente comprendere che il nostro paese si trova nella prima fase del socialismo e che questo durerà ancora molto tempo. Le forze produttive non sono ancora state pienamente sviluppate e lo sviluppo tra città e campagne è ancora ineguale. Il modo intensivo di produrre è stato corretto in modo insufficiente, la struttura economica non è ancora abbastanza razionale, la capacità di innovazione indipendente non è ancora molto forte, le contraddizioni tra lo sviluppo economico e lo sviluppo sociale e tra l’economia e l’ecologia si accrescono. La pressione sull’occupazione non diminuisce. Ci sono molte differenza nei redditi (Franssen 2007).

[1] Maurizio Brignoli, fortemente critico nei confronti dei comunisti cinesi, dà in parte ragione a Deng: “Il discorso su mercato e pianificazione rischia però di essere fuorviante se non si stabilisce che questi non sono elementi naturali soprastorici, ma sono invece costruzioni storiche, forme di interrelazionalità sociale che si dispiegano in modo differente all’interno dei diversi modi di produzione. Ha (Deng) quindi in parte ragione” (Brignoli 1996). 
[2] Nel mese di agosto 1948, i prezzi al consumo a Shanghai sono 4,7 milioni di volte superiori a quelli del 1937. Durante gli ultimi sei mesi del controllo della città da parte del Kuomintang, si stima che il costo della vita sia aumentato del 25 per cento a settimana. Durante l'anno precedente la liberazione di Pechino, il prezzo della farina si è moltiplicato di 4.500 volte. (Franssen 2007)


Bibliografia
Arrighi, Giovanni 2008. Adam Smith a Pechino. Genealogie Del Ventunesimo Secolo. Feltrinelli.
Deng Xiaoping 1992, Excerpts from Talks Given in Wuchang, Shenzhen, Zhuhai and Shanghai,” January 18 – February 21, 1992
Franssen, Peter 2007. “Le Développement Du Socialisme En Chine.” Etudes Marxistes (78) (November 19). http://www.marx.be/FR/cgi/emall.php?action=get_doc&id=76&doc=554.
Ollman, Bertell 1998. Market Socialism. The Debate Among SocialistsRoutledge.
Sargis, Al L. 2004. “Unfinished Business: Socialist Market Economy.” Political Affairs. http://www.politicalaffairs.net/article/articleview/26/.
Tuwa, Tetsuzo 2002.Lenin e l’economia di mercato. 
Wang Yu 2004. La nostra via: costruire un socialismo con caratteristiche cinesi.” 

Chi siamo

Debunkers dei miti sulla Cina. Avversari della teoria del China Collapse e del Social Volcano, nemici dei China Bashers.